Anca ste pajine pol jutar/ajar a capir mejo.Da pajina 739 a pajina 762 del II volume de:
Origine delle lingue d’Europa
de Mario Alinei

5. La Ladinia: un'area "italide" slavizzata
Come le altre aree alpine, i Grigioni svizzeri, l'area dolomitica e il Friuli, che formano insieme l'area linguistica chiamata erroneamente «retoromanza», e da Ascoli - il suo scopritore e teorizzatore «ladina», rivestono un'importanza fondamentale per una verifica della TC, in quanto il modello predice che la preistoria di queste popolazioni abbia qualcosa di esclusivo in comune, che le distingua dalle altre e sia anche fortemente rilevante per la loro etnogenesi.
Come vedremo, questa aspettativa viene pienamente soddisfatta.
Ricordo anzitutto, a proposito della terminologia tradizionale, che il termine retoromanzo (retico + romanzo), oggi prevalente negli studi, è stato spesso criticato sul piano scientifico.
A parte il fatto che la Rezia non coincide con l'area ladina, la lingua dei Reti è assai scarsamente documentata, e quanto le ultime ricerche sembrano indicare è che essa è affine all'Etrusco [Rix 1996].
E poiché le parlate ladine – a differenza, per esempio, dei dialetti toscani – non mostrano assolutamente nulla che si lasci ricondurre in qualche modo a influenze etrusche (al di fuori di possibili toponimi [Pellegrini 1991, 28-29), il solo fatto che i Reti dominassero una parte dell'area oggi ladina non può in alcun modo giustificare la scelta di questo nome, non più di quanto non sarebbe giustificabile la scelta di un nome come «Etrusco-Italico» per designare i dialetti emiliani occidentali, sulla base della pur importante presenza etrusca a Felsina (poi detta Bononia e Bologna).
Anche il termine di «Ladino» è criticabile, naturalmente, ma ha almeno il vantaggio di essere usato come autodesignazione «popolare» da una parte della comunità che va sotto tale nome.
Per le ragioni che illustrerò qui sotto, la designazione scientifica che mi sembra più appropriata per questo gruppo autonomo di parlate neolatine è il termine Slavo-Italide (nella terminologia tradizionale Slavo-Italico), che da un lato mette in rilievo come l'elemento determinante per la differenziazione di questo gruppo geovariazionale sia quello slavo, dall'altro sottolinea che anche il fondo di questi dialetti – che è dalmatico, come hanno mostrato Ascoli e Merlo – si differenzia da quello delle altre parlate della penisola.
Per quanto riguarda la preistoria, mi concentro soprattutto sui Grigioni, che è l'area meglio studiata, archeologicamente, fra quelle ladine.
5.1. L'etnogenesi ladina: problemi i metodo
Per poter affrontare il problema etnogenetico dei Ladini nell'ambito della TC dobbiamo partire da una considerazione di metodo fondamentale, che ho già seguitò per le altre aree alpine, ma che qui tenterò di esplicitare.
Quali sono le componenti primarie del Ladino sul piano storico-linguistico?
Schematicamente, tre:
a) un fondo italide, più precisamente dalmatico;
b) una forte componente celtica, comune a tutta l'alta Italia;
e
c) un fattore che per il momento lascio indefinito, che ha staccato il Ladino da tutte le altre parlate “dette neolatine”, comprese quelle che hanno in comune col Ladino la presenza di una più o meno forte componente celtica.
Chiamerò questa terza componente il fattore L, per indicare che è questo fattore che ha staccato il Ladino da quelle alto-italiane.
Vediamo questi tre fattori più in dettaglio:
I)
Il fondo “italide” è rappresentato dalle note ed evidenti affinità del Ladino con il Dalmatico, cioè con il Vegliotto e con il Rumeno, illustrate da Ascoli fin dai 1873, ribadite da Schuchardt [1884] e sostenute da Merlo nella sua lunga polemica con Bartoli [Merlo 1907; 1910; 1911; 1954].
Come sappiamo (v. anche cap. XIV), l'area balcanica non si è limitata a influenzare la contigua Italia nord-orientale nel Bronzo e nel Ferro (cultura della IBK (v. oltre) e Castellieri), ma è stata il principale tramite del Neolitico proveniente dall'oriente – con la risalita della Ceramica Impressa/Cardiale lungo la costa dalmata, e la diffusione di altre culture dalmatiche, come Danilo, Hvar ed altre – nonché della metallurgia, anch'essa proveniente dall' Anatolia.
Nella TC, l'aspetto latino del Ladino in parte – può risalire a una maggiore affinità del Dalmatico con il Latino, in parte può dipendere dall'effetto livellatore della romanizzazione (ancora da definire, poiché la Teoria Romanza è completamente sbagliata).
I pochi influssi del Venetico che possiamo identificare con sicurezza in area dialettale veneta sembrano meno forti in Ladino.
Comunque, essi sarebbero comuni ai dialetti veneti attuali, non sarebbero quindi distintivi del Ladino, e farebbero parte dello stesso ceppo genetico fondamentale, cioè dell'Italide (concetto che non va confuso con quello di "italico" e di "italiano").
Il Venetico era una lingua della minoranza elittaria, non la lingua delle popolazioni dell'area Venetica.
II)
Per quanto concerne la componente celtica la TC, come sappiamo, cambia due cose fondamentali della visione tradizionale:
A) in tutta l'area alto-italiana, e quindi anche in area ladina, il Celtico rappresenta un'infuenza di superstrato, e non di sostrato;
B) il suo inizio è databile ad epoca molto più antica, e la sua articolazione nel tempo molto più complessa.
Tuttavia, anche in questo nuovo quadro, non cambia il punto più importante per il nostro problema: l'influsso celtico in Ladino non può essere stato sostanzialmente diverso da quello subito, in misura maggiore o minore, dalle altre parlate dell'alta Italia e da quelle gallo-romanze della Francia e della Svizzera.
Quindi non può essere stata l'influenza linguistica celtica a staccare il Ladino dalle altre parlate della regione alpina.
Resta dunque il terzo fattore:
III), quello che ho chiamato il fattore L, che ha staccato il Ladino dalle altre parlate alto-italiane e centro-alpine celtizzate.
Questo fattore L è naturalmente il più difficile da definire, ma dovrebbe lasciarsi individuare attraverso l'analisi dei principali tratti distintivi del Ladino, fra i quali uno dei più diagnostici è senza dubbio la palatalizzazione delle velari seguite da /a/: per intenderci, il fenomeno che spiega lessemi come ciastel, cian, gialina, o chiastel, chian, ghialina; invece di castello, cane, gallina.
Questo fenomeno ha da tempo richiamato l'attenzione degli studiosi:
Ascoli, lo scopritore del Ladino, lo poneva al primo posto nell'elenco dei principali tratti distintivi [Ascoli 1873, 337];
Gartner l'aveva considerato come una delle «einige Spracherscheinungen» che «ùber das ganze Gebiet hin verbreitet sind, ohne gemeinromanisch zu sein» [Gartner 1883, XXIII];
e perfino Kramer, uno degli attuali negatori dell 'autonomia del Ladino, deve ammettere che «Die Palatalisierung von C
stellt eines der Kernproblem der Forschung im Bereiche des Alpenromanischen dar» [Kramer 1981, 109].
