Il principio di autodeterminazione dei popoli

L’autodeterminazione dei popoli è il principio in base a cui i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna), e di essere liberi da ogni dominazione esterna, in particolare dal dominio coloniale (autodeterminazione esterna). Proposto durante la rivoluzione francese e poi sostenuto, con diverse accezioni, da statisti quali Wilson e Lenin, tale principio implica la considerazione dei diritti dei popoli in contrapposizione a quelli degli Stati come apparati di governo. Il principio costituisce una norma di diritto internazionale generale, cioè una norma che produce effetti giuridici (diritti e obblighi) per tutta la comunità degli Stati. Rappresenta pure una norma di ius cogens, “diritto cogente”, ovvero inderogabile [lo ius congens, in diritto internazionale, indica il complesso delle norme consuetudinarie poste a tutela di valori ritenuti fondamentali e a cui non si può in alcun modo derogare]. Si tratta di un principio supremo ed irrinunciabile di diritto internazionale e, come ogni disposizione di diritto internazionale, viene ratificato dalle leggi interne di uno Stato. Questo, nel caso dell’Italia, è stabilito dall’art. 10 della Costituzione; la legge di ratifica è la n. 881/1977. In tal senso, il principio ha la stessa efficacia di una legge interna, e prevale sulle leggi statali (Cassazione penale, sentenza del 21.03.1975).

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Il principio di autodeterminazione fu solennemente annunciato dal presidente americano Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles del 1919, e avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi confini, ma invece fu applicato in modo discontinuo e arbitrario, fattore che avrebbe contribuito non poco alla graduale destabilizzazione e al definitivo sovvertimento dell’ordine di Versailles. In particolare, il principio trovò applicazione nella definizione dei nuovi confini delle potenze della triplice alleanza uscite sconfitte dalla prima guerra mondiale. Il principio si è compiutamente sviluppato dopo la fine della seconda guerra mondiale, grazie all’intervento dell’ONU.

La Carta delle Nazioni Unite, al capitolo I (principi e fini dell’organizzazione), all’art. 1, par. 2. individua come fine dell’ONU: “…sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli…”. Un’altra delle principali convenzioni che sanciscono questo irrinunciabile diritto è il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966, che è la convenzione recepita dall’Italia con la legge n. 881/1977. Si tratta della più importante convenzione giuridica internazionale sui diritti umani e, all’art. 1, co. 1, recita: “Tutti i popoli hanno diritto di autodeterminazione.  In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale”. Altro passo fondamentale è stata la Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra Stati del 1970, in cui venne sancito il divieto di ricorrere a qualunque misura coercitiva suscettibile di privare i popoli del loro diritto di autodeterminazione. Ancora più chiaramente si è espressa la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) del 1975, in cui si afferma il diritto ogni popolo di stabilire in piena libertà, quando e come desidera, il proprio regime politico senza ingerenza esterna e di perseguire come desidera il proprio sviluppo culturale, sociale ed economico; ossia, in ultima analisi, di determinare in autonomia il proprio assetto costituzionale. Il principio ha favorito la decolonizzazione, consentendo agli Stati in via di sviluppo di indire nuove elezioni, darsi una costituzione propria e scegliere la forma di governo senza pressioni da parte degli Stati più sviluppati.

L’autodeterminazione consente a ciascun popolo la facoltà di scegliere sia la forma politico-istituzionale con la quale collocarsi nell’ambito dei rapporti internazionali (Stato indipendente, federale o confederato, fuso con altro Stato) sia il regime politico-economico interno. Si parla appunto di autodeterminazione esterna ed interna. E’ un principio innegabile: se un popolo non è libero di autodeterminarsi, non è sovrano. Ci troviamo in presenza di un’importante conquista giuridica: l’autodeterminazione dei popoli, da mero principio politico, è divenuto un diritto fondamentale espressamente riconosciuto dalla legge (scritta) universale dei diritti umani.

Nella prassi l’autodeterminazione esterna è stata sempre accettata e acclarata; invece, l’autodeterminazione interna pare sia ancora oggetto di contestazione, nella misura in cui non esistono disposizioni scritte circa le caratteristiche giuridiche che dovrebbe possedere un popolo per accedere a tale diritto. Francamente sembra un’argomentazione piuttosto debole: la definizione di popolo è chiara, identificando un gruppo di individui etnicamente omogeneo, unito ed autonomo nonché dotato di un proprio ordine interno. Etnia, dal greco ethnos (“nazione”), indica un agglomerato umano fondato sulla comunità o sulla forte affinità di caratteri fisico-somatici, culturali, linguistici, e storico-sociali. Ecco le caratteristiche.

Sotto altro aspetto, il principio non deve essere inteso valido solo per il popolo nel suo insieme, ma anche per ogni singolo individuo. La costituzione italiana, riconoscendo la sovranità del popolo, che è l’entità che ha fondato lo Stato, riconosce implicitamente che, per consentirne la formazione, sul piano ontologico ogni individuo deve aver ceduto e rinunciato al diritto all’esercizio della sovranità individuale integrale.  Se, da un lato, il sistema contesta il diritto all’autodeterminazione interna dei popoli, dall’altro, postula nei fatti una sorta di principio di autodeterminazione dell’individuo. Si tratta, come tale, di un principio di autodeterminazione interna, che produce effetti all’esterno, quindi contiene in sé anche il diritto all’autodeterminazione esterna, del quale è causa. Va da sé che l’ordinamento giuridico richiede di continuo al singolo di autodeterminarsi, in quanto esso ordinamento ha necessità di conoscere lo status o la qualificazione giuridica di un dato soggetto per poter stabilire quale diritto applicargli (persona fisica o giuridica, essere umano, straniero, apolide, padre di famiglia, ecc.). E questa è senza dubbio una scelta autonoma.

 

fonte: demetriopriolo.altervista.org

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