L’altopiano di Asiago vota Sì per passare dal Veneto al Trentino

REFERENDUM. Raggiunto il quorum: il 63 per cento alle urne.
Giancarlo Galan: «È un fatto grave»
Via dal Veneto, plebiscito di sì

I residenti dell’altopiano di Asiago vogliono diventare trentini

Vicenza. Via anche Asiago. Come Lamon, Sovramonte e gli altri comuni montani veneti che hanno tentato, invano, di passare dall’altra parte: nell’Eden del Trentino Alto Adige. Il referendum dell’Altopiano vicentino, 20 mila abitanti, si è chiuso con una valanga di sì all’abbandono del Veneto per passare alla confinante Regione autonoma.
Al voto si è recato tra domenica e ieri il 63,19% del corpo elettorale: di questa fetta di abitanti il 94,09% ha votato a favore della scelta secessionista. Una vittoria dei referendari degli otto comuni dell’Altopiano di Mario Rigoni Stern. Un mezzo smacco per la politica, che proprio nello stesso giorno, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, aveva lanciato la proposta di creare «un Fondo di cooperazione per la specialità interregionale», uno strumento per superare i disagi – «reali», aveva detto Letta – subiti dai Comuni che confinano con Province e Regioni Autonome. Progetto subito sposato dal governatore veneto, Giancarlo Galan: «se non c’è nient’altro di buono e di meglio, ben venga allora un Fondo di cooperazione».
Ma ad Asiago, Enego, Conco, Lusiana, Gallio, Foza, Roana e Rotzo, è stata intanto più forte la voglia di chi vorrebbe andarsene, per ottenere i benefici fiscali ed economici del Trentino. Un risultato, quel 94% e oltre, che naturalmente non è piaciuto al governatore Galan, il quale da mesi vede la sovranità della Regione accerchiata.
«Il fenomeno del secessionismo dei Comuni che intendono passare dalla nostra Regione verso le due Regioni a Statuto Speciale che confinano con il Veneto, è un fenomeno assai grave, destabilizzante da più punti di vista», ha commentato Galan. Aggiungendo: «Referendum come questo sono inutili. È falso, è falso, è falso», ha sottolineato poi, commentando ciò che i giornali hanno scritto dei Comuni secessionisti. «Ovviamente nessun Comune è passato dalla nostra ad altre Regioni». «Perchè non dire – ha aggiunto – che già da tempo la Provincia di Bolzano e la Provincia di Trento hanno votato nelle loro Assemblee risoluzioni con cui dichiarano di non volere il passaggio di Comuni dal Veneto alla loro Regione?». Per il governatore «secondo gli Uffici legali della Regione del Veneto, si configurano dei possibili profili lesivi valutabili dal Magistrato penale».
Tuttavia, il problema esiste. Nella consultazione dell’Altopiano di Asiago, nella quale tra l’altro non ha votato la maggior parte dei 3500 asiaghesi emigrati, solo il 3,4% di chi si è recato ai seggi lo ha fatto per dire «no» a Trento, e affermare che vuole restare dov’è.

fonte: l’Arena
08/05/2007



Mille voci s’intrecciano in una città di Asiago che d’improvviso, dopo decenni in cui è stata considerata una specie di Cenerentola di montagna, riscopre la propria vocazione a fare – fiera delle proprie origini e della propria identità – da capitale dell’Altopiano dei Sette Comuni. Il risultato è troppo eloquente per non scatenare entusiasmi. Praticamente non c’è stata partita elettorale. Gli asiaghesi hanno superato l’insidia dell’assenza degli emigrati e sono andati a valanga alle urne.

Eppure da Venezia arrivano gli echi delle dichiarazioni di Giancarlo Galan, il governatore che deve prendere atto di un altro pezzo di Veneto che rischia di franare oltre lo spartiacque con il Trentino. «È un fenomeno grave e destabilizzante. I referendum sono inutili e indicano percorsi politici illusori. Non è giunto il momento che qualcuno a Roma ponga fine a queste tristi esibizioni referendarie?». Così detta alle agenzie di stampa, preoccupato perchè il fenomeno si dilata a vista d’occhio.