Una proposta etnogenetica precisa dovrebbe essere in grado, a mio parere, di identificare la provenienza di questo tratto distintivo del Ladino, e degli eventuali altri che caratterizzano il Ladino.
Prima di tentare una identificazione di questa provenienza, tuttavia, occorre lasciare per un momento l'aspetto linguistico, per soffermarci su un altro aspetto della questione, che si potrebbe definire contemporaneamente ecologico ed economico.
È un aspetto del problema a cui i linguisti non hanno dato sufficiente attenzione fino ad ora, anche se riguarda uno dei dati più elementari della questione, e cioè la configurazione marcatamente alpina dell'area ladina.
Configurazione che comprende i Grigioni, le valli dolomitiche e la parte montuosa del Friuli, e che le aree collinose e pianeggianti del Friuli non bastano a neutralizzare, in quanto per queste ultime e facile pensare a un successivo – o precedente – processo di espansione.
In un'ottica etnogenetica, il carattere esclusivamente alpino di un gruppo linguistico ha una valenza molto particolare, in quanto implica un rapporto di tipo strutturale, e quindi speciale, fra la scelta della montagna come territorio di insediamento, e la genesi come unità etnolinguistica.
Il significato di questo rapporto si lascia meglio apprezzare se viene contrapposto al rapporto che altre popolazioni hanno con la montagna.
Per esempio nell'area appenninica italiana, e in quella alpina germanica e slava, le parlate della montagna non sono di gruppo diverso da quelle della pianura.
Ci sono, naturalmente, delle differenze geovariazionali (dialettali), o degli aspetti di arcaicità, che però sono quelli caratteristici di qualunque periferia rispetto a un’area focale.
In altre parole, non vi è un «salto genetico» tra popolazioni dei monti e della pianura, nè per gli Appenninici, né per gli Alemanni, né per gli Slavi delle Alpi o di altre catene montuose.
In termini genetici, questo significa che in tutte queste aree montane, lo sviluppo di un economia di sfruttamento e di una cultura della montagna ha avuto luogo semplicemente perché la montagna faceva parte dell'ecosistema locale, e le popolazioni locali provenienti dalla pianura hanno saputo sfruttare con successo anche questa nicchia ecologica.
La scelta dell’ insediamento montano in questi casi non rappresenta dunque un aspetto generico, ma un aspetto dello sviluppo evolutivo. Anche le culture neolitiche basate sulla transumanza stagionale, come quelle appenniniche, sono culture di pianura, che hanno integrato la montagna nel loro sistema economico.
I Ladini, al contrario (come del resto i Francoprovenzali), non appartengono allo stesso sottogruppo etnolinguistico della pianura, ma fanno parte per sé, anche se naturalmente risalgono, a un gradino genetico più alto, allo stesso gruppo linguistico degli abitanti della pianura.
Questo vuol dire dunque che la loro identità specifica si è sviluppata contemporareamente alla ricerca cosciente dell'ambiente alpino come fonte primaria di risorse economiche.
Per la TC, questa osservazione è importante perché serve, a mio avviso, ad escludere qualunque rapporto diretto fra etnogenesi ladina e culture del Mesolitico e del Neolitico.
Vediamo infatti, brevemente, gli sviluppi dell'area ladina nel Mesolitico e nel Neolitico, e verifichiamo questa conclusione.
5.2. Mesolitico
La documentazione archeologica mesolitica mostra con grande chiarezza che in tutta l'area sud-alpina i gruppi presenti sono i Sauveterriani e Castelnoviani[v per es. Lanzinger 1993], cioè esattamente gli stessi che contraddistinguono l’area nord-mediterranea occidentale.
Perfino nei Grigioni, che essendo nel cuore delle Alpi centrali potrebbero appartenere alla sfera d'influenza di gruppi mesolitici continentali, appaiono soltanto reperti delle culture mesolitiche mediterranee, e non di quelle nordiche [Rageth 1989, 156].
Anche il tardo Mesolitico, come momento di transizione fra caccia e raccolta e agro-pastorizia, è ben rappresentato dal sito di Mesocco-Tec Nev nella Mesolcina (oggi linguisticamente lombardo-alpina), e i suoi reperti neolitici appartengono al primo Neolitico della Padania [ibidem]. Nell'ambito della TC, questa prima osservazione conferma dunque che i Ladini del Mesolitico – compresi quelli dei Grigioni – appartenevano al ceppo italide (da non confondore con italico o italiano.
5.3. Neolitico
Anche il Neolitico si lascia facilmente escludere come possibile contesto per la etnogenesi ladina.
Se si confronta infatti l'area linguistica ladina nei suo insieme con l'area di distribuzione delle diverse culture neolitiche padane – come quella di Lagozza, dei VBQ (vasi a bocca quadrata), di Polada e d'altre – è facile vedere che non vi può essere alcun rapporto fra di esse.
E anche a la cultura neolitica di Gaban, del Trentino, pur essendo più «alpina» delle altre, ha un areale che non corrisponde a quello ladino.
Rispetto a queste culture neolitiche, in altre parole, l'area ladina non può essere che essere un'area marginale.
Il quadro dei Grigioni, area ladina meglio documentata archeologicamente delle altre, non è diverso.
Nel Neolitico essi risultano aperti sia all'influenza delle culture neolitiche padane sia a quella delle culture neolitiche che gravitano nell'area dell'Europa centrale [Rageth 19891].
Queste diverse influenze, semmai, possono aver contributo a formare il quadro linguistico attuale dei Grigioni, divisi fra Ladino, Galloitalico e Tedesco.
E intatti significativo che l'area linguisticamente lombarda dei Grigioni, cioè Val Mesolcina, Val Calanca e Val Bregaglia, abbia restituito esclusivamente tracce delle culture neolitiche e dei Metalli di tipo italide nord-occidentale [ibidem, 156, 160, passim], cioè delle stesse che appaiono anche nel Ticino e nella Lombardia occidentale, in perfetta conformità con il quadro dialettale (linguistico) attuale.
D'altro canto, è interessante notare come nell'area di Coira, la capitale dei Grigioni, posta nella grande valle fluviale del Reno, e oggi di lingua tedesca, il Neolitico sia di tipo centro-europeo.
E come le successive culture siano Horgen (celtizzante), o preannuncino Pfyn (tedesca), o sia no lombardo-alpine [ibidem].
Si può quindi affermare, anche in questo caso, che il Neolitico prepara alcuni aspetti fondamentali della civiltà moderna e, allo stesso tempo, che le popolazioni dei Grigioni non potevano essere ancora «ladine», perché non si erano ancora distinte con tratti etnoculturali specifici, ma dovevano essere un gruppo italide già fortemente celtizzato, e internamente diversificato a seconda della maggiore o minore influenza germanica, celtica e alto-italica («lombarda»).
