I VENETI E L’ANTICA LINGUA VENETICA

1.0 Introduzione

Terminata la trattazione sull’Etrusco ed accantonato a data da destinarsi il “progetto Miceneo” (che, comunque, abbiamo deciso di riservare a it.cultura.classica, ove crediamo possa essere maggiormente “di casa”), proseguiamo con le lingue dell’Italia antica. Ci spostiamo stavolta piu’ a nord per occuparci degli antichi Veneti, della loro civilta’ e della loro lingua, collazionando un po’ di materiale reperito qua e la’; mi sia permesso di dedicare questo lavoro a tutti i frequentatori del NG provenienti dal Veneto o comunque di origine veneta.

1.1 / Chi erano i Veneti?

L’ “ethnicum” dei Veneti (<enetoí>, <ouénetoi>, ) è presente nella tradizione allo scopo di individuare popolazioni stanziate in svariate aree del mondo antico, dall’Asia Minore (i Veneti “troiani”), alla penisola balcanica (gli Eneti illirici), dall’Europa settentrionale e centrale (, , , distinti dai Sarmati; in Bretagna), alla regione laziale (i sono ricordati da Plinio come uno dei popoli laziali scomparsi ai suoi tempi). Come e’ possibile osservare, tale “ethnicum” è presente in aree diverse e lontane le une dalle altre; e la cosa ha una sua precisa ragione di essere.

La questione dell’amplissima diffusione del termine “Veneti” è stata affrontata dagli studiosi solo su base linguistica, mancando l’apporto della documentazione storico-archeologica: Giacomo Devoto, ad esempio, osservava che l’etnico <*wenet-> “non può identificarsi che con la base dei “conquistatori, organizzatori, realizzatori” e che “dovunque si trova attestata la parola “Veneti”, ivi si sono affermati rappresentanti di una organizzazione di tradizione linguistica indoeuropea, meritevole di essere definita e riconosciuta in confronto delle altre come quella sostanzialmente dei vittoriosi”.

A. L. Prosdocimi, nel tentativo di definire che cosa rappresenti l’etichetta “Veneti,” precisa che il termine è sinonimo di Indoeuropei e che, nella fattispecie, “i Veneti del Veneto rappresentano un filone di Indoeuropei il cui etnico era appunto o era avviato a divenirlo”. Mentre gli altri Veneti menzionati dalle fonti letterarie non risultano ancorati a nessuna realtà storico-culturale, solamente per i Veneti dell’Adriatico si è andata creando una sorta di mitistoria, cui corrisponde una ricchissima documentazione archeologica, supportata dalla conoscenza seppur parziale della lingua e della scrittura.

2. Le origini dei Veneti

Gli autori antichi concordano nell’attestare una provenienza orientale dei Veneti. L’origine orientale, o più specificamente troiana dei Veneti prende le mosse da un passo dell’Iliade (Il. II, 851-852), in cui il poeta ricorda, tra gli alleati dei Troiani, un gruppo di Paflagoni, guidati da Pilemene, dal forte cuore, che vengono dagli Eneti, il paese detto “delle mule selvagge”:

Paphlagonôn d’hégeito Pylaimenéos lásion kêr ex Enetôn, hóthen hemionôn génos agroteráon

“Guidava i Paflagoni Pilemene, cuore maschio, dalla regione degli Eneti, dov’è la razza delle mule selvagge”

Qualunque sia la corretta interpretazione del termine (o nome di popolo, o nome di città), è indubbio che a questo luogo omerico faccia riferimento tutta la tradizione classica, greca e latina, che fa provenire i Veneti dall’Asia Minore, nella fattispecie dalla Paflagonia, regione che si snoda lungo le sponde meridionali del Mar Nero. In tale direzione si susseguono le notizie negli autori antichi, dai greci Euripide e Teopompo, ai latini Catone e Cornelio Nepote, informazioni che trovano una codificazione in età augustea (27 a. C.-14 d. C.).