Nel cuore di Asiago c’è invece voglia di far festa. E una forte determinazione. Francesco Valerio Rodeghiero, il coordinatore del Comitato, ripete quasi come una giaculatoria la frase anti-ribaltone: «Il popolo è sovrano, lo stabilisce la Costituzione che prevede il cambio di regione. Adesso nessuno può più impedircelo. Questa è democrazia». Ma se vi mettono il bastone tra le ruote? «Il Parlamento deve prendere atto della volontà espressa dal popolo ai sensi della Costituzione». Di chi è la colpa se l’Altopiano è arrivato a questo punto? «Dello Stato che non ha applicato la Costituzione che prevede interventi per colmare le differenze per aree più disagiate. Dello Stato che non ha applicato la legge del ’94 che prevedeva interventi a favore della montagna. Ma anche della Regione Veneto che ha continuato a considerarci cittadini di serie B».

I sindaci sono tutti con la gente. Andrea Gios, di Asiago, che pure ha votato “no”: «È il segnale di un disagio non più sostenibile. Come politici dobbiamo mettere da parte ogni altra considerazione e portare avanti questa volontà che va rispettata. Lo farò senza se e senza ma». Nereo Stella, ex sindaco di Asiago: «La spinta principale è la differenza di trattamento fra cittadini veneti e trentini». Virgilio Boscardin, sindaco di Lusiana: «Sono contento perchè la gente ha espresso il proprio parere su problemi di grande gravità. Adesso mi auguro che si muova l’iniziativa politica ai più alti livelli, dove il federalismo non sia solo una bella parola, ma uno strumento vero, improntato al principio di sussidiarietà verso i soggetti più svantaggiati come chi vive in montagna. Ha sbagliato chi ha ignorato i nostri problemi. E i partiti sono stati sconfitti da un’inziativa di popolo».

Mario Porto, sindaco di Roana, lancia un vero grido di allarme. «Questo voto è la manifestazione di tutto il malessere di chi abita sui monti. Sono trent’anni che ne parliamo, ma se si va avanti così fra dieci anni non ci rimarrà nessuno quassù. Saranno terre abbandonate e per riportare qualcuno a vivere in quota bisognerà spendere dieci volte tanto rispetto ad adesso, quando si potrebbe ancora evitare la fuga verso la città e la pianura». Punzecchiature ancora alla Regione. «Forse non è stata del tutto assente, ma ci ha trascurati. Mentre per la Provincia di Belluno un occhio di riguardo c’è stato. Ma la montagna di Vicenza, Treviso, Verona, non esiste nella politica regionale».

Ad Asiago era venuto qualche giorno fa per proporre un’agenda di problemi da trattare a favore dell’Altopiano. Adesso Oscar Mancini, segretario provinciale della Cgil berica, commenta il risultato guardando più a Venezia che a Vicenza. «È una bocciatura per Galan. Esterna sopra le righe, ma dovrebbe fare autocritica per la mancanza di una politica della Regione verso la montagna. Questo è un malessere sociale, non di identità o di cultura».

Edoardo Sartori, ex sindaco di Rotzo, candidato alle prossime provinciali in una “Lista Civica Sette Comuni”. «Adesso se siamo coerenti non dobbiamo andare a votare». Ma quelli della Lega hanno già dimostrato di non gradire la proposta.

