Napoleone? Come Stalin e Hitler

 

INTERVISTA ALLO STORICO CONSERVATORE, CHE IN UNA BIOGRAFIA DI BONAPARTE DEMOLISCE L’ IMMAGINE ROMANTICA DEL LIBERATORE DEI POPOLI
«Napoleone, un mostro. Come Saddam Hussein»napoleone - raixe venete
Paul Johnson: «Dal suo mito è venuto il totalitarismo del XX secolo»; LA CONDANNA Quelli che sterminano i loro avversari senza pietà, come Stalin, Hitler o gli arabi integralisti, sono suoi discepoli
Racconta Paul Johnson nel suo Napoleone che quando la notizia della morte di Bonaparte arrivò a Londra, il 3 luglio del 1810, fu porta a Giorgio IV con queste parole: «E’ nostro dovere informare Sua Maestà che il Suo peggior nemico è morto». Al che il re rispose: «Is she, by God!», è morta, ringraziando Dio!, pensando alla regina Carolina che non godeva di ottima salute. Il senso dell’ umorismo è uno dei tratti più vitali di questo storico inglese di destra, energicamente cattolico, che non ha alcuna comprensione per il mito romantico di Bonaparte tramandato dai Keats e dagli Shelley. Per lui Napoleone «non fu un ideologo, ma un opportunista che afferrò al volo l’ evento della Rivoluzione francese per spingersi ai massimi vertici del potere». E la sua eredità è stata catastrofica: «I grandi mali di Napoleone, come l’ esaltazione della guerra e della forza, lo Stato centralizzato e onnipotente, l’ uso della propaganda culturale per portare l’ autocrate all’ apoteosi, l’ assoggettamento di interi popoli per conseguire il potere personale e ideologico, hanno raggiunto la loro spaventosa maturità nel XX secolo, che passerà alla storia come Età dell’ infamia…

Lo Stato totalitario del XX secolo è l’ ultima progenie della realtà e del mito napoleonici». Johnson non è la voce della moderazione. «Perché non si accomoda su quella poltrona?» dice nel salotto della sua casa di Londra. «E’ la sedia da campo usata da uno degli aiutanti di Wellington a Waterloo». Nello studio accanto ci sono fotografie del padrone di casa con il Papa, Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Secco il giudizio su Tony Blair: «Un ignorante. Non ha tempo per leggere. Ma un’ ottima persona, molto intelligente». Con Napoleone è stato meno generoso: lo ha dipinto come un criminale. La sua è una visione a dir poco anticonvenzionale… «Oh no, è molto inglese. Riflette quello che pensavano a loro tempo Pitt e Wellington: un uomo che ha preso tutto ciò che desiderava, con la forza. Certo, dopo aver conquistato un paese gli dava il Codice napoleonico, ma la legge non riguardava lui. Ha fatto esattamente quello che voleva, come Saddam Hussein. Solo che invece di essere scorticato, grazie alla stupidità degli inglesi che lo hanno permesso, è stato riesumato da Sant’ Elena e sepolto con tutti gli onori agli Invalides. Ma era un mostro! Responsabile della morte di quattro milioni di persone o più, ha sistematicamente distrutto istituzioni belle e antiche come Malta, Venezia, il Sacro romano impero, per poi alzarsi la mattina dopo e dettare nuove costituzioni. E’ un uomo che ha insegnato e non ha mai ascoltato». Eppure ha esercitato grande fascino sugli intellettuali d’ ogni epoca. «Gli intellettuali sono gente molto pericolosa. Pensano che le idee contino più delle persone, uno degli errori fatali della storia. E le persone che non si adattano alle idee le sterminano, come hanno fatto Stalin o Hitler. Ora ci si mettono anche gli arabi, che non esiterebbero a usare armi nucleari per piegarci alle loro idee religiose. Tutti discepoli di Napoleone». Contesta anche l’ idea della Rivoluzione francese come punto d’ origine della modernità? «Certo, l’ Europa stava attraversando una grande fase di Illuminismo prima della Rivoluzione.

In Danimarca introdussero tutte le riforme essenziali senza sparare un colpo. E nella stessa Francia i ministri della Corona avevano studiato riforme che furono recuperate prima che Napoleone arrivasse al potere. Incluse quelle del codice penale e civile». Dicono che Bush tenga il suo libro su Napoleone sul comodino. Cosa potrebbe insegnargli? «Gli errori da evitare. Prima o poi bisogna opporsi a questi ambiziosi dittatori senza scrupoli né legge, perché da soli non se ne vanno. Prima li combatti, meglio è». Beh, deve avere imparato la lezione. Ha letto il libro su Napoleone di De Villepins? «Quello sui Cento giorni? Una massa di sciocchezze. Voleva che Napoleone vincesse Waterloo!». Wellington diceva che la presenza di Napoleone sul campo di battaglia valeva 40 mila uomini. «Perché era capo dell’ esercito e allo stesso tempo dello Stato e poteva garantire ai suoi soldati grandi ricompense. Al contrario di Wellington che doveva sempre discutere tutto con i pigmei di Londra. Non era un romantico né un amante della guerra, Wellington. Una volta disse: non c’ è nulla di peggio di una vittoria, se non una battaglia perduta. Mentre Napoleone era un insensibile. Per lui queste cose non significavano nulla. Se gli eventi in questione si fossero svolti all’ inizio del nostro secolo, senza dubbio sarebbe stato giudicato da un tribunale di guerra e condannato all’ ergastolo o a morte». Lei scrive che ogni grandezza è pericolosa, «senza un cuore umile e contrito». Ma quali leader hanno avuto un cuore umile? «Lincoln lo aveva. Churchill soleva dire: Io non sono umile. Tuttavia occasionalmente cerco di esserlo. Diceva anche del suo oppositore, Mr Attlee, capo dei laburisti: Ecco un uomo modesto. Però ha parecchio per cui essere modesto». Lo ha conosciuto? «Churchill? Lo incontrai alla fine della guerra. Gli chiesi a che cosa attribuiva il suo successo nella vita e lui rispose: mai restare in piedi quando puoi star seduto e mai sederti quando puoi star sdraiato». Livia Manera Il saggio: «Napoleone» di Paul Johnson, Fazi editore, pagine 65, euro 15 L’ autore Nato 75 anni fa a Burton, in Inghilterra, Paul Johnson (nella foto) studiò tra l’ altro al prestigioso Magdalen College di Oxford. Dopo aver lavorato alcuni anni in Francia, assunse posizioni da «araldo della libertà» durante gli anni Settanta e ottenne la notorietà nel 1977 con «I nemici della società», in cui attaccò i «fascisti di sinistra». Tra le sue opere più famose ci sono anche «Gli intellettuali» (1988) e «La nascita del moderno» (1991)


Manera Livia

CORRIERE DELLA SERA 28 MARZO 2004

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