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caixine
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veneta
4206 Mesaji
Publicà el - 03/06/2007 :  21:57:18  Mostra profilo  Invia on Mesajo Privato a caixine  Homepage de caixine  Rispondi con i Quote
L'arte dei nostri avi, trata fora da sto livro:


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sselboi

Modificà da - caixine el 21/11/2008 19:39:08

caixine
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veneta
4206 Mesaji
Invià el 06/06/2007 :  13:10:11  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
I grandi veneti:

Prà de la Vale:
va' al sito: www.pratodellavalle.org/prato/html/elstat.htm

sselboiTorna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
DVD
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Veneto
3425 Mesaji
Invià el 07/06/2007 :  11:30:33  Mostra profilo  Invia a DVD on mesajo privato  Vixita l'homepage di DVD  Rispondi co i Quote
Belìsime someje!!

Grasie caixine

Torna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
caixine
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veneta
4206 Mesaji
Invià el 22/06/2007 :  08:13:14  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
Interesanti ste pajine:
va' al sito: cronologia.leonardo.it/sereniss/stor000b.htm

Da cù tiro fora :

Sora l'etimoloja de DOXE:

ANNO 717 al 726 - ... con il nuovo Doge MARCELLO TEGALLIANO secondo Dux di Venezia. Anche qui la leggenda vuole che sia succeduto a Paoluccio Anafesto, ovvero, lo stesso "magister militum" che firmò con lui il trattato con LIUTPRANDO. Probabilmente, come Anafesto, Marcello è solo un frutto postumo della "serenissima" macchina propagandistica.
C'è chi sostiene che sia morto ad Eraclea nel 726 avendo dato origine alle famiglie Fonicalli e Marcello, chi invece, non sia mai esistito. Una cosa è certa che il "dux" romano, in questi tempi si stava trasformando in - "doge"- "duca" secondo l'etimologia fin qui adottata. Sull'etimologia però sorge un dubbio, come dire, se invece fosse derivato da un latino più tardo "doga"? il significato sarebbe diverso perché deriverebbe dal greco "doxi" che significa ricevere un incarico. Doxi e "Dux" era il condottiero imposto dall'imperatore, il "doge" invece veniva eletto dopo aver ricevuto il consenso della popolazione o di una parte di essa (dunque nulla a che fare con il "condottiero" romano, semmai a che fare con l'antica democrazia ateniese e veneta).

Sora ła łengoa venetega e i raporti dei veneti co Roma:

ANNO 500 a.C. - Sono di questo periodo le primi iscrizioni in lingua "venetica" (così si chiama, e non veneto che invece indica la regione).
Di iscrizioni ne esistono circa trecento e vanno dal V al I sec a.C.
Il linguaggio delle iscrizioni pur con molte presenze di osco-umbro e celtico, (la "o") e le isoglosse in comune col latino, conserva una caratteristica tutta indoeuropea, come le originarie aspirate all'inizio "o" all'interno della parola.
Molti studiosi (come sosteneva Polibio) ritengono il Venetico sia una lingua del tutto indipendente dalle altre italiche o celte. Curiosa anche la fine delle parole, che terminano non con la "m" come il successivo latino (breve la dominazione e quindi l'influenza - essa fu più subìta che accettata) ma termina sempre con la "n" greca-trace-balcanica.


ANNO 388 a. C. L'invasione gallica della Pianura Padana permette ai Galli di insediarsi fino a Verona, ma da qui iniziarono a guardare sia a sud che a est. Fu allora che i venedi si allearono con i Romani per combattere il comune nemico prima ancora che quelli invadessero i territori romani e le stesse Venezie. Questa fu un'alleanza temporanea, senza nessun patto giuridico. Anche successivamente pur non opponendosi a una certa penetrazione politica, culturale e militare romana, i venedi mantennero a lungo le loro tradizioni di popolo singolare, assimilando solo lo stretto necessario nella convivenza con i latini. Lo sviluppo di alcune strade ad opera dei romani - interessati per la posizione strategica del territorio - permise moltissimo questa convivenza, anche se l' assimilazione della civiltà romana fu piuttosto contenuta. Si prese solo ciò che era utile.

I pałifisi o pałafiticołi:

ANNO 2000 a.C.

- Una presenza massiccia di abitanti risale al bronzo finale.

Nello stesso periodo da ondate migratorie giungono in Grecia quei popoli che nella loro globalità Omero chiamerà Achei.
Questi verso il 1700 a.C. formarono nel Peloponneso la civiltà micenea. E dopo aver nel 1450 conquistato Creta, pose fine alla civiltà minoica e si sostituì ad essa nel predominio sul Mar Egeo, sulle isole e fin sulle coste dell'Asia Minore.

Sulla costa di quest'ultima, nello stesso periodo una città nel corso di vari secoli, aveva raggiunto il massimo splendore e potenza: Troia. Nel tentativo di impadronirsi di questo punto strategico per il passaggio dall'Europa all'Asia e quindi aprire nuovi sbocchi al commercio, gli Achei nel 1270 a.C. diedero origine allo scontro con la potente città asiatica, assalendola più volte (guerre di Troia) e, dopo averla conquistata, i Micenei raggiunsero il momento più splendido della loro potenza.
Pochi decenni dopo, proprio mentre gli Achei iniziarono a perdere la capacità d'iniziativa, subirono prima l'invasione dei Popoli del mare, poi nell' XI sec. a.C. l' occupazione graduale di popoli di stirpe indoeuropea - Dori nel Peloponneso, Ioni nell'Attica e nell'Eubea, Eoli nella Tessaglia e Beozia - che posero fine alla civiltà micenea.