G. P.
fonte: Gazzettino
08/05/2007


Riformare

Anche nei comuni dell’Altopiano di Asiago i cittadini hanno votato per lasciare il Veneto e diventare trentini. Come, nei mesi scorsi, è avvenuto altrove. In primo luogo, a Lamon. Poi, per citare il caso più noto, anche a Cortina (che chiede di votare per “ritornare” sudtirolese). Mentre altri comuni hanno votato per passare in Friuli Venezia Giulia. Potremmo ironizzare sostenendo che i veneti si sono stancati di essere veneti. Di correre sulla “locomotiva dell’economia italiana”. Ma si tratterebbe di un’ironia fuori luogo. Mal posta. Perché, anzitutto, non ci sarebbe nulla di divertente. E poi perché il Veneto, in questa fuga, c’entra poco. La sua colpa principale è di essere ai confini con regioni e province a statuto speciale.

D’altra parte, lo stesso è avvenuto anche in Piemonte, dove alcuni comuni dell’alto Canavese (per primi Noasca e Carema, neanche 1000 abitanti insieme) hanno votato per passare in Val d’Aosta. Non solo. Il “virus della traslochite”, come l’ha definito Gian Antonio Stella (in un’inchiesta pubblicata sul “Corriere della Sera” qualche mese fa), si è propagato anche altrove. Ha contagiato molti comuni dell’Italia centrale e meridionale. Tuttavia, si è sprigionato con la maggiore intensità nel Nord, anzi nel Nordest. E soprattutto in Veneto. Rivelando un sintomo comune: l’improvvisa e irresistibile voglia di diventare parte di una provincia o di una regione a statuto speciale. Mentre non ci risultano casi di contagio di segno contrario. Comuni delle province di Trento e Bolzano, oppure del Friuli Venezia Giulia, che intendano diventare “veneti”. (Né, per la verità, che dalla Val d’Aosta vogliano passare al Piemonte).Perché questo ampio “movimento” popolare e amministrativo è alimentato e riprodotto da una ragione principale: il vantaggio. L’utilità. La prospettiva di accedere alle condizioni favorevoli di cui godono le regioni e le province autonome. Dal punto di vista fiscale, dei contributi, dei servizi, del costo della vita. Nulla di scandaloso, ovviamente. Anzi, tutto molto comprensibile e ragionevole. Tuttavia, è difficile non ricavarne qualche preoccupazione per la piega che potrebbero prendere le cose. Perché, di referendum in referendum, di passaggio in passaggio, la defezione potrebbe allargarsi, fino alle porte di Venezia. Portando alla scomparsa del Veneto. Riducendo il Nordest alle regioni e province autonome. Con l’eccezione, forse, di Venezia, di cui sarebbe difficile negare la “specialità”. Non vediamo, d’altronde, come si possa contrastare questo processo irresistibile. La riforma federalista del titolo V della Costituzione, del 2001, lo consente. Certo, l’ultima parola spetta al Parlamento, che difficilmente asseconderà questo “movimento” senza opporre resistenza. Tuttavia, fra i cittadini, non si percepisce una “barriera” etica contro questo irredentismo pragmatico, eretta in nome dell’identità veneta.Le indicazioni dell’Osservatorio sul Nordest di Demos lasciano pochi dubbi al proposito. Interrogati sulla scelta dei comuni che intendono lasciare il Veneto per passare nelle regioni vicine, i veneti si dividono esattamente a metà, tra favorevoli e contrari. Tra i