2.1 I Veneti nella tradizione letteraria latina

Tito Livio e Virgilio, “voci ufficiali” del nuovo regime instaurato da Ottaviano Augusto, ricollegano i Veneti ad Antenore, eroe scampato alla distruzione di Troia e mitico fondatore di Padova. Tito Livio racconta che morto Pilemene a Troia, gli Eneti, già cacciati dalla Paflagonia, senza una patria e una guida, si rivolsero ad Antenore (Liv. I, 2-3): “con un gruppo di Eneti, … Antenore pervenne nella parte più interna dell’Adriatico, e cacciati gli Euganei, che abitavano fra il mare e le Alpi, gli Eneti e i Troiani occuparono quelle terre… L’intera gente prese il nome di Veneti”. Nell’Eneide virgiliana (Virg. Aeneidos. I, 242-249), Venere, angosciata per il lungo peregrinare del figlio Enea, contrappone a quest’ultimo la felice sorte di Antenore che, sfuggito dalle mani degli Achei, si addentrò nei golfi dell’Illiria, si spinse nel regno dei Liburni e, superata la fonte del Timavo, fondò in quelle terre la città di Padova e stabilì la sede dei Troiani. L’affiancare Antenore, nel suo viaggio verso Occidente, ad Enea , illustre esule troiano e leggendario fondatore di Roma, tradisce l’intento propagandistico di voler legittimare anche su base, per così dire, mitistorica, quella secolare “amicitia” fra i due popoli, Veneti e Romani, documentata dalle fonti antiche quantomeno a partire dalla guerra gallica del 225-222 a. C., in cui, secondo Polibio, i Veneti avrebbero scelto di stare dalla parte dei Romani (Pol. II, 23, 2-3: “Veneti e Cenomani, cui i Romani avevano inviato un’ambasceria, preferirono allearsi con quest’ultimi; perciò i re dei Celti furono costretti a lasciare una parte delle loro forze a difendere il paese dalla minaccia costituita da costoro”; lo stesso Polibio (II, 18, 2-3) ricorda il precedente aiuto fornito dai Veneti ai Romani in occasione del sacco di Roma del 390 a. C.: [i Celti…] “presero la stessa Roma, tranne il Campidoglio… avendo i Veneti invaso il loro territorio, conclusero un trattato con i Romani, restituirono loro la città e ritornarono in patria”. Tale notizia è stata interpretata da alcuni studiosi come una proiezione nel passato dell’allenza veneto-romana del 225 a. C.

Plinio il Vecchio, che scrive nel primo secolo d. C., si richiama a Catone, autore vissuto tra III e II secolo a. C., per qualificare i Veneti di “stirpe troiana” (Plin. Nat. Hist. III, 130: ). Risulta significativo che Plinio citi Catone, un autore alquanto antico, piuttosto che Virgilio o Livio, letterati vissuti nel I secolo a. C., che, nel clima di esaltazione politica e di propaganda della grandezza di Roma, promossa dall’imperatore Augusto, fanno provenire i Veneti dalla Paflagonia dopo la distruzione di Troia: in tale scelta si potrebbe ravvisare la volontà di Plinio di dare maggiore spessore storico alla sua definizione, ignorando volutamente la propaganda corrente a lui ben nota. Sebbene in un passato nemmeno tanto lontano la tendenza della critica fosse quella di cancellare secoli di tradizioni connesse all’origine dei popoli italici, tacciandole frutto di favole e di leggende, allo stato attuale della ricerca si assiste ad un interessante recupero delle tradizioni antiche e della mitologia. Nella fattispecie, la ricca documentazione archeologica pertinente alla civiltà dei Veneti, letta e valutata nell’ambito di quella vasta e fitta rete di scambi che contraddistingue le vicende del Mediterraneo dagli inizi del mondo greco, conferisce valore al mito.

Il Veneto, fin dagli albori della sua storia, si è sempre rivelato una terra di passaggio, di scambi (si pensi al commercio dell’ambra, dei metalli, delsale, del vino, della ceramica di provenienza attica), di accoglienza, e di commistione di civiltà, fra l’Egeo e l’Europa centrale, fra il mondo dei Greci e la civiltà etrusca, fra i Celti ed i Romani.

3. La civiltà Atestina, la cultura paleoveneta, i Veneti

3.1 I reperti della “civiltà Atestina”

Nel 1876, presso la stazione ferroviaria dell’odierna cittadina di Este, nel corso di lavori agricoli emersero due tombe di cremati, dotate di un ricchissimo corredo di vasi fittili e bronzei (fra i materiali vanno senz’altro segnalati due splendidi vasi di bronzo decorati con animali fantastici e figure umane). L’allora Conservatore del piccolo Museo estense, Alessandro Prosdocimi, diede il via ad una serie di campagne di scavo che, fra il 1876 e il 1882, portarono alla luce centinaia di sepolture: i ricchissimi materiali rinvenuti in quei contesti sepolcrali costituiscono ancor’oggi la maggior parte del patrimonio archeologico della protostoria Atestina. Nel 1882 lo stesso Prosdocimi pubblicò nelle Notizie degli Scavi un ampio articolo in cui, dopo sei anni di incessanti indagini di scavo e clamorose scoperte, tracciò il quadro di una nuova civiltà: la civiltà Veneta preromana poteva dirsi uscita dal mondo dell’intuizione e dell’erudizione leggendaria, per entrare a pieno titolo nella vasta problematica della protostoria italiana ed europea.

A partire dai primi anni del Novecento, grazie a nuove scoperte, gli studiosi appurarono che la cosiddetta civiltà Atestina, definità così da Prosdocimi dal nome antico di Este (lat. ), non era limitata al centro estense, bensì risultava attestata in un ambito geografico particolarmente vasto, esteso a occidente fino al lago di Garda e al fiume Mincio, a mezzogiorno fino al fiume Po, a settentrione fino al crinale alpino e ad oriente fino al Livenza e al Tagliamento e anche oltre, fino alla necropoli di S. Lucia di Tolmino, scoperta alla fine dell’800 dal noto Carlo Marchesetti.

