Nazione Sarda e scorie nucleari

Comunicato di IRS-Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna.

Davanti a certi atti, quantomeno alla loro prospettiva, alla loro possibilità di accadere, la reazione immediata e furente pare venire da sé. Davanti a quello che si presenta come un vero affronto, un ulteriore atto di umiliazione, dominazione e assoggettamento verso la Sardegna e il suo popolo, il tempo pare contrarsi per lasciarci solo lo spazio di una indignazione. Ma basterà “reagire” per “vincere”?

La Sardegna rischia di diventare un’incredibile bomba atomica o, più ottimisticamente, una pattumiera. È il sogno di coloro che, senza contraddizione alcuna, la vorrebbero contemporaneamente vendere in lotti per “regalare” a ciascuno il suo pezzo di sogno vacanziero, un angolo dell’«isola più bella del mondo». Immondizia, cemento, sogno del paradisiaco: per quanto strano, stanno insieme accomunati da un’uguale “irrealtà” e dall’uguale marchio della sudditanza imposta a chi quello spazio lo vive, e lo dovrà vivere (sempre che non pensino davvero che ce ne andremo tutti, che la nostra diaspora sia una condizione inevitabile), realmente. Dunque non come “paradiso in terra”, ma luogo in cui coltivare un’esistenza vera, contraddittoria, conflittuale, difficile sebbene non priva di gioie e soddisfazioni.

Di fronte a tutto ciò prendere posizione subito, dirsi dalla parte della Sardegna, è tanto normale quanto rischia di essere istintivo o strumentale, comunque inconcludente. Sì perché è molto facile in questo caso raccogliere la propria parte di visibilità e di notorietà sui media per poi sparire; è facile argomentare “contro” questo fatto mancando completamente i punti di fondo di tutta la questione. E la questione, detto subito e per inciso, non è semplicemente nelle scorie nucleari. Ma questo dovrebbe essere poco più che evidente.

Lo dimostra il fatto che alcune delle posizioni più accreditate – a parte quelle puramente “protestatarie” e “resistenziali”, che sembrano godere più che altro del fatto che ci sia qualcuno a cui mettersi contro o qualcosa a cui resistere – legittimano la loro recriminazione e manifestano il loro sdegno in nome e sulla base di quella Costituzione italiana che, una volta accettata, sancisce l’impossibilità di opporsi al trasferimento di qualsiasi cosa (anche la più inoffensiva) lo Stato decida di trasferire in una sua “parte”.

Si dirà che le cosa non stanno così perché a quella “parte” rimane sempre la possibilità di “protestare”, ed è vero. Ma è anche vero che non c’è cosa peggiore di questa. Non si riuscirà mai a quantificare la grandezza dell’idiozia di basare il rifiuto di un’ingiustizia (le scorie) dicendo che noi ne subiamo già altre (le servitù militari, il “sottosviluppo” – così ha detto qualche autonomista, a conferma che gli autonomisti pensano il destino della Sardegna affidato, nel bene o nel male, al potere dello Stato ecc.): come se un certo tasso di ingiustizia in fondo fosse giusto, o forse da salvaguardare! Ma sì, in fondo se siamo così ce lo saremo pur meritato!

Dal nostro atavico servilismo – penseranno quei sardi – sarà forse il caso di trarre vantaggio. In fondo per loro la Sardegna è pur sempre “Italia”, dunque perché non utilizzare – mentre li si addita a distruttori dell’unità patria – gli italianissimi metodi leghisti del “noi abbiamo già dato”, “noi vogliamo i nostri privilegi”, agitando lo spettro dello scontro e il vessillo della protesta? Pardon: del finto scontro e della fedele protesta… Del resto per l’opposizione italiana in Sardegna non c’è niente di più congeniale che utilizzare l’occasione per riprendersi la Regione e per farsi garanti di una Italia più seria.

Dall’altro lato la sudditanza e la cancellazione delle potenzialità insite nella propria coscienza nazionale ha prodotto una classe politica affaristica e corrotta, dedita alla svendita della Sardegna e abituata a tenere sotto il giogo clientelare quella massa di persone – anch’esse totalmente conformatesi agli stereotipi “anti-sardi” più insulsi e sciatti – che del resto sembrano voler credere che ciò che è “buono”, ciò che ha “valore”, non può che stare fuori della Sardegna, al di là della sua cultura, depositata nel mondo dei balocchi che molti si costruiscono pensando di diventare un giorno imprenditori rampanti e impuniti (invitati nelle più belle feste della costa) o vivendo vicariamente il potere – e colmando le loro frustrazioni storiche e personali – attraverso il piacere di servirlo.

Si sposa perfettamente con tale atteggiamento l’idea che in fondo, a rifiutare scorie, armi o quant’altro, si passa per retrogradi pigri, incapaci di vedere le immense potenzialità di ricchezza e occupazione che queste mirabolanti catastrofi esistenziali offrono.

In mezzo c’è la massa dei rassegnati o di coloro che silenziosamente (ma oggigiorno sempre meno) soffrono per la loro impotenza individuale sentendosi privi di uno sbocco politico collettivo, serio e deciso.

Molte di queste donne e di questi uomini sardi ci hanno scritto in questo periodo, ci hanno chiesto di fare qualcosa, ci hanno confermato di riporre nel nostro indipendentismo la speranza che il nostro popolo non subirà gli effetti di un gesto che rischia di diventare irreversibile.

Scegliere di accogliere e dar seguito a questo desiderio, che è il nostro desiderio di giustizia per noi e per la nostra terra, è qualcosa che ci viene da dentro, dalla promessa che continuamente facciamo a noi stessi e agli altri: la promessa che non lasceremo calpestare la nostra dignità e la nostra libertà.

Ciò che andava scelto, certo con più difficoltà, è prendersi il tempo per costringere i sardi a rendersi conto – davanti ai fiumi di parole di questi giorni – che senza una scelta indipendentista, una scelta per la libertà della nostra nazione – a prescindere dalla contingenza delle scorie nucleari che lo Stato italiano ci vuole donare – risolvere il problema delle scorie sarà praticamente impossibile. E comunque non ci libererà dallo stato d’assedio e sudditanza in cui ci troviamo, tale per cui ciò che non viene fatto oggi (sempre che non sia stato già fatto senza che ce ne accorgessimo) non possa essere fatto domani. La libertà di decidere del proprio futuro, insomma, va guadagnata a prescindere.

Ma c’era un ulteriore motivo per prendersi questo tempo, il nostro tempo: ed il motivo è che questa battaglia la vogliamo vincere davvero. E le battaglie difficili non si vincono né in un giorno né senza aver pensato e organizzato la propria azione né scoprendo le proprie carte per fretta o per narcisismo. Noi siamo determinati nel guidare il nostro popolo a riappropriarsi del suo diritto a vivere libero, in pace e senza scorie nucleari. Sui passi da compiere per raggiungere la meta ci prendiamo, ancora una volta, il nostro tempo. Un passo sicuro e nella giusta direzione è molto più veloce di una camminata confusa e allo sbando.

Il primo passo è abbandonare la sudditanza a cui ci costringono le azioni dello Stato e i discorsi autonomisti che mentre fanno il gioco di quello Stato fintamente dicono di “tutelarci”: il primo passo è trarre forza dal sentimento della propria dignità per riacquisire quella coscienza nazionale che dandoci l’indipendenza ci libererà anche dagli incubi nucleari.

16/06/2003
IRS – Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna
www.indipendentzia.net
info@indipendentzia.net

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