sostenitori di questa tendenza, peraltro, la motivazione largamente più condivisa richiama i vantaggi della regione autonoma (riassunti nella formula, più ampia, della “maggiore efficienza”). Va aggiunto che, per una volta, gli orientamenti sono largamente trasversali. Certo, il consenso alle ragioni della “traslochite” è maggiore nel centrodestra e soprattutto fra gli elettori della Lega. Che sostiene e amplifica queste rivendicazioni. Come ha sempre fatto, senza andare troppo per il sottile. Non facendosi problemi -ma anzi godendo un poco – per le conseguenze di queste scelte sulla coesione dello stato e dell’assetto territoriale. Tuttavia, non si tratta di differenze politiche troppo ampie. L’accordo con il “secessionismo localista” risulta esteso. Al di là delle bandiere politiche, del genere, dell’età e della professione. Neppure la provincia di residenza sembra incidere molto sull’orientamento dei cittadini. Da ciò i nostri dubbi circa la natura dello spirito regionalista che continua ad attraversare il Veneto.Se usciamo dalla cerchia dei “veneti doc” (da Rocchetta a Beggiato) e dagli eredi di Giorgio Lago, c’è da credere che la rivendicazione autonomista, emersa qui prima che altrove, sia spinta dall’interesse piuttosto che dell’identità. Certo, in una certa misura, questi due aspetti sono difficilmente discernibili. La richiesta di federalismo riflette, in fondo, l’esigenza di garantire una rappresentanza efficace alle differenze di un Paese unito dalle sue diversità, dalle sue specificità, territoriali e locali. Fin qui il percorso è stato condotto in modo disordinato. Si sono attribuiti nuovi poteri e nuove competenze a ogni livello. Si è trasformata l’Italia in un Paese a presidenzialismo diffuso. Dove tutti i sindaci, i presidenti, i governatori sono eletti direttamente dai cittadini. Ma non dispongono di responsabilità e di risorse adeguate. Perché non è stato ancora attuato il federalismo fiscale. Per cui, attualmente, tutti gli amministratori sono alla ricerca di risorse, ma anche di consenso. E, per questo, agiscono in costante conflitto: fra loro e -tutti – contro lo Stato centrale. In questo Paese a “federalismo confuso” anche la posizione delle regioni e delle province a statuto speciale è divenuta discutibile e discussa. Al di là delle legittime ragioni per cui sono state create; al di là del fatto che, nel Nordest, a differenza di quanto avviene in altri contesti del paese, queste entità autonome hanno usato bene le loro risorse. Ma le condizioni favorevoli di cui dispongono sono divenute difficile da accettare. Perché generano “invidia comparativa” nelle realtà locali a loro vicine. Diventano “esemplari”. Nel senso che i cittadini immaginano il federalismo come l’allargamento della situazione attualmente vigente a Trento o a Bolzano a tutte le 20 regioni (o, peggio, a tutte le 110 province) italiane. Il che è, ovviamente, implausibile. A meno di non considerare l’Italia federalista come il “Paese dei balocchi”. Per cui, prima che l’intera regione (e, poi, l’intero Paese) si “lamonizzi”, è necessario concludere in fretta la riforma federalista; riparare i “bachi” e i “buchi” della riforma del 2001; approntare il capitolo fiscale.