A questa cultura, contraddistinta da caratteri peculiari, venne attribuito il nome di paleoveneta, meno restrittivo di Atestina, e al popolo la denominazione di Paleoveneti, per non creare equivoci con i Veneti moderni. Tuttavia, allo stato attuale della ricerca, sembra più corretto recuperare la storicità del nome “Veneti”, ben documentato nelle fonti letterarie.

3.2 Il “topos” dei cavalli veneti

Il poeta greco Alcmane, vissuto alla metà del VII secolo a. C., ricorda “un cavallo vigoroso corsiero […] enetico” e dei “puledri enetidi […] dalla Enetide, regione dell’Adriatico” (Alcman. fr. 1, 46-51; 172 = Voltan 4-5). Alcmane, che si ricollega ad Omero quando definisce la terra di origine degli Eneti “il paese delle mule selvagge”, è il primo autore a menzionare quello che diventerà il “topos” dei cavalli veneti e che avrà un largo seguito presso i successivi autori greci e latini.

Il frequente ricorrere nelle fonti antiche di questo tema sottintende un’attività economica, quella dell’allevamento equino, particolarmente apprezzata dai contemporanei; attività che da semplice fonte economica primaria divenne, nel corso del tempo, fonte competitiva di ricchezza nell’ambito degli scambi e delle relazioni commerciali fra Europa e Italia. Per citare un esempio, in seguito alla conclusione delle guerre istriche, il “regulus” dei Galli transalpini Cincibilo, assieme a Carni, Giapidi ed Istri, inviò, nel 171 a. C, un’ambasceria a Roma per lamentarsi del console Caio Cassio Longino, che aveva intrapreso, di sua iniziativa, una spedizione per raggiungere la Macedonia via terra, e che, dopo aver ottenuto la loro collaborazione (probabilmente in base ai patti esistenti), li aveva trattati come nemici (“pro hostibus”), saccheggiando i loro territori.

Anche in questa occasione, il Senato deprecò il comportamento del console, che fu richiamato a Roma, e inviò ambasciatori al di là delle Alpi con doni per i “reguli”, in modo da ristabilire le buone relazioni. In occasione della medesima ambasceria a Roma, i notabili gallici chiesero il permesso ai Romani di acquistare dai Veneti fino ad un massimo di dieci cavalli di razza a testa e di esportarli nel Norico (corrispondente grosso modo all’odierna Austria).

4. Il panorama archeologico e le indicazioni culturali

4.1. Introduzione

Fin dai primi anni del Novecento, importanti scoperte archeologiche, unite a rinvenimenti occasionali, contribuirono a delineare la fisionomia del Veneto protostorico: la realtà preromana di Padova, che solo in questi ultimi decenni è stata realmente compresa; la necropoli di Montebelluna, terzo polo geografico dei Veneti ; le tombe di Mel, lungo la valle del Piave; il luogo di culto di Lagole di Calalzo (che ha rivelato una documentazione linguistica analoga a quella rinvenuta alla fine dell’800 oltralpe, a Gurina, al di là del passo di Monte Croce Carnico, nella valle della Gail); il Veneto orientale con i centri di Altino, Oderzo, Concordia, fino ai territori compresi fra il Tagliamento e l’Isonzo.

4.2. Prima Età del ferro (VIII-VI secolo a.C.)

A partire dall’VIII secolo a. C. compaiono i caratteri di una poleografia organizzata, con centri di pianura di primaria importanza, posti al controllo dei principali fiumi del territorio (dall’Adige al Tagliamento), uniti a centri comprimari o minori, situati presso i medesimi corsi d’acqua. Un aspetto da segnalare è lo stretto rapporto delle città venete con l’acqua, ben rilevato dalle fonti antiche. Strabone qualifica i centri veneti come “città simili ad isole”, circondate dall’acqua e poste su importanti vie di transito. Anche le necropoli, situate esternamente ai centri urbani, risultano essere spesso dislocate in aree attigue all’acqua: anzi talvolta sono proprio i corsi d’acqua a marcare il confine fra la città dei vivi e quella dei morti, corsi d’acqua che devono essere attraversati nell’ultimo viaggio dal mondo terreno all’aldilà.

Nell’VIII secolo a. C., quando al popolamento sparso e diffuso tipico del IX secolo subentra la nascita di nuovi centri, che sorgono in aree nuove o con uno spostamento areale rispetto ai precedenti, i poli del nuovo sistema sono i centri di Este e Padova (Veneto euganeo); la loro centralità nell’ambito del panorama italico ed europeo sembra aver determinato la crisi del Veneto orientale, che risulta invece caratterizzato, nel passaggio fra la fine del bronzo-inizio ferro, da una generalizzata continuità di occupazione e da una decisa vitalità, quale area di raccordo fra il comparto circumadriatico e la fascia alpina e transalpina. Dalla metà dell’VIII secolo inizia a manifestarsi un’articolazione in classi, distinte in base al rango e al ruolo: i corredi funerari risultano contraddistinti da una diversa qualità e quantità dei materiali. Nel VI secolo a. C. si registrano delle trasformazioni nel quadro degli insediamenti, che sfociano in una fase decisamente urbana. Nascono nuovi poli d’attrazione, quali Vicenza, a cui si connette il ripopolamento delle colline circostanti, Altino, Adria.