5.4. Rame e Bronzo
Una volta escluso il Neolitico come contesto etnogenetico dei Ladini, restano allora le tre età dei Metalli.
Ed è proprio all'inizio e nel corso di queste età che si apre e si sviluppa un quadro perfettamente idoneo all'etnogenesi di una cultura alpina come quella ladina.
Fin dall'età del Rame, infatti, con l'inizio della metallurgia, l'uomo scopre l'enorme valore della montagna come sede primaria di giacimenti minerari, ed è quindi in questo periodo che dobbiamo cercare di individuare lo scenario che potrebbe avere determinato le condizioni per la genesi dei Ladini.
Per meglio apprezzare questa conclusione occorre naturalmente ricordare che questo nuovo interesse per la montagna in tanto poteva trasformarsi in un incremento degli insediamenti alpini in quanto alcuni gruppi agropastorali del Neolitico avevano già appreso che era possibile sopravvivere anche in alta quota con una forma particolare di agropastorizia adattata all'ecosistema alpino.
Senza questa precedente esperienza neolitica nessuna cultura alpina di alta e media quota avrebbe potuto nascere e sopravvivere, e anche da questo punto di vista si può osservare che fra il Neolitico come età di sfruttamento dell'agropastorizia e l'età dei Metalli come età di sfrutta-mento dei metalli c'è una continuità strutturale che impedisce di accettare come ipotesi valida l'esistenza di radicali iati culturali ed etnici fra Neolitico e Calcolitico.
Ripeto anche qui che la documentazione archeologica principale per questa proposta di ricostruzione proviene principalmente dai Grigioni svizzeri – la sola che può contare sui reperti di un centinaio di siti tutti datati a questo periodo – ma aggiungo che mi varrò anche delle più recenti ricerche archeologiche sulle valli ladine centrali (v sotto), e delle relative pubblicazioni:
Bagolini [1980], Bagolini e Tecchiati [1993a; 1993b], Dal Ri [1992], De Marinis [1988], Gleirscher [1992], Gleirscher e Marzatico [1989], Lunz [1974; 1981], Marzatico [1992], Pauli [1992], Tecchiati [1998; in st.], Cavada [1999].
Rageth, sulla scorta delle ricerche pionieristiche dell'archeologo svizzero Burkart, nota anzitutto che «all'inizio dell'età del Bronzo ebbe luogo, nei Grigioni, un importante fenomeno», cioè «l'improvviso incremento rilevabile nel numero degli insediamenti» (allo stato attuale oltre 50, contro i 6 del Neolitico).
Questo incremento, a parere dello studioso svizzero, «può
essere motivato solo dal fatto che in questo momento ebbe luogo un'immigrazione dall'esterno» [Rageth 1989, 162].
Come possiamo attenderci, la causa di questa immigrazione e di questo addensamento demografico viene ravvisata da Burkart e da Rageth nei ricchi giacimenti di rame dei Grigioni, la cui estrazione e lavorazione portò nel corso dell'età del Bronzo allo sviluppo di una vera e propria «industria metallurgica» locale, con produzione sul posto di manufatti di bronzo [ibidem].
La cultura alpina che si sviluppa attorno a questa industria è quella che gli archeologi svizzeri chiamavano fino a poco tempo fa cultura di Crestaulta, o Bronzo dei Grigioni, ma che ora sulla base delle successive scoperte – viene chiamata Innerealpine Bronzezeit Kultur (abbreviato in IBK), e in Italia cultura dell'età del Bronzo Centroalpina.
Le successive ricerche hanno infatti dimostrato che la sua area di diffusione si estende ben al di là dei Grigioni (v. oltre), e che essa, in effetti, è una delle principali culture del Bronzo d'Europa, la cui individualità ed autonomia si manifestano non solo nella produzione metallurgica ma anche nella ceramica [ibidem,164] (il principale «biglietto da visita» dei gruppi etnoculturati e dei loro successivi raggruppamenti e differenziazioni).
Nel 1989, Rageth affermava che la IBK era diffusa «in gran parte del cantone dei Grigioni, nella valle del Reno di S. Gallo, nella val Venosta, probabilmente anche in altre zone del Sudtirolo e anche del Tirolo».
Questa affermazione già diventata inadeguata per quanto riguarda le valli ladine sud-alpine.
La presenza della IBK è stata infatti accertata sia in val Badia che in Val Gardena [Bagolini e Tecchiati 1993a; Tecchiati 1998; in st.].
Inoltre, Bagolini e Tecchiati non esitano ad affermare che anche in questa parte delle Alpi nella prima età dei Metalli (cioè nel III millennio a.C.), si dovette avere una colonizzazione «massiccia» [1993a, 491], sempre a causa di quel «rinnovato interesse per la montagna» [ibidem, 48], in chiave mineraria e pastorale, di cui parlavo prima.
Lo scavo del castelliere di Sotciastel, nel comune di S. Leonardo in Val Badia, ha infatti rivelato l'esistenza di un centro di produzione in loco di asce in bronzo del Bronzo recente, ciò che colloca questo sito alla pari con quelli dei Grigioni.
Nelle parole di Bagolini e Tecchiati, il sito di Sotciastel mostra infatti «rapporti culturali con i gruppi sub-alpini palafitticoli e padani ma anche, e forse in misura maggiore, con la cosiddetta Cultura dell'età del bronzo centroalpina, fiorita con caratteristiche analoghe
in una vasta zona dell'Europa centrale alpina» [1993b, 92].
Più recentemente, Tecchiati ha raggiunto la conclusione che «La documentazione riguardante la produzione metallurgica costituisce il più ricco e il più vario campionario di manufatti metallici di questa età dell'intero Alto Adige e, si può dire, della regione, se si eccettua il caso di Ledro» (Tecchiati 1998, 254), e che, date le sue notevoli affinità con il sito del Padnal di Savognin nei Grigioni, « otciastel doveva rientrare nell'area di diffusione della c.d. "Inneralpine Bronzezeitkultur"» [Tecchiati, in sta.).
Per la tesi qui illustrata, è inoltre importante il rinvenimento a Sotciastel delle cosiddette «tavolette enigmatiche», «che trovano confronti in facies coeve dell'area danubiano-carpatica» [Cardarelli 1992, 376], e di un tipo di falce di bronzo, chiamato Uioara I-Kuchl, «massimamente rappresentato nell'area carpatica e nelle regioni centrali e settentrionali dell'ex Jugoslavia» [Tecchiati in st.].
In Val Gardena, è invece il sito di San Pietro di Laion, alla confluenza della val Gardena con la valle dell'Isarco, che secondo Bagolini e Tecchiati presenta «numerosi elementi di affinità con la cultura materiale espressa dall'abitato di Sotciastel in Val Badia» [Bagolini e Tecchiati 1993a, 51], e quindi con la IBK.