Contemporaneamente, occorrerà rivedere le attuali condizioni di favore di cui godono le regioni e le province autonome. Senza pretendere di azzerarle, come vorrebbe qualcuno. In un Paese nel quale i “diritti acquisiti” non si toccano per nessuno, pare irrealistico immaginare di riuscirci proprio in contesti territoriali, che hanno specificità linguistiche, culturali, storiche profonde. Tanto più perché, dal punto di vista elettorale, sono “trasversali”. Chi si prenderà la responsabilità di pagare il prezzo del dissenso degli elettori?

Tuttavia, occorre dare risposte adeguate e rapide alle questioni sollevate dai referendum locali. Perché, quasi sicuramente, non realizzeranno l’intento di fuga, che anima i cittadini di molti comuni. Ma rischiano, comunque, di logorare la legittimità dello Stato e delle Regioni. Perché ad Asiago, dopo questo voto, ci sarà una maggioranza di cittadini veneti controvoglia.

Ilvo Diamanti

fonte: Gazzettino
08/05/2007


Un veneto su due pronto al “trasloco”

Un veneto su due pronto al “trasloco”: secondo i dati dell’Osservatorio sul Nord Est, metà della popolazione si dice d’accordo con le amministrazioni che hanno chiesto di passare alle regioni limitrofe; la stessa quota di persone approverebbe una scelta analoga da parte del proprio comune. Sono dati sorprendenti, quelli raccolti da Demos per il Gazzettino, che confermano un malessere diffuso e una estesa voglia di autonomia.Sembrava solo una provocazione, quella lanciata dal Presidente Galan, qualche tempo fa, di fronte alle richieste di Lamon e degli altri comuni “secessionisti”. Tuttavia, l’ipotesi di “fondere” l’intero Veneto al Trentino-Alto Adige sembra essere stata presa sul serio dai cittadini della regione, a giudicare dai risultati del sondaggio pubblicato in questa pagina. Quasi una persona su due, tra quelle interpellate, sarebbe disposta ad appoggiare il proprio comune o la propria provincia, qualora venisse avviata una campagna per il passaggio ad una regione a statuto autonomo.
La tentazione di cercare maggiore autonomia – ma anche indubbi vantaggi economici – ridisegnando la geografia dell’Italia, dunque, sembra riguardare non solo le realtà frontaliere, ma si estende un po’ a tutta la regione. Del resto, anche il Consiglio provinciale di Rovigo, poche settimane fa, ha votato all’unanimità la richiesta di diventare la terza provincia autonoma del Trentino-Alto Adige. Il 46\% degli intervistati, rappresentativi della popolazione residente nell’intera ragione, sembra pronta ad imboccare la stessa strada. Il 7\% dei cittadini interpellati si dice incerto sulla risposta, mentre la rimanente porzione del campione – il 48\% – si esprime in modo contrario. Oltre che nelle zone di confine, dove il senso di deprivazione relativa è inevitabilmente acuito dalla vicinanza, il malessere tende a crescere nei piccoli centri urbani: è fra i residenti nei comuni con meno di 15 mila abitanti, infatti, che la tentazione “secessionista” tocca i valori massimi (49\%).

Intanto, proprio ieri si sono conclusi i referendum che hanno visto la popolazione dell’altopiano di Asiago votare per il passaggio al Trentino-Alto Adige. Altri otto comuni veneti si sono aggiunti alla lista d’attesa per il trasferimento nelle vicine regioni a statuto autonomo. Nel valutare la scelta di queste amministrazioni, la popolazione del Veneto si divide in due gruppi di dimensioni quasi uguali, che portano motivazioni diverse a sostegno della propria opinione. I favorevoli tendono a sottolineare soprattutto l’efficienza delle regioni a statuto speciale: ben sei persone su dieci richiamano, infatti, questo aspetto. Il 21\% rivendica il diritto di ogni comune di scegliere autonomamente a quale regione appartenere, mentre il 18\% pensa che, in assenza di una riforma in senso federale, sia legittimo che i governi locali cerchino soluzioni di questo tipo. Tra i contrari, il gruppo più consistente si appella a ragioni di tipo identitario: secondo queste persone, si tratta di comuni veneti e tali dovrebbero rimanere. Il 36\% sottolinea, invece, gli aspetti di tipo utilitaristico, accusando di opportunismo i comuni pronti ad abbandonare la propria regione. Il 21\%, infine, afferma che la soluzione non va cercata altrove, ma l’importante è ottenere maggiore autonomia per il Veneto, ad esempio attraverso lo strumento del federalismo fiscale.

F. Bordignon

fonte: Gazzettino
08/05/2007


Quasi la metà dei veneti vorrebbe cambiare i confini della propria regione

Quasi la metà dei veneti vorrebbe cambiare i confini della propria regione. Alcuni vorrebbero entrare a far parte del Friuli Venezia Giulia, altri vorrebbero migrare’ in Trentino Alto Adige. Ma non ha senso. Un’amministrazione come quella del sud Tirolo, ad esempio, dona privilegi incostituzionali. Sì, perché sono i più ricchi di tutto il Paese e non distribuiscono nulla al Mezzogiorno. Trattengono tutte le imposte sul territorio. Una violazione all’articolo 2 della Costituzione e il dovere’ della solidarietà.
E’ deciso Luca Antonini, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Padova, nel prendere posizione contro i secessionisti veneti e nel commentare il sondaggio Demos di questa settimana. Specialmente quando si parla del recente desiderio di alcuni comuni di passare in Trentino Alto Adige.