4.3. Seconda Eta’ del ferro (V-II secolo a.C.)

Nella seconda età del ferro, se da un lato si realizza la massima espansione territoriale dei Veneti, dall’altro comincia a verificarsi una certa dissoluzione legata alla pressione esercitata da altre realtà etnico-culturali, quali gli Etuschi padani, i Celti, i Reti. Indizi primari del passaggio alla fase urbana sono la trasformazione dell’edilizia domestica (le capanne vengono sostituite da strutture in muratura), il cambiamento del rituale funerario (si accentua il rituale del simposio-banchetto, mutuato dall’ambito greco-etrusco), l’attestazione di luoghi di culto (eco della religiosità pubblica della civiltà etrusca fra VII-VI secolo a. C.), spesso ubicati presso corsi d’acqua e-o direttrici commerciali, la nascita del concetto di confine, la diffusione della scrittura. Alle importazioni ceramiche (ceramica attica e-o etrusco-padana; precoci materiali di matrice celtica o cetizzante, quali fibule di tipo tardohalstattiano centroccidentale e ganci traforati) si affianca una produzione locale di imitazione (ad esempio la ceramica fine da mensa in argilla semidepurata e grigia).

4.4. L’arte delle “situle”

Le “situle” sono vasi di bronzo a forma di secchio, attestati anche nel mondo orientale e centroeuropeo, che i Veneti producono largamente e sono soliti decorare con motivi geometrici e figurati. La provenienza di questi manufatti è prevalentemente funeraria, in quanto essi venivano usati come recipienti per contenere i resti della cremazione dei defunti. Questi vasi bronzei venivano lavorati con la tecnica dello sbalzo, o a stampo o a incisioni: nella fase più antica la decorazione fu esclusivamente geometrica, successivamente figurata (ad esempio nella nota situla Benvenuti, rinvenuta nella necropoli nord ad Este e datata alla fine del VII secolo a. C., sono rappresentati uomini intenti in varie attività della vita quotidiana, animali reali, esseri fantastici, fiori e virgulti).

4.5 Gli ex voto

Gli ex voto, connessi ai luoghi di culto, possono rivelare dei caratteri comuni, ma possono anche manifestare delle diversità, delle specifiche diversità da centro a centro. Nella fattispecie gli ex voto (prevalentemente di bronzo) e alcune caratterische cultuali evidenziano una netta dicotomia fra l’area sud-occidentale (che gravita sul territorio di pertinenza atestina) e l’area nord-orientale (di pertinenza patavina).

Caratteristica dell’area di gravitazione altinate è la presenza di una forte componente femminile, contraddistinta, ad esempio, dalla divinità Pora-Reitia, dalle immagini e dalle dediche femminili, dai doni legati alla filatura-tessitura e dai riti di passaggio che coinvolgono le giovani fanciulle (ad esempio quello della scrittura). Tipica dell’area soggetta all’influenza patavina è l’assenza di immagini femminili e la preminenza di dediche e offerte maschili. Di raccordo appare l’area altinate-trevigiana.

4.6 Il costume dei Veneti dalla documentazione figurata

E’ soprattutto dalla documentazione iconografica di natura cultuale (bronzetti e oggetti ex voto), attestata a partire dal V secolo a. C., che si ricavano informazioni utili circa il costume degli antichi Veneti. Complessivamente si può affermare che il costume veneto doveva differenziarsi, oltre che nei colori e nei modelli degli abiti, anche nelle guarnizioni, nel numero e nel tipo dei monili e nella foggia della cintura. Il costume non mutava solamente in base al tipo di occasione pubblica in cui veniva indossato, ma anche secondo lo status sociale che era in grado di qualificare. Al riguardo è stata formulata l’ipotesi che l’atto del vestirsi doveva essere non una semplice scelta privata, bensì doveva corrispondere ad un sistema di comunicazione sociale.

5. Lingua e scrittura. Fonti epigrafiche.

5.1. La lingua Venetica

L’identità etnico-culturale dei Veneti è contraddistinta, oltre che dalle espressioni di cultura materiale, anche da una lingua comune, definita “Venetico” (qui la denominazione di “Veneto” avrebbe effettivamente potuto ingenerare confusione con gli odierni dialetti Veneti).

Il venetico risulta attestato nel Veneto centrale e meridionale (Este, Padova, Vicenza, Adria); nell’area dolomitica cadorina (Lagole di Calalzo, Belluno); nella valle della Gail (Würmlach, Gurina); nel Veneto orientale (Montebelluna, Altino, Oderzo); man mano che ci si muove verso Est, le testimonianze, seppur presenti, si fanno sporadiche (allo stato attuale della ricerca nell’area friulana si contano circa una ventina di iscrizioni).