A questo punto, possiamo tornare all'aspetto linguistico, e porci le domande fondamentali:
da dove venivano,
chi erano,
che lingua parlavano,
i metallurghi immigrati che diedero vita a questa cultura del Bronzo Centroalpina, introducendo così quel fattore L che ha staccato il Ladino dalle altre popolazioni affini?
Cominciamo dalla prima domanda: da dove venivano questi immigrati?
Come afferma Rageth, dal momento che essi «portarono con loro la conoscenza delle tecniche di lavorazione dei metalli, pensiamo che essi fossero originari più verosimilmente della zona alpina orientale o tutt'al più di quella sudorientale» [Rageth 1989, 162-163].
Perché da questa zona e non da un'altra?
Perché ora sappiamo che il più antico focolaio europeo della metallurgia si trova in area balcanica, e più precisamente nelle culture di Vinča (Serbia, Macedonia, Banato e Ungheria), e di Manica (Bulgaria, Grecia e Turchia), datate al IV millennio a.C.
Nell'ambito di queste due culture balcaniche sono state scoperte le più antiche miniere d'Europa, che sono quella di Rudna Glava in Serbia, e quella di Ai Bunar in Bulgaria.
La straordinaria antichità della metallurgia balcanica rispetto a quella alpina e del resto d'Europa, a sua volta, è dovuta al duplice fatto che il primo focolaio della tecnologia metallurgica in assoluto si trova in Mesopotamia e in Anatolia, e che dalla Turchia alla penisola balcanica il passo è breve (e ha continuato a esserlo anche nella storia moderna).
In altre parole, la penisola balcanica, con le sue montagne estremamente ricche di risorse minerarie, ha avuto la fortuna di trovarsi in prossimità dei primi centri metallurgici dell' Asia Minore. conseguenza, l'età del Rame è cominciata molto prima nei Balcani che non nel resto dell'Europa.
E quando nella pianura padana e nelle valli delle Alpi centrali e centro-orientali sopravvivevano ancora gli ultimi aspetti del tardo Neolitico, la penisola balcanica si trovava già in piena età del Rame.
Uno dei principali centri di questo precoce Calcolitico europeo, per esempio, era Ljubljansko Barje, in Slovenia, a pochissima distanza dall'Italia nord-orientale.
La cartina riprodotta nella figura 18 1, che illustra le diverse date della diffusione della metallurgia, mostra chiaramente come il confine fra Calcolitico e Neolitico passasse proprio fra Venezia Giulia Slovenia.

Se ora riprendiamo la nostra ipotesi, e identifichiamo l'area ladina nel suo insieme con l'area della IBK, la dinamica migratoria di questa cultura ci permette di concludere che il fattore L (lingua) è stato introdotto in quest'area da metallurghi provenienti dalla penisola balcanica attraverso la Slovenia.
Nello scenario ipotizzato, questi esperti prospettori e metallurgici avrebbero scelto le valli alpine meridionali e quelle dei Grigioni per ricercare anzitutto il rame, e allo stesso tempo assicurarsi un territorio alpino adatto allo sfruttamento pastorale in alta quota.
Seconda domanda: che lingua potevano parlare questi immigrati del III/II millennio a.C.?
Nella TC, anche nella sua versione minima della «proiezione micena», nella penisola balcanica del III e del II millennio possiamo proiettare, parallelamente a Greci Micenei in Grecia e agli Italidi (non confondere con italici o italiani) in Dalmazia, anche gli Slavi nell'ex Jugoslavia, e gli Illiri in Albania.
Di conseguenza, gli immigrati metallurghi penetrati dalla Slovenia nelle valli sudalpine e nei Grigioni non potrebbero essere che Slavi meridionali, a loro volta geneticamente influenzati da Illiri, da Greci e da gruppi orientali, dai quali dovevano aver appreso la metallurgia e, qualche millennio prima, anche l'agricoltura.
Questi Slavi meridionali probabilmente Sloveni (v. oltre)
si sarebbero sovrapposti alle popolazioni di ceppo italide del versante meridionale delle Alpi centro-orientali e centrali, apportando quindi nel loro sistema linguistico quello che ho chiamato il fattore distintivo L.
In questa visione, allora, la palatalizzazione delle velari seguite da /a/, tipica del Ladino, sarebbe il risultato di un superstrato slavo, sovrapposto a un “Italide” i influenzato dal Celtico, e naturalmente precedente il Latino di Roma.
Superfluo ricordare che la palatalizzazione delle velari è uno dei fenomeni più vistosi e noti della fonetica storica slava, per la quale si ricostruisce addirittura un ciclo di tre diverse palatalizzazioni, che segue la cosiddetta satemizzazione (cioè il passaggio di /k/ a /s/ in determinate condizioni).
Non solo, ma riprendendo la linea di ricerca di Hugo Schuchardt, uno dei più originali linguisti del XIX secolo, e autore di Slawo-Dcntches und Slawo-Italienísches [1884] , potrebbero essere attribuiti al superstrato sloveno anche altri aspetti del Ladino, fra cui per ora menzionerei (per tornarvi più ampiamente altrove) :
a)
il dittongamento delle vocali toniche -e- ed -o-, non solo in sillaba libera ma anche in posizione: come in friulano biel «bello», tiara «terra», ues «osso», puarte «porta»;
b)
i suffissi non etimologici in -k; estremamente frequenti nel Fassano (che mostra quasi sempre -ek: avarek, delebek, destranek, fastidek, grovek, kiovertek, konek/kunek, lužek, molek morbek, nsomek , proverbek, ranček, ružek, sarek, savek, sbaísek, selek , servizek, spavek, superbek, šibek tebek, urek ecc.),
ma attestati anche altrove nel Ladino centrale e in Friulano.
Schuchardt non aveva esitato ad attribuire all'influenza slava le formazioni lessicali in -ak dei dialetti tedeschi della Slesia e della Posnania, al confine con il Polacco (in cui il suffisso -ak è molto frequente), e quella dello sloveno soldàk «soldato», a cui fa riscontro slovn. vojàk «soldato».
Ora, esattamente nello stesso modo, si possono leggere i numerosissimi termini fassani in -ek non etimologico.
Questi hanno infatti molto spesso un preciso corrispondente in Sloveno, in cui – per giunta il suffisso aggettivale e nominale -ek corriponde anche a quello serbocroato -ak, rendendolo estremamente frequente.
Ecco un primo elenco di corrispondenze:
fassano urek «mammella», che richiama sloveno sèsek «idem»;
fass. konek/kunek«cuneo, zeppa», che richiama sloveno klînček «idem»;
fass. rancek «rancido», slovn. žárek žérek«idem»;
fass. morbek e molek «morbido, molle», slovn. mêhek «idem»;
fass. sbaísek «sdrucciolevole», slovn. gládek e spólzek «idem»;
nel caso di fass. delèbek «debole»;
infine, lo slovn. sibek non solo ha lo stesso suffisso, ma anche la stessa sillaba finale, ciò che potrebbe spiegare l'insolita metatesi sillabica e il cambiamento di accento del tipo fassano.
c)
La tendenza, assai forte in Fassano, ma attestata anche altrove in Ladino [Kramer 81, 95], a mutare /i/ ed /e/ protoniche in /a/:
fass. astei<aestate, žažun<jejunu, salvester<silvester, trafoy<trifoliu, ciasterna<cisterna, macanicola < mechanicula, antilyes<lenticulas, tampesta<tempesta, ankun<incudine, testamonek<testimoniu, ecc.
