Lo Stato di San Marco e il gioco d’azzardo

“Questo vitio è come una peste, come un nemico della Repubblica, riducendo gli huomeni poveri, ladri e falsarij, facendo sempre una vita turpe, trasgredendo li tre precetti della legge e della giustizia.  Vivere con onestà, non giocare e dare a ciascuno il suo giusto.”

Una serena valutazione di questa problematica, oggetto di leggi già in passato, dovrebbe tener conto della doppia facciata che il gioco rivestiva nella società veneta. Da una parte l’aspetto prettamente ludico, assai radicato tra il popolo; dall’altro la sua degenerazione, il gioco come vizio foriero di mille disgrazie, persino fattore criminogeno.

Chi studiasse le abitudini di vita dei Veneti nella storia, scoprirebbe l’anima di un popolo studioso, vivo, amante dello scherzo, dello stare insieme, del ballo, dei banchetti; feste più o meno sacre interrompevano i ritmi di lavoro, anche in quei secoli alquanto serrati.

 

 

La passione per il gioco era in questo quadro una attività socializzante, un popolare e ingenuo passatempo. Aggiungendo una nota di colore vorrei citare la commedia “El campielo” di Goldoni, la scena  in cui arriva “la Venturina” e con l’irrisoria puntata di un “bezo” sette donne avevano da ciarlare per un bel po’, scambiarsi arguzie e divertirsi insieme.

L’altra faccia della medaglia era rappresentata dal dilagare del gioco d’azzardo vero e proprio, a partire dal Rinascimento. Per la Repubblica era inconcepibile che ricchi e non ricchi trascinassero alla rovina se stessi e le proprie famiglie; fatti disastrosi investirono una fascia marginale della collettività, producendo però conseguenze perniciose che lo studioso Priori denuncia.

 

Millo Bozzolan

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