5.1.1 La classificazione linguistica del Venetico e la scrittura

Se il riconoscimento del venetico come una lingua appartenente al ceppo indoeuropeo è stato un dato acquisito fin dagli inizi degli studi linguistici, meno univoca è stata la classificazione di questa lingua: da ultimo, in base alle recenti acquisizioni, è stata riconosciuta una rilevante affinità del venetico con il latino. La documentazione della lingua venetica si deve esclusivamente alle iscrizioni (allo stato attuale delle conoscenze si possiedono oltre 400 testi). Esse sono redatte in un alfabeto di chiara derivazione etrusca, adattato alle esigenze fonologiche della lingua venetica: l’acquisizione dell’alfabeto etrusco è avvenuta in due fasi, una più antica (inizi del VI secolo a. C.) di matrice settentrionale (Chiusi), e una più recente (di poco posteriore) di matrice meridionale (Veio). Una caratteristica della scrittura venetica è l’uso della puntuazione, cioé di punti che, secondo regole complesse, precedono e seguono le lettere, quando queste si trovano in posizioni particolari. La puntuazione ha una funzione connessa all’insegnamento della scrittura, che pare basato sulla sillaba (proprio dalla città di Este provengono le testimonianze più complete di tutta l’Italia antica per quanto riguarda l’insegnamento della scrittura). La constatazione che le iscrizioni più antiche sono prive di puntuazione (la più antica iscrizione finora nota, databile al VI secolo a. C., il cosiddetto “Kantharos di Lozzo”, attesta una prima fase di scrittura senza puntuazione), e rivelano delle differenze nell’uso e nella forma di alcune lettere confermerebbe la tesi che i Veneti mutuarono per almeno due volte l’alfabeto dagli Etruschi, in tempi diversi e da aree geografiche diverse (Chiusi e Cerveteri o Veio). Altri aspetti notevoli sono la scrittura procedente da destra verso sinistra e le parole scritte tutte di seguito (“scriptio continua”), senza essere divise (la puntuazione, come si è accennato, non aveva una funzione divisoria).

5.1.2. Natura delle iscrizioni in Venetico

Circa l’ambito cronologico, le iscrizioni vanno dal VI secolo a. C. al periodo della romanizzazione. Per quanto riguarda i contenuti, si tratta -come e’ lecito attendersi- quasi esclusivamente di iscrizioni funerarie o votive, ad eccezione di alcune iscrizioni confinarie e pubbliche. I testi sono brevi e ripetitivi, in quanto redatti secondo stereotipi relativi a ciascuna classe testuale; a tale riguardo si veda cio’ che abbiamo detto nella trattazione sull’Etrusco. Ciò inevitabilmente condiziona la conoscenza del venetico: lessico e morfologia si conoscono in misura ristretta, mentre è noto un ampio repertorio onomastico, da cui si desumono interessanti informazioni di natura sociale ed istituzionale.

5.1.3 Onomastica

Di analoga derivazione etrusca è anche la formula onomastica binomia: essa in genere è caratterizzata da un nome individuale e un appositivo derivato dal nome del padre, con suffisso <-io> o <-ko>; per le donne il patronimico può essere sostituito dal gamonimico proveniente dal nome del marito con suffisso <-na>. Non mancano le attestazioni di una formula onomastica trinomia, che nel caso delle donne è stata spiegata con la presenza sia del patronimico che del gamonimico. Rimangono tuttoggi al vaglio degli studiosi alcuni aspetti del sistema onomastico venetico, soprattutto per quanto riguarda le implicazioni di natura giuridico-sociale.

6. Testi di iscrizioni in Venetico

6.1. Introduzione

Presentiamo qui i testi di alcune iscrizioni in lingua Venetica, da Este e dalla zona del Cadore. I testi sono riportati senza puntazione e con le parole separate; ad ogni testo segue una traduzione letterale italiana ed un breve commento linguistico per le parole piu’ importanti.

6.2. Iscrizioni Atestine

a) il “Kantharos di Lozzo”

Alkom nometlon S’ikos Enogenes vilkenis horvionte donasan “Sikos e Enogenes donarono devotamente alle divinita’ (questo) cantaro [….]”

Emergono gia’ da questa prima iscrizioni i caratteri perfettamente indoeuropei del Venetico: il nominativo singolare maschile in < -s> e l’accusativo singolare in < -m/-n>, la presenza delle declinazioni con vocale tematica (< Sik-o-s>, , < alk-o-m>, < nometl-o-n >, il dativo plurale in < -is > (< vilken-is >). Evidente il parallelismo con il latino. Attestato il verbo del “donare”, il piu’ frequente nelle iscrizioni venetiche; a differenza del latino, pero’, il Venetico presenta regolarmente forme di perfetto (aoristo?) sigmatico caratterizzato dal morfema < -s- > anche nella prima coniugazione: < donasan > (lat. < donaverunt >, ma cfr. i perfetti sigmatici come < scrip-s-i >, < *dic-s-i>: ). Qui il Venetico presenta una decisa isoglossa con gli aoristi sigmatici greci del tipo < é-ly-s-a >.