Di nuovo, Schuchardt aveva notato questa tendenza nella parlata italiana degli Sloveni di Trieste, che dicono crapar, patrolio, prason, raloyo, sarvizio, cagnosse, cansiglio, lastrissimo, mamento ecc.,
e non aveva esitato a vedervi un influsso slavo, dato che «Hochst auffällig ist die Neigung der Slownen für e, i und noch mehr für o, u in unbetonter Silbe a zu setzen» [ibidem, 58].
d)
Nella toponomastica, si potrebbero leggere in quest'ottica diversi toponimi di origine dubbia,
come per esempio:
Pusteria/Pustertal, che si lascia collegare a slovn, pust «selvaggio», «incolto», e in particolare al suo uso per «prato alpino che non si miete più» [Wolf-Pleteršmik s.v.];
e Gardena, nelle più antiche attestazioni Gredina e Gradina («ad Gredine forestum», 994-1005 d.C.), che risale con ogni probabilità a slovn. gradina «castelliere», e va collocato proprio nel contesto della IBK e delle successive culture, fra cui spicca, in questa prospettiva, quella dei Castellieri del Friuli, dell’Istria, del Carso, della Slovenia, della Bosnia e della Dalmazia [DP s.v. Castellieri].
In effetti, così come i siti preistorici dei Castellieri in area neolatina sono spesso caratterizzati dal nome locale per «castello» (cfr. friul. Chiastelirs, Ciastelir, Castillir, Castellerio, Castion, Ciastelut, Castelazzo ecc., Sotciastel in Val Badia e così via), i castellieri di area slava si chiamano molto spesso Gradina, oltre che Grad, Gradič, Gradišče ecc.
Non solo, ma nello stesso Friuli, fra i 72 toponimi che significano «castelliere», raccolti dal Desinan, ce ne sono 20 di origine slava, basati su grad-, fra cui un Gradina, un Gradič e svariati Gradisca e simili [Desinan 1990, 102, con cartina].
Ancbe il massiccio dolomitico della Gardenaccia, la cui forma è simile a un castello, si lascia analizzare come un accrescitivo di una Gradina/Gardena, parallelamente a Castelazzo e all 'oronimo Catinaccio, il cui nome si lega alla forma simile a un grande catino.
e)
E nella mitologia ladina del Regno di Fanes, che rievoca il periodo della massima potenza dei Ladini (la IBK?), il nome de re di Contrin — Odolghes — ha tutta l'aria di essere un epiteto sloveno, con o- prefisso e dolg «lungo», dolgež «spilungone», confrontabile a serbocroato odug (o- prefisso e dug «lungo» «lungo e magro, spilungone» [Vaillant GCLS, § 1219];
f) Infine, l'isola slovena arcaica della Val di Resia andrà rivisitata alla luce di questo quadro.
Su queste ed altre importanti affinità culturali mi soffermo altrove, [Alinei in st.a].
Naturalmente, non è necessario ipotizzare un'invasione in massa, ma è sufficiente pensare a un'infiltrazione di un’élite di prospettori e specialisti metallurgici, dotati di grande prestigio sulla società [Cesare Popi, com, pers.].
Dal punto di vista della TC, sarebbe allora oltremodo utile rivedere il così ricco patrimonio delle leggende ladine, sia di quelle che rievocano un «grande regno» ladino, collegabile con gli eventi descritti, sia quelle «Minerarie», che farebbe dei minatori e metallurghi alloctoni degli esseri dotati di poteri magici [Cesar Poppi, com. pers.].
Rilevante per la TC — sul piano della continuità materia e ed ideologica — è anche il famoso impianto per la raccolta di acqua sorgiva di S. Moritz (Engadina), dove sono state rinvenute offerte votive a una divinità delle acque.
La continuità dell'impianto e del rito da quest'epoca è dimostrata, oltre che dall'esistenza delle moderne terme, anche dal «santo» cristiano, che certamente rappresenta una cristianizzazione di un'antica divinità delle acque.
5.5 . Ferro
Se si accetta questo primo capitolo dell’etnogenesi dei Ladini, diventa poi facile ricostruire anche i capitoli successivi, dell'ultima fase del Bronzo (1300-800) e del Ferro (900-15 a.C.).
Abbiamo prima la cultura di Luco/Meluno (Laugen-Melaun), del Bronzo Finale e Ferro iniziale (1300 400), di grande omogeneità culturale, la cui area compende quella ladina centrale italiana, la Bassa Engadina e l'Alperheintal [Rageth 1989, 166, 169, cartina 164; De Marinis 1988, 105];
poi la cultura di Fritzens-Sanzeno (400-15 a.C), della seconda età del Ferro, la cui area è poco più estesa di quella di Luco/Meluno, ma mostra già una marcata differenziazione interna, e rifletterebbe quindi il quadro dialettale storico.
La cultura che inizia con Luco «prosegue il proprio sviluppo nella regione centro-alpina fino all’ età romana senza fratture e discontinuità culturali», e con gli stessi elementi «che hanno contribuito a caratterizzare in modo conservativo, ma anche proprio e originale, questa cultura» [De Marinis 1988, 104].
E se da un lato è stato «ormai definitivamente acquisito che l'area di formazione di questa cultura è da riconoscere nella valle dell'Adige fra Trento e Bolzano» [ibidem], dall' altro «non vi è dubbio che le radici del Luco affondino
nell'area colturale padana palafitticolo-terramaricola» [ibidem].
Alla luce della TC, questo conferma, di nuovo, il fondo italide dei Ladini, e il loro stretto legame con le regioni alto-adriatiche.
È poi di nuovo interessante notare che nei Grigioni sud-occidentali, che oggi sono di lingua alpino-lombarda e non ladina, il sito stratigrafico di Mesocco-Tec Nev non rivela né influenze dei Campi di Urne, né di Luco/Meluno.
Come predice il modello della TC, le influenze qui sono quelle della facies tipicamente alto-italiana occidentale di Canegrate e Ascona/Ca' Morta [Rageth 1989, 169].
Degli importanti rapporti fra la cultura di Luco e il villanoviano di Bologna nel corso dell'VIII secolo [De Marinis 1988, 107-108] – che sembrano quasi preannunciare l'interesse dei Reti per la regione – vedremo un riflesso linguistico nella diffusione del nome di un tipo di situla (cap. XX).
L'importanza dell'apporto slavo riemerge poi nella seconda fase della cultura di Luco, detta di Meluno, quando la regione centro-alpina «viene a far parte, nel corso del VII e VI secolo, di quella koiné alto-adriatica [entro cui] il rapporto più stretto sembra essere quello con l'area alpina orientale (Santa Lucia, Slovenia), mediato attraverso Este» [ibidem, 108].
