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 RAIXE VENETE - el jornale dei Veneti





Notisia che vién prima:
[ 1/3/2011 - 11.35.40] Garibaldi sul falò del Bruxamarso
COMUNICATO STAMPA
Garibaldi e i Veneti


Quanto conoscono i Veneti di Garibaldi?

Quanti sanno che nel 1834 il governo piemontese lo dichiarò “bandito di primo catalogo” con condanna a morte?
Che fu un avventuriero dedito ad atti di pirateria? Che raggiunse il grado più elevato - il 33° - nella massoneria?
Che, nel Nuovo Mondo, fu accusato dalle autorità di Rio de Janeiro di traffici loschi, ricevendo l'ordine di espulsione dal Brasile?
Che si diede a scorrerie e saccheggi in tutto il Rio Grande do Sul, dove si rifugiò?
Non solo atti di pirateria e uccisione di inermi marinai, ma anche razzie nei villaggi dei contadini dell’interno e violenza sulle donne del luogo.
In questo periodo Garibaldi cominciò a portare i capelli lunghi perché, pare, nel tentativo di violentare una ragazza, questa gli staccò parte dell'orecchio destro con un morso.

Per non parlare dei crimini nel sud della penisola italiana: fu il mandante dell’eccidio di Bronte e a Palermo saccheggiò il Banco di Sicilia, rubando ben cinque milioni di ducati; fece saccheggiare tutte le chiese e quanto trovava sulla sua strada, solo per citare alcuni esempi. Vittorio Emanuele II, dopo Teano, così scrisse a Cavour: “...come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa”.

Famosa restò la sfuriata di Garibaldi contro i Veneti quando nel 1866 “non si erano sollevati per conto proprio (contro gli austriaci), neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo!", a dimostrazione che, forse, i Veneti non erano così ansiosi di essere “liberati” dagli italiani.

Nell'anno in cui l'Italia celebra, con grandi risorse pubbliche, i 150 anni di "unità", riteniamo importante fermarci e riflettere, anziché festeggiare. Noi Veneti, che fra l'altro siamo stati annessi con un plebiscito definito "truffa" solo nel 1866 (quindi 145 anni fa e non 150!), siamo convinti che, anziché celebrare una situazione di degrado morale, culturale e sociale come quella in cui stiamo vivendo oggi, sia importante invece riacquistare una memoria storica ben più antica e gloriosa, fatta di Eroi veri, di gente valorosa che, con esempi sani di rettitudine, di vero amor Patrio, di sacrificio estremo per il bene pubblico, hanno vissuto e si sono battuti per una Patria che si chiamava Repubblica Veneta: Lazzaro Mocenigo, Biagio Zulian, Cattarin Corner, Angelo Emo, Francesco Morosini, Sebastano Venier, Marcantonio Bragadin e molti molti altri. Questi sono i nostri Eroi.

Il falò del "Bruxamarso" che si è consumato sabato 26 febbraio a Schio (VI), sul quale un gruppo di persone accorse all'evento ha posto spontaneamente un manichino di Garibaldi, è da una parte una goliardata e dall'altra la dimostrazione che i Veneti sono sempre più coscienti della loro storia e identitàStanno riappropriandosi sempre più dei valori positivi della loro cultura e cominciano a comprendere che certi falsi eroi servono solo a legittimare e celebrare un modello imposto di società corrotta ed artificiale. Una società in cui non è dato loro nemmeno il diritto di conoscere la propria storia o ad apprendere la loro cultura veneta nei programmi scolastici..

Secondo l'antica tradizione Veneta del "Bruxamarso", sabato a Schio i Veneti che erano presenti hanno bruciato simbolicamente il vecchio e i falsi miti imposti, come segno augurale per il loro Futuro.

La plurimillenaria cultura veneta, mai estinta neppure dopo 150 anni o quasi di censura culturale, è la nostra identità, che si rifà ad una civiltà nobile e prospera, quando venivamo ammirati, e non derisi, dal mondo intero.


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