b) “ovoide” di calcare

ego Vhontei Ersinioi vineti karos vivoi oli alekve murtuvoi atisteit “io (fui) caro al veneto Vonts Ersinios da vivo ed a lui stetti davanti […] da morto”

Da notare la perfetta identita’ del pronome personale < ego > con l’analoga forma latina; il Venetico, pero’, presenta l’ampliamento in gutturale sonora anche negli altri casi della declinazione: acc. < mego > “me, mi”, confrontabile direttamente con il greco < emé-ge > (nom. < égoge >) e soprattutto con il germanico <*mik >, tedesco mod. . Da questa iscrizioni appaiono testimoniate numerose forme di dativo, sia dei temi vocalici (< Ersini-o-i >, < viv-o-i >, < murtuv-o-i >), sia consonantici (< Vhont-ei >; tutte forme perfettamente corrispondenti a quelle latine arcaiche (per < Ersinioi > si potrebbe citare il celebre < Numasioi > della “Fibula prenestina”, se non fosse per il non trascurabile particolare che la fibula e’ quasi sicuramente un falso; per < Vhontei > si confronti una forma come < regei >, attestata piu’ volte). L’interessantissimo < oli > “a lui, gli” e’ il dativo singolare del pronome corrispondente al latino < ille >, arcaico < olle >. L’iscrizione ci attesta anche il nome etnico dei Veneti; da notare anche la forma verbale < atisteit >, corrispondente in tutto e per tutto al latino < adstiti > (< *ad-steti >).

c) Situla bronzea sepolcrale

ego Nerkai Trostiiai “io (sono di) Nerka Trostia”

Attestazione di genitivo singolare femminile di temi in -a-: < Nerk-a-i Trostii-a-i >, ancora una volta perfettamente corrispondente a quello latino arcaico in < -ai > ( < rex Albai Longai > ancora in Virgilio, come voluto arcaismo), poi passato al classico < -ae >.

6.3 Iscrizioni cadorine

Da Lagole di Calalzo: iscrizioni votive a Trumusiate Sainate su manici di simpulo e altri oggetti

a) Surus Resunkos donasto Trumusiatin “Suros Resunkos donò a Trumusiate” b) Votos Naisonkos donasto Tribusiatin “Votos Naisonkos donò a Trumusiate”

Due iscrizioni stereotipate analoghe che ci attestano la terza persona singolare del perfetto (aoristo?) munita del morfema sigmatico gia’ visto in < donasan > e della desinenza < -to >, probabilmente di origine e valore di medio (cfr. le forme medie greche come aor. < etheásato >, impf. < enomízeto >). Il dativo singolare e’ munito di una < -n> di funzione non chiara (forse simile al “ny efelcistico” greco?).

c) Oppos Aplisikos doto donom Trumusiiatei “Oppos Aplisikos diede (come) dono a Trumusiate” d) Klutavikos doto donom S’ainatei “Klutavikos diede (come) dono a Sainate”

Formule del tutto analoghe alle precedenti, ma attestanti il perfetto (aoristo?) atematico del verbo del “dare”: < do-to>. Il latino, come e’ noto, presenta qui un perfetto con raddoppiamento ( ), mentre il greco < dídomi > ha forme di aoristo atematico solo nelle persone plurali ( < é-do-men >, < é-do-te >); nelle persone singolari, invece, e’ presente un’ampliamento in < -k- > ( <é-do-k-a > ecc.) di origine sicuramente molto antica e gia’ attestato nel miceneo ( < do-ke > ).

Da Valle:

e) eik Goltanos doto Louderai […]kanei “io Goltanos diedi (= offrii) a Loudera […]

A parte la forma di perfetto atematico < doto > gia’ vista nelle iscrizioni precedenti, qui e’ interessante la forma del pronome personale di 1a persona, < eik >, che appare con un dittongo e priva della < -o > finale. Si tratta di un’iscrizione piu’ recente, che ci attesta una forma molto vicina al germanico < *ik >, ted. moderno < ich >, olandese < ik >. Si noti il nome della divinità, < Loudera >, dal palese significato di “Libera” e molto vicina a quella che deve essere stata la forma originaria indoeuropea LEUDHEROS / LOUDHEROS (latino < liber >, greco < e-léutheros >).

7. Precoci rapporti fra Veneti e Celti

Proprio dall’onomastica Venetica emergono indizi non solo dei precoci rapporti fra i due popoli, ma anche dell’inserimento dei Celti nell’ambito della società veneta. Da segnalare una serie di ciottoloni iscritti, rinvenuti a Padova, i quali hanno consentito di ricostruire una sorta di prosopografia che ci illumina sulle modalità dell’integrazione. Altro caso interessante è quello di Este, dove dai documenti epigrafici risultano attestati dei sistemi onomastici di donne venete con gamonimico (nome del marito) celtico, e di donne celte con gamonimico veneto; si ebbero dunque frequenti matrimoni misti. L’elemento celtico risulta particolarmente documentato in località quali Oderzo, Altino e la valle del Piave.