La suddetta cultura di Sanzeno, che appare come lo sviluppo delle precedenti tradizioni [ibidem, 117] mostra una tendenza ad espandersi - sempre da sud verso nord - in un'area ancora più vasta, ad aumentare gli insediamenti anche nelle valli più appartate, e allo stesso tempo a differenziarsi internamente [ibidem, 119 ss.].
Inizia ora la coltivazione della vite, ciò che dimostra che la sua nascita precede i contatti con i Romani [ibidem, 120], e che la sua terminologia fondamentalmente “latina” (no romana ma del diasistema prelatin ke gà generà el latin de Roma) risale ad ora!
Salvo alcuni termini, fra i quali – per questo capitolo – scelgo il nome della vite chiamata s-ciava /šč’ava, certo da sklava «slava».
Anche in questa cultura, tuttavia, permangono i rapporti culturali precedenti: l'arte delle situlae (sece) – i cui tre epicentri sono la Slovenia, la regione centro-alpina e Bologna – è caratterizzata fra l'altro dalla «somiglianza, a volte l'identità, dello stile dei recipienti figurati della regione centro-alpina e slovena», che «non solo dimostra gli stretti rapporti intercorrenti fra le due aree, ma lascia intravedere l'esistenza di artisti che si spostavano da una zona all'altra» [ibidem, 123].
Infine, in epoca romana, appare la Rezia storica, che fu la forma politica finale acquisita da una parte dei Ladini in quest'epoca.
Come ho già accennato, tuttavia, nella TC l'aggettivo «retico» per il Ladino dovrebbe essere accantonato, dato che un ruolo importante dei Reti nella genesi e nella formazione dei Ladini – sia pure come gruppo elitario dominante – non è assolutamente dimostrabile, né essi dominarono l'area del Friuli, che come sappiamo faceva parte del Noricum e non della Raetia. ( Ki l’Alenei el xbaja, parké el Friul fea parte de ła Venetia et Istria).
Inoltre, quando Rageth nota, per quanto riguarda i Grigioni, che già nel Bronzo si delinea quella tripartizione culturale fra Celti, Leponzi e Reti, che poi raggiunge la sua piena espressione solo nel Ferro [Rageth 1989, 169 ss.], occorre aggiungere che anche questa tripartizione deve essere letta in chiave prevalentemente politica, e solo parzialmente etnica.
Anche qui, insomma, questi etnonimi sono semplici etichette di elites dominanti, sovrapposte al fondo linguistico autoctono dei rispettivi territori, che è rispettivamente tedesco per i Celti (Grigioni settentrionali e centrali, con forti legami col Nord e con i gruppi del Ferro della Svizzera centrale tedesca), italide celtizzato (galloitalico) per i Leponzi (Golasecca del Canton Tirino e Grigioni sud-occidentali, dialettalmente lombardi) e italide celtizzto e slavizzato (ladino) per i Reti.
5.6. La differenziazione del Ladino del Friuli
Posso solo accennare qui agli sviluppi particolari che hanno interessato il Friuli nelle età dei Metalli, e che a mio avviso spiegano, nell'ambito della TC, la differenziazione di questa regione dalle altre due ladine.
Anzitutto, non vi è dubbio che il Friuli sia l'area italiana più esposta agli infussi slavi, che nella TC si lasciano individuare fino dal Neolitico, con la cultura dei VBQ.
Nell'età del Rame (3000-2300 ci.), poi, «Nell'estremità nord-orientale della penisola compaiono aspetti culturali caratterizzati dalla presenza di ceramica
riconducibile a coeve facies culturali slovene» [Cardarelli 1992, 367 con bibliografia].
Frequenti sono poi le testimonianze della cultura eneolitica croata di Vučedol [Grotta delle Gallerie, Grotta del Pettirosso, Grotta Teresiana presso Duino) [ Buti Devoto 1974, 53].
Nel Bronzo antico, la partecipazione del Friuli alla cultura di Polada è messa in dubbio da Peroni, sulla base dell'evidenza delle connessioni della ceramica friulana con quella della Bassa Austria e dell' Ungheria [Peroni 1996, 58-60].
Queste influenze rappresentano un’altro possibile elemento di differenziazione rispetto ai resto dell'area ladina.
Peroni afferma poi che l'unico caso che potrebbe prestarsi a congetture circa movimenti migratori di vasta portata concerne il passaggio tra Bronzo Antico e Medio nell’Italia nord-orientale [ibidem 220].
A partire dal Bronzo Medio, infatti, «nel Carso ed in Istria, ed in una certa qual misura anche in Friuli, si diffonde
la facies culturale dei Castellieri, che trova stringenti affinità. anche nel litorale adriatico orientale». [Cardarelli 1992, 369].
Questi gruppi popolano il nord-est della penisola italica, dalle Alpi Giulie al Carnaro, più precisamente un'area delimitata dall'Isonzo, dal passo Predil (in posizione di controllo verso l' Europa centrale), e da quello di Postojna (verso l'area slava).
Mentre nella storia appaiono in parte come Histri o Istri, e in parte sono interpretati come Veneti o Illiri, per la TC sono i diretti antenati dei Friulani, cioè un gruppo etnico di fondo italide (dalmatico), già fortemente influenzato da Celti, ma anche da Centro-Europei e soprattutto da Slavi (v oltre).
Nel Bronzo recente, lo sviluppo della loro cultura, pastorale ed estremamente conservatrice [Barfield 1971, 1271], «nel Friuli e nel Carso
appare sostanzialmente autonomo, pur se caratterizzato da una certa affinità con l’ area veneta» [Cardarelli 1992, 370].
Peroni sottolinea «l'intreccio di molteplici influenze e rapporti» che nel Ferro copre il territorio comprerndente il Friuli e la Venezia Giulia, parti della Slovenia e della Croazia» [Peroni 1996, 544].
In quest'area, procedendo verso est, sfuma la facies di Este (che ormai corrisponde al venetico), mentre si. affermano quelle della zona a sud-est delle Alpi, cioè dei tardi Campi di Urne, dei Tumuli di Dolenjska e del gruppo di Križna Gora, che per la TC sono “slavi”.
Procedendo da nord a sud, aumentano le affinità italiane e dalmatiche [ibidem, 544].
Anche le successive facies friulane di S. Lucia e di S. Canziano, «sorprendono [per] le connessioni a larghissimo raggio sia con l'Italia centrale e adriatica, sia con l'ambiente balcanico occidentale interno, in particolare con il territorio dell'attuale Bosnia» [ibidem, 546].
Infine, la cosiddetta «arte delle situle», che nel Ferro si sviluppa in un'area che si estende da Bologna, attraverso il Veneto, a tutta la Slovenia – con Este come centro principale – e che accomuna la presenza di una classe aristocratica [Cardarelli 1992, 408], forma un altro importante legame fra Nord-Est italiano e area slava, che fra l'altro ha lasciato tracce linguistiche che illustrerò più oltre.

