Giovane ricercatore della Normale svela l’origine del termine “mona” in un saggio

Di Sergio Frigo

 

Sulla qualità e il tema del volume, per quanto pruriginoso, nulla da eccepire, anche per gli austeri professori della Normale di Pisa, dove lavora l’autore, Luca D’Onghia. Ma è stato sul titolo che hanno dovuto discutere molto, anche con l’editore, la padovana Esedra. “Un’esperienza etimologica veneta”, come volevano, era ineccepibile ma, diciamo, piuttosto reticente: non svelava infatti l’argomento, che è il termine veneto che indica sia l’organo sessuale femminile che una persona decisamente sciocca. Alla fine si è trovato un compromesso su un sottotitolo che ha finito per sdoganare il termine “proibito” da parte di una delle più prestigiose istituzioni culturali italiane: “Per la storia di mona”.

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L’autore del saggio – giovane ricercatore, veneto per parte di madre (e dunque dotato, parole sue, di “competenza passiva” in materia) – mette in campo le sue notevoli competenze nella letteratura dialettale del Rinascimento (negli anni scorsi ha pubblicato le edizioni critiche commentate del Saltuzza di Andrea Calmo e della Moschetta di Ruzante), per contestare le etimologie che finora andavano per la maggiore: una faceva derivare il termine “mona” dal latino “mea domina”, mia signora, mia padrona, da cui viene anche Madonna; la seconda, accreditata dalla prestigiosa firma di Manlio Cortelazzo, faceva risalire il termine al greco “bunion”, e poi “muni” cioè monte, collinetta, da cui “monte di Venere”.

«Il problema – spiega D’Onghia – è che fino al Cinquecento proprio “Monte di Venere” indicava una zona della mano, e non la parte del corpo che designa adesso. Ma c’è anche una ragione generale che mina la credibilità di questa etimologia: non esistono casi di lingue in cui i nomi popolari degli organi genitali derivino da prestiti di altre lingue: di solito a questo scopo si utilizzano delle metafore, che poi si cristallizzano nell’uso». È il caso dell’altro nome dello stesso organo, che deriva dal frutto del fico; o di quello maschile, che sarebbe una evoluzione del latino “cattia”, mestolo, per… la sua forma e consistenza.

Quale sarebbe, dunque, per lo studioso, l’origine del termine? Esso deriverebbe dall’arabismo “maimun”, diffuso in tutte le lingue neo latine, per indicare la scimmia, ma anche la gatta. «Era stato d’altronde lo stesso Marco Polo – osserva D’Onghia – a raccontare del “gatto mammone” che in realtà era una scimmia che assomigliava a un felino. Scimmia in quanto animale peloso, come l’”oggetto” in questione, ma anche simbolo del peccato di lussuria, nell’iconografia cristiana».

Un’ipotesi che allineerebbe l’uso dialettale veneziano al francese (“moniche/ mouniche”), al castigliano (“maimón”), al catalano (“maimó”) e alle voci di gergo statunitensi “monkey” e “monkey box”. Ma la metafora animale per indicare l’organo sessuale femminile è largamente diffusa, in Italia e fuori: basti pensare a “topa”, “sorca”, “passera”, “farfalla”, o al francese e all’inglese, con “chatte”, “cat” e “pussy”.

«Oltretutto la scimmia aveva uno status molto particolare, nel Rinascimento e a Venezia: erano animali presenti negli spettacoli e nelle piazze, costosi e pregiati, un vero e proprio status symbol, come testimonia Marin Sanudo nelle sue cronache».

«L’esempio più antico di munì come “organo sessuale femminile” – scrive D’Onghia – si trova infatti dove forse non lo si cercherebbe mai, tra gli scritti del viaggiatore, informatore politico e cronista fiorentino Benedetto Dei (1418-1492)».

Anche il secondo significato di “mona”, cioè uomo sempliciotto e leggero, deriva dall’accezione appena descritta: «Si definiva in quel modo l’uomo che faceva lo stupido come una scimmia, e “monade” erano i gesti leziosi compiuti dall’animale. Anche in questo caso si ripropone la tendenza del linguaggio popolare di indicare con termini derivati dagli organi sessuali comportamenti particolarmente negativi, o anche – al contrario – positivi». Basti pensare alla “cazzata”, alla “minchiata”, o – specularmente – alla “figata”.

D’Onghia dice di essersi molto divertito a scrivere il libro, ma – aggiunge – «spero di non perdere rispettabilità agli occhi degli studiosi». Forse può stare tranquillo: non è capitato neppure a Gustave Courbet, che nel 1866 immortalò lo stesso soggetto nel dipinto “L’origine del mondo”…

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