Un periodo oscuro, definito da alcuni storici Medioevo Ellenico. Forse le migrazioni di questi nuovi popoli furono dovute a delle carestie nei loro territori.
E come se non bastasse, contemporaneamente o subito dopo, una grande peste colpì sia la Frigia che la Lidia.
E in un territorio dove non c'era altro che morte e più nessuna speranza di sopravvivere se non come schiavi o servi, chi aveva a disposizione navi emigrò in lungo e in largo nel Mediterraneo. Alcuni si diedero alla pirateria (le cronache egizie che conosciamo oggi, ne sono piene) mentre altri si misero a cercare terre da colonizzare nell'intero bacino Mediterraneo, inizialmente costeggiando l'Africa, poi inoltrandosi nei mari della penisola italica.
Oggi sappiamo che -oltre la carestia e la peste - da alcuni decenni c'era ben altro sul mar Egeo e in Asia Minore.
L'impero Ittita era stato sconvolto ed era in piena decadenza sotto gli Assiri.
Già nel 1190 a.C. con la distruzione di Hàttusas questo popolo era scomparso del tutto, mentre a Babilonia la fine dei Sumeri era avvenuta pochi decenni prima. Una "rivoluzione" traumatica di civiltà su tutto il Medio Oriente. E quindi di riflesso in tutto il mar Egeo e in Asia Minore.

ANNO 1400-1100 a.C. - Ma se le migrazioni via mare stavano avvenendo a sud-ovest, a nord altre migrazioni su terra erano già in atto da alcuni decenni, forse da circa tre secoli, con delle graduali occupazioni di territorio sui Balcani; alcuni in Illiria altri risalendo il Danubio dalle Porte di Ferro scesero prima verso l'attuale Belgrado poi verso l'Istria;
fanno parte di popolazioni di una civiltà ancora oggi del tutto sconosciuta: forse la Trace, che oggi sappiamo più antica e progredita di quella Mesopotamica e di quella Egizia. (?)

Il centro di questa civiltà, era nei pressi del Mar Nero e del Mar Caspio (con forti presenze alle foci di quel Danubio, che questi gruppi nell'arco di una ventina di generazioni, poi lentamente risalirono il corso - sono infatti molte le tracce di brevi insediamenti lungo il percorso di tutto il lungo corso medio e alto del Danubio).
Con gli ultimi scavi (del 1973-77) la datazione di alcuni interessanti reperti nei dintorni della foce del Danubio, nel mar Nero, risalgono al 5.000 a.C. Oggetti stupendi d'oro più antichi di oltre mille anni di quelli rinvenuti poi nell'antica Troia.
Nel corso degli scavi archeologici da lui iniziati, Schliemann ebbe proprio questo dubbio, che proprio la civiltà trace (stile nella costruzione di templi, architettura della casa, ornamenti, ceramica, monili in oro (e ignorava il tesoro di Varna scoperto solo nel 1973) avesse già fondato Troia 1500-2000 anni prima che la seconda ondata di stessi Traci (Achei) la distruggessero e invadessero.

Anche lo studioso Dimitar Dimitrov avanza l'ipotesi che i troiani siano da annoverare fra i primissimi emigranti traci in Asia Minore nordoccidentale che avrebbero attraversato in una precedente spedizione l'Ellesponto tra il IV e il III millennio a.C. . - E di questa data sono i primi villaggi palafitticoli poi abbandonati dai Traci nei successivi secoli.

Che fossero progrediti ce lo conferma ancora Omero, quando parla dell'eroe "trace" Reso, che ha un armatura e un "cocchio tutto d'oro", il "cavallo più bello del mondo", "veloce come il vento"; lo fa spuntare fuori come un mitico eroe di tempi remoti. Ma non sbagliava Omero con i "tempi remoti"! Accenna a un "trace", e proprio a Varna sul Mar Nero è stata scoperta una necropoli con oggetti (monili, scettri ecc. ) in puro oro a 24 carati, e una armilla a lamine d'oro, come quelle (Achee) della maschera di Agamennone a Micene. Soltanto che i reperti trace sono di 2000 anni prima della caduta di Troia, 1000 anni prima della colonizzazione della Grecia, dell' Argolide, dell'Attica, di Creta, della Tessalia, dell'Elide, e dell'Illiria.

E sempre a Varna scopriamo che non solo 4000 anni a.C. si era sviluppata l'agricoltura e l'allevamento del bestiame, compreso il cavallo; ma nacque quì la civiltà palafatticola;
la ceramica a stile geometrico e a vivaci colori; le più antiche pitture su pareti intonacate (mille anni dopo comparvero a Creta); i primi lavori di tessitura nel mondo;
il culto del toro (che riemergerà mille anni dopo sempre a Creta), che è diffusa già la metallurgia (il bronzo qui già noto nel terzo millennio a.C.) contemporanea con quella vicina di Hacilar in Anatolia);
comparsa di lucerne a triangolo equilatero;
e che l'incenerazione dei morti era una consuetudine trace (i famosi popoli dei Campi d'Urne non provenivano dunque dal centro nord Europa, ma -dopo aver risalito in Danubio dal Mar Nero - da questa antica civiltà che stiamo scoprendo solo ora nell'antica Tracia!).

Gli dei Zeus, Dionisio, Cibele, Apollo, Orfeo erano traci, e perfino l'Olimpo era Trace 2000 anni prima che sorgesse la civiltà greca. Sconvolgente poi il ritrovamento delle Tavolette Tartaria, con un alfabeto più antico di quello geroglifico egiziano e di quello cuneiforme sumerico, e come se non bastasse, il ritrovamento a Karanovo dei sigilli a cilindro usati poi 500 anni dopo dai sumeri e un po