Questi sviluppi autonomi del Friuli, sullo sfondo comune della Koiné metallurgica centroalpina, mostrano insomma una maggiore e diversa slavizzazione del Friuli rispetto alle altre due regioni ladine.
È probabilmente, questa differenza che spiega anche l'estensione del Ladino friulano alle pianure.
Per cui, quando Buti - Devoto scrivono che «Il nome locale che più significativamente rappresenta questo strato [venetico], è quello stesso di Trieste, in latino, Tergeste» [Buti- Devoto 1974, 56], che riappare anche in (Oderzo, latino Opitergium [ibidem], è facile obiettare che in venetico questo nome può rappresentare a sua volta un prestito dallo Slavo, dato che la radice terg- «mercato» è tipica delle lingue slave, come mostrano sloveno trg, serbocroato trg, ceco trh, polacco targ, russo torg, tutti «mercato», oltre che dell' Illirico – albanese tregë « Mercato».
Non solo: ma in antico Slavo esiste un suffisso iste, con valore locativo, che unito proprio a trg dà luogo a formazioni identiche a quella di Tergeste, come antico slavo, trǔžište «luogo del mercato», ecc. tržište «idem» serbocroato trgovište «idem», sloveno trgovišče ecc. [GCLS §§ 950- 954]. Che sono formazioni molto più concrete di qualunque ipotetico etimo venetico o illirico.
Infine, sono gli Slavi che hanno introdotto la parola anche in area germanica (antico islandese e svedese torg, danese torv) e uralica (finnico Turku) [Vasmer s.v.].
Il nome Veneti
In realtà, nel quadro della TC la forte presenza (oltre che l'immediata prossimità) degli Slavi in Italia nord-orientale fin dalla remota antichità potrebbe anche spiegare in maniera più, semplice di quanto non si possa fare in ambito tradizionale [e.g, Prosdocimi 1979] – il nome stesso dei Veneti, che sarebbero stati chiamati così dai loro vicini germanici, nella cui lingua Wenden significa appunto «Slavi» ( anche cap. XX): antico islandese Vindr, (pl. Vindr, Vinðr) (> finlandese Venääj, Venät = «Russia» estone vene-mees = «Russo», vepso vená «lingua russa»), da *weniðiz o *weneðiz (forma che spiega il nome tedesco di Venezia:Venedig), anglosassone, Vinedas, Veonedas, antico alto tedesco Vinidā, latino Venedi, Veneade (Plinio), Venethi (Tacito), Ouenédai (Tolomeo ), Vinethi, Vinidae (Giordane) [v. ANEW s.v.].
Il Veneto della pianura, sarebbe stato slavizzato diversamente rispetto alla regione alpina orientale e centro-orientale, così come era stato diversamente celtizzato rispetto alle regioni alto-italiane centrali e occidentali, e sarebbe a questo minor gradi di slavizzazione e di celtizzazione, oltre che ai suoi più stretti contatti preistorici e protostorici con l’Italia mediana, che esso dovrebbe i suoi diversi tratti linguistici.
Sull'elemento slavo del Friulano ci sarebbe moltissimo da dire, Qui mi limito ad aggiungere, ai tratti ladini già menzionati, il suffisso *-utto.
Di origine incerta, è attestato anche nei Grigioni, ma è tipico soprattutto del Friulano [GSDI § 1144a], soprattutto come diminutivo (agnelút, porcelút, ciavalút ecc.), oltre che nei cognomi (Antonutti, Lorenzutti , Biasutti ecc.) e per designare l'origine da un paese (Venchiarutti «di Venchieredo», Toffolutti «di Tóffol», nimisút «abitante di Nimis» ecc.).
L'origine è probabilmente slava, dato che il suffisso -ut- in Slavo ha svariate funzioni, fra cui anche quelle attestate in Friulano: serbocroato kolút «disco», da kolo «cerchio»; ipocoristica in nomi di persona, come polacco Blizuta, Wojuta, Boguta ecc.; e sloveno Neminškúta «i Tedeschi», da némski «tedesco» [GCLS § 1179].
5.7. Antropologia fisica
Conviene anche ricordare la grande omogeneità antropologica fisica di tipo dinarico – di tutte le popolazioni dell'arco alpino centrale e orientale, dall'Engadina al Kossovo [Guiu Sobiela Caanitz, com. pers].
Fra l'altro, una delle varietà più diffuse del tipo antropologico dinarico è quella che stata chiamata «norica», appunto per la sua concentrazione, oltre che nell'ex Jugoslavia, anche nel Friuli e nel Veneto.
Oggi tutti sanno che le caratteristiche morfologiche umane non sono un'evidenza valida per i tempi lunghi – come si pensava nella prima metà del secolo – ma lo sono per i tempi antropologici brevi, che sono quelli impliciti nella mia tesi sui l’etnogenesi ladina.
È quindi un'evidenza che merita di essere approfondita e collegata con l'evidenza archeologica, linguistica e genetica.
5.. Le due «questioni ladine» alla luce della TC
due diverse «questioni ladine», collegate fra loro, è tuttora in corso un vivace dibattito.
La prima, quella classica, è se il Ladino sia una lingua a sé, o un gruppo di dialetti «italiani», in particolare veneti e lombardi.
La seconda è se il Ladino abbia origini nelle alpi o nella pianura padana.
La «questione ladina» classica, su cui purtroppo si è scritto e si continua a scrivere tanto, è uno pseudoproblema,
Come tutte le questioni linguistiche di questo tipo, essa è infatti viziata da un errore di fondo, e cioè dal tentativo di trasformare una questione politica in una questione scientifica.
Poiché non c'è assolutamente nessuna differenza strutturale o funzionale fra «lingua» e «dialetto» [Alinei 1980b; 1981a], la decisione se un linguema sia una lingua o un dialetto può essere presa soltanto dai suoi parlanti, e non dagli studiosi.
In quanto questione politica, la questione ladina è stata di fatto, e da tempo, risolta dal riconoscimento del «Retoromanzo» come lingua ufficiale in Svizzera, e da quello delle minoranze linguistiche ladino-friulane in Italia.
Sul piano scientifico, l'unica questione sensata che ci si può porre è se il Ladino sia un'unità dialettale specifica all'interno del gruppo “neolatino” (neolatino è un concetto che andrebbe riformato, poichè è scientificamente inadeguato e troppo poltiticamente ideologico), o un gruppo di dialetti veneti.
A questa questione, a mio avviso, ha già risposto fin dal secolo scorso Grazialo Ascoli — uno dei fondatori della dialettologia moderna — con i suoi Saggi ladini.
Si può semmai affinare, sul piano metodologico, la sua conclusione, come ha fatto magistralmente Hans Goebl con la sua metodologia dialettometrica e il suo Atlante Linguistico Ladino.
Gli studiosi che negano l'esistenza (di un gruppo ladino, il più autorevole fra i quali è senza dubbio Giovan Battista Pellegrini — il maggiore specialista dell'area nord-orientale italiana e uno dei maggiori dialettologi viventi [v. soprattutto Pellegrini 1991 e 1999] — si basano sull'obiezione che ciascun tratto caratteristico del Ladino, preso isolatamente, si ritrova anche altrove.