8. Il passaggio dei Veneti alla romanità

8.1 Aspetti storico-archeologici

I Veneti, i cui contatti con i Romani risultano documentati quantomeno a partire dalla fine del terzo secolo, furono sempre in buoni rapporti con Roma, e questo risulta in modo esplicito dalle fonti letterarie che li citano come alleati dell’Urbe nei più importanti eventi bellici del tempo (ricordiamo che Polibio fa entrare i Veneti nella storia di Roma in occasione del “tumultus Gallicus” del 390 a. C.: i Galli Senoni, guidati da Brenno, avrebbero desistito dall’assedio dell’Urbe in quanto minacciati dai Veneti nelle loro sedi padane). Nel catalogo polibiano dei “milites” messi a disposizione dei Romani dagli alleati alla vigilia della guerra gallica del 225-222 a. C., i Veneti compaiono con un contingente di circa 10.000 uomini. Durante la “Bellum Hannibalicum” (218-201 a. C.), Asconio Pediano, un veneto dell’aristocrazia di Patavium (Padova), si distinse nelle operazioni condotte da Marco Claudio Marcello sotto le mura di Nola, durante l’assedio cartaginese della città. Nella guerra sociale (o “bellum Sabellicum”), i Veneti rimasero a fianco dei Romani, come risulta da alcune interessanti testimonianze epigrafiche.

Una doppia serie di ghiande missili, con iscrizione, rispettivamente, venetica e romana (<opitergin(orum)>, degli Opitergini) fu scagliata da un reparto di frombolieri () provenienti da Oderzo (, toponimo formato chiaramente con la diffusissima radice celtica del “mercato”, <*terg->, presente anche in ) durante l’assedio di Asculum (Ascoli Piceno). Un altro genere di proiettile, una sorta di campana di piombo con due iscrizioni venetiche, fu lanciata da un , probabilmente di Ateste (Este), contro qualche reparto di insorti presso Montemanicola (L’Aquila), nel territorio degli antichi Vestini.

Quando Roma, dunque, diede il via al processo di espansione nella valle Padana, nell’ultimo venticinquennio del III secolo a. C., i Veneti, accomunati dalla comune politica antigallica, non ostacolorano tale avanzata, e, in seguito alla riconquista della Cisalpina dopo il passaggio di Annibale, non subirono confische o fondazioni di colonie, ad eccezione di un settore collocato ai loro confini orientali, che, dopo aver subito nel 186 a. C. un’occupazione da parte di 12.000 Galli Transalpini, ed essere divenuto , fu, dopo la loro espulsione, ridotto ad e destinato all’impianto della colonia di diritto latino di Aquileia (181 a. C.).

La fondazione di Aquileia, la presenza di Marco Emilio Lepido a Padova per dirimere dei conflitti interni, i cippi confinari fra Este-Padova e tra Este-Vicenza, che documentano un concetto prettamente romano di controllo del territorio, la costruzione nel 148 a. C. della via Postumia , la grande arteria padana che metteva in collegamento Genova ad Aquileia, sancirono via via la fine dell’autonomia e dell’indipendenza dei Veneti, pur nel nome dell’amicizia con il popolo romano (come risulta ad esempio attestato dalla stele di Ostiala Gallenia, moglie veneta di un romano). La realizzazione di un’importante rete viaria facilitò la creazione di intensi rapporti fra l’Italia centrale e le regioni a nord del Po, la cui ricchezza e fertilità, ben decandate da autori antichi quali Catone e Polibio, attrassero cittadini romani e alleati latini e italici.

Questa immigrazione spontanea favorì in modo lento e graduale l’acculturazione romana. Tale fenomeno procedette in modo pacifico e “indolore” tanto che pian piano i Veneti abbandonarono le loro tradizioni politiche, economiche, artistiche e religiose in favore della cultura romana. Un notevole impulso al processo di romanizzazione venne dal provvedimento attribuito a Pompeo Strabone, noto come (legge Pompea sui Transpadani), con cui gli abitanti dei territori a nord del Po ricevettero lo , ossia il diritto latino. Un ulteriore passo verso la piena romanizzazione fu compiuto fra il 49 e il 42 a. C., quando a tutto il territorio fra le Alpi e il Po fu estesa la cittadinanza romana.

8.2 Aspetti linguistici

Anche dal punto di vista linguistico il passaggio dal venetico al latino fu lento e graduale. Un elemento che presumibilmente favorì questo trapasso fu, come abbiamo gia’ visto, la stretta somiglianza della lingua Venetica con quella latina, che doveva suonare all’orecchio dei Veneti niente affatto estranea: il Venetico infatti presenta a tutti i livelli (fonetica, morfologia, lessico) notevolissime affinità con il latino (ciò ha portato a formulare l’ipotesi che in un’epoca molto antica, precedente agli stanziamenti nelle rispettive sedi storiche, i due popoli fossero insediati in aree vicine e parlassero due lingue molto simili, quasi due dialetti della stessa lingua. Dato che l’area preistorica dei Protolatini e’ stata con sufficiente certezza individuata nelle selve della Turingia, e’ presumibile che anche i Protoveneti fossero stanziati non lontano, dopo la diaspora indoeuropea).