Crede, professore, che i risultati del sondaggio possano ben rappresentare le contemporanee aspirazioni venete a cambiare identità.

Sicuramente il campione delle interviste coincide con una diffusa opinione pubblica. E come sorprendersi del resto. In fondo, i veneti vogliono la ricchezza e il benessere che prolifera in Trentino, dove si guadagna cinque volte di più e nulla si cede in perequazione nazionale. Tutte le imposte vengono trattenute sul territorio. Un vantaggio anacronistico e incostituzionale che indica una vera e propria patologia del sistema legislativo. L’autonomia del Trentino, ormai dovrebbe essere rivista e cambiata. Parliamo di uno statuto vecchio di sessant’anni che non ha più motivo d’esistere. I problemi di gestione del Trentino del dopoguerra, quello di un’area densa di particolarismi e mescolanze’ linguistiche ed etniche, non ha senso ora. Ormai parliamo di Europa, e le autonomie devono essere armonizzate nel contesto nazionale ed internazionale.

Secessionismo: una volontà esclusivamente veneta?

In verità, la stessa situazione si sta ripetendo nella parte nord occidentale della nostra penisola. Molti piemontesi sarebbero pronti ad oltrepassare’ i confini della propria regione per farsi governare dalla Valle D’Aosta. Le ragioni sono le medesime. Redditi alti e zero’ solidarietà sociale.

Il suo primo ed unico commento rispetto al desiderio separatista è negativo perché è come guardare con invidia una dispensa’ inammissibile. Cosa fare, dunque, per eliminare gelosie e rispettare la Costituzione?

Arrivare quanto prima possibile ad un serio federalismo fiscale. Un progetto al quale il Governo sta lavorando, ma che richiede tempo e tanta forza per superare gli sbarramenti posti da chi non desidera realizzarlo. I parlamentari, e sono molti, eletti in quelle aree avvantaggiate mettono i bastoni tra le ruote in questo senso. Così la manfrina italiana continua. E specifico italiana, perché non esiste un altro Paese al mondo in cui siano concepibili simili ingiustizie. E’ ovvio che un imprenditore veneto vuole essere governato dal Trentino Alto Adige, dal momento che dei colleghi a 30 chilometri di distanza guadagnano cinque volte in più senza essere obbligati a dare il 50 per cento del proprio reddito al Fisco. Come poterli biasimare?.

Uno sguardo al fattore generazionale. Nonni e nipoti sembrano uniti nel loro desiderio di rimanere ancorati alla propria identità regionale.

Sono i meno interessati perché non sono ancora o non sono più una categoria produttiva. Non lavorano, non pensano alle tasse e al peso sul proprio reddito, quindi non sono invidiosi dei loro vicini che vivono in un’oasi dorata inviolabile e intoccabile. Almeno per il momento. E’ ovvio, però, che le cose dovranno cambiare. Non tanto, o non solo, per salvaguardare l’identità e l’appartenenza di un popolo e della propria terra, quanto piuttosto per salvaguardare la forza e il valore della Costituzione. Ripeto, l’articolo 2 parla di dovere’ di solidarietà.

A. Bacchin

fonte: Gazzettino
08/05/2007

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NOTA BEN: la Botega de Raixe Venete par qualche jorno no sarà ativa: tuti i ordini i vegnerà evaxi da metà setenbre, dopo la Festa dei Veneti 2017 che se tegnerà a Cittadella/Sitadela -PD- el 9 e 10 de setenbre! Te spetemo a la Festa co tuti i nostri prodoti!