Ma un'obiezione di questo tipo, tuttavia, funzionerebbe per qualunque gruppo linguistico, dato che è raro che un'innovazione linguistica non abbia riscontri nelle aree contigue.
L'originalità e l'indipendenza di un sistema linguistico sono date dall'insieme dei suoi tratti, non da quelle delle sue innovazioni, prese isolatamente, e l'insieme dei tratti ladini è certamente identificabile, come hanno dimostrato prima Ascoli e poi, con metodologia moderna ed impeccabile, Goebl.
Per quanto riguarda la seconda questione, la tesi che il Ladino fosse in origine la lingua di tuta la pianura Padana, estesa poi anche alle Alpi, e sia stata sommersa dalle influenze centro-meridionali per sopravvivere solo nelle Alpi, oggi assai comune, ed è condivisa da studiosi come Battisti, Pisani, Grassi, Kramer, Pellegrini e Belardi.
Nelle parole di Pisani [1969, 57-58] per esempio, «i dialetti alto-italiani sono la parte sommersa di un continente che dalla "linea gotica" si estendeva fino alle Alpi; i dialetti ladini rappresentano le cime delle montagne affioranti fuor d'acqua».
Questa visione, tuttavia, non regge a un esame critico.
Anzitutto, la tesi dell'origine padana del Ladino si basa spesso sulla semplice ignoranza della documentazione archeologica.
Quando per esempio Kramer scrive:
«Es lassen sich in den Alpen keine Kulturzentren angeben, die der Ausgangspunkt der Palatalisierung sein können» [Kramer 1981, 110] (considerando la palatalizzazione di ca e ga come una delle innovazioni più caratteristiche del Ladino), egli sembra ignorare l'esistenza degli aspetti fondamentali della preistoria alpina centro-orientale, che fra l'altro non risalgono oltre il III millennio a.C., e quindi rientrerebbero anche in una TC «minima», accettabile perfino in ambito tradizionale.
Naturalmente, se si parte dalla romanizzazione come termine post quem, e da una cronologia medievale per qualunque sviluppo dialettale, può diventare inevitabile escludere l'esistenza di una cultura alpina, ladina o di altro tipo, e «inventare» dal nulla una cultura ladina con epicentro nella Pianura Padana.
Ma è scientifico un metodo che ignora i risultati di un'altra scienza, e inventa eventi storici non documentati?
Inoltre, l'argomento – a cui i sostenitori della tesi danno molto peso – che alcuni tratti ladini si trovino diffusi anche al di là dell'area ladina non dimostra affatto che vi sia stato prima un areale più vasto, successivamente sommerso, ma si lascia spiegare altrettanto bene in senso contrario, cioè con l'irradiazione di tratti ladini anche nelle aree circostanti, che avrebbero avuto effetti meno estesi e duraturi.
Sul piano archeologico e preistorico questa tesi si lascerebbe facilmente dimostrare.
Quella opposta è stata ripetutamente smentita dalle conclusioni degli archeologi, che negano qualunque tendenza dei Romani a risalire le vallate alpine.
In realtà, l'archeologia non solo prova l'esistenza di ricche e importanti culture alpine del Bronzo e del Ferro, ma esclude anche la formazione di una cultura alpina centro-orientale in epoca romana o post-romana [ v. e.g. Cavada 199].
Vi è poi l'evidenza linguistica stessa, che impedisce di accettare la tesi di una origine padana del Ladino, e di una sommersione del supposto «Ladino padano» da parte dei dialetti centro-meridionali.
Si confrontino per esempio gli esiti dei gruppi consonantici "latini" kl-e gl- con quelli del gruppo sillabico ka- ga-.
I primi in Italia conoscono tre sviluppi fondamentali:
1) conservazione, in area ladina (tipo klar da clarus),
2) passaggio della l- a -y-, in area centro-meridionale (tipo italiano chiaro) e
3) palatalizzazione di -ky- in -č- val Padana (tipo ciar).
Il secondo, invece, si palatalizza solo in Ladino, mentre in val Padana e in Italia centro-meridionale resta intatto.
Di conseguenza,
in Ladino abbiamo la coppia klar «chiaro» e ciar «carro»,
mentre in val Padana abbiamo la coppia ciar «chiaro» e car «carro»,
e in Italia centro-meridionale abbiamo la coppia chiaro, carro.
Ora, se il Ladino avesse origini in val Padana, non potremmo avere la solidarietà strutturale e cronologica delle tre coppie illustrate, dimostrata dalla loro netta contrapposizione areale.
L'innovazione claru- > kyar > ciar, tipica della val Padana, dimostra infatti l'indipendenza di quest'area sia dalle Alpi che dal centro-meridione.
Se il centro-meridione avesse sommerso la val Padana, dovremmo trovarvi la coppia car chiar, anziché car ciar.
L'areale, la cronologia relativa, e la solidarietà geografica e strutturale di queste coppie non possono essere ignorati solo perché non si vuole tener conto di una possibile origine autonoma (e preistorica) della cultura, dell'etnia e della lingua ladina.
Solo una linguistica «ingenua», — oggi inconcepibile — può postulare l'esistenza di areali fantastici, legati a fenomeni sovrainterpretati con metodi prestrutturali, e proiettati in un'epoca troppo recente da quadri di riferimento e metodi di datazione non più difendibili (per restare vincolati alla Teoria Teologica Romanza filo romana e sociorazzista che è soltanto una favola come quella etnorazzista dell'Indoeuropeo che si nega le radici semitiche "mesopotamiche" e le influenze turcico-uraliche).
La realtà, se solo si vuole, può essere molto più semplice: l'etnogenesi ladina ha avuto luogo in un'area etnoculturale alpina, che si è formata fra il III e il I millennio per l'infiltrazione di metallurghi slavi meridionali nelle valli delle Alpi orientali e centrali, dopo che l'ecosistema alpino si era dimostrato utilizzabile anche da comunità neolitiche specializzate.
Da diversi centri di diffusione, il Ladino avrebbe poi irradiato i propri tratti linguistici in un'area dai confini fluttuanti, per assestarsi definitivamente entro i territori che sono quelli che conosciamo, con le aree di transizione che sono anch'esse note, e che certo anticamente potevano essere più estese.
Ma la contrapposizione, fra Alpi e pianura resta fondamentale, e ha le sue origini nella metallurgia alpina, non nella sommersione della pianura da parte di influenze centro-meridionali, tanto schiaccianti quanto immaginarie.
La romanizzazione, e molto più tardi l’italianizzazione, possono avere livellato, anche profondamente, i tratti linguistici sia dell'area alpina che di quella padana, e possono anche aver ridotto l'area di transizione, ma non ne hanno alterato i tratti fondamentali.
Disionaro romancio:
va' al sito: www.pledari.ch/miopledari/index.php
sselboi