Sono ancora una volta i documenti epigrafici a consentirci di osservare questo passaggio dal Venetico al latino: in una prima fase assistiamo all’abbandono dell’alfabeto Venetico, mentre la lingua può dirsi ancora Venetica; si ha quindi un Venetico seriore scritto con l’alfabeto propriamente latino. Segue l’abbandono della formula onomastica locale per l’adozione del sistema onomastico romano dei “tria nomina” (prenome, gentilizio, cognome); infine vengono abbandonati gli idionimi propriamente venetici, che talvolta, pero’, sopravvivono nella forma di cognome. Ad esempio, nel santuario di Lagole nel Cadore le dediche alla divinità encoria vengono gradualmente sostituite con le dediche ad Apollo.

Ancora, il trapasso alla romanizzazione si può seguire da vicino negli epitafi delle necropoli di Ateste (Este): da una fase di piena veneticità, caratterizzata da una scrittura, lingua, formulario e onomastica venetici, si passa, attraverso fasi intermedie in cui coesistono moduli dell’una e dell’altra cultura (alfabeto latino con formulario venetico; alfabeto e formulario latini con onomastica venetica), ad una fase in cui si accetta totalmente il modello portato dai Romani negli epitafi che sono ormai latini (solamente il permanere di basi onomastiche locali tradisce il legame con la tradizione degli antichi Veneti.

9. Conclusioni

L’antica civilta’ Veneta presenta dunque in ogni suo aspetto caratteri di indoeuropeicità, a partire dalla lingua. Purtroppo, come nel caso dell’Etrusco, le testimonianze, seppur relativamente numerose, sono quasi totalmente univoche e non possono fornire altro che un’idea, anche se piuttosto chiara, delle sue caratteristiche.

Quale che ne sia il motivo storico, il Venetico, come abbiamo visto, e’ assai simile al latino. Anzi, per molti versi il Venetico e’ l’antica lingua italica (escluse quelle facenti parte dell’area latina propriamente detta, come ad esempio il Falisco) piu’ simile al latino, ben piu’, ad esempio, di lingue geograficamente piu’ vicine come i dialetti sabellici (Osco e Umbro in primis). I dialetti sabellici, pur pienamente indoeuropei, appartengono ad un ceppo forse non originariamente legato a quello latino; se non fosse per l’onomastica, invece, alcune iscrizioni in Venetico potrebbero essere tranquillamente prese per testimonianze di una qualche forma di latino arcaico (certo con qualche decisa particolarita’).

Su tutto questo agiscono le influenze piu’ o meno marcate dell’unico popolo italico sicuramente non di origine indoeuropea (gli Etruschi), seppur pienamente inserito nella realta’ culturale “italica”; ma se e’ vero che anche i Veneti hanno ricevuto la scrittura dagli Etruschi (e la diffusione dell’alfabeto greco occidentale e’ forse il maggior contributo culturale degli Etruschi all’antico Occidente), le iscrizioni in Venetico non attestano nessun prestito, diretto o indiretto, dall’Etrusco. Da quel poco che ne sappiamo, il Venetico presenta un carattere maggiormente “autoctono” di quello del latino, dove i prestiti, sia Etruschi che sabellici, si sono fatti strada fin dai primordi.

Un altro apporto da non trascurare, sia linguistico che culturale, e’ quello celtico. Per quanto riguarda gli aspetti linguistici, abbiamo visto che esso si limita esclusivamente all’onomastica (anche se certamente non e’ da escludere che qualche termine celtico, come l’onnipresente <*tergium>, sia passato nel Venetico); e’ necessario anche tener conto che gli antichi dialetti celtici continentali non dovettero essere grandemente dissimili sia dal latino che dalle altre lingue italiche, tanto che, per un po’, si e’ parlato addirittura di un gruppo “italo-celtico”. Certo, vedendo l’aspetto delle attuali lingue celtiche insulari questo non si direbbe…ma questo e’ ovviamente un altro discorso.

Per concludere, il Venetico e’ stata comunque una realta’ linguistica ben definita e testimoniata. Scomparso come tutte le altre lingue italiche “inghiottite” dal latino e dalla romanita’, deve essere comunque rimasto come sostrato sul latino importato in quelle regioni e, in ultima analisi, deve aver contribuito indirettamente anche ai peculiari caratteri di quello che viene chiamato il “latino aquileiese”.

  • luigino scrive:

    Articolo di buon valore, se possibile saperne di più sulla repubblica della serenissima fino al 1797, con stemmi dei feudi, statuti e quant’altro.In attesa porgo a tutti voi i miei più stimati saluti. Dr. Bressan

  • luciano.comelli@uniroma1.it scrive:

    Interessante ma poco condivisibile l’idea di un influsso sul latino aquileiese: perchè proprio su quello, così eccentrico e così “vicino” invece alla pressione linguistica sabellica (per via della colonizzazzione), celtica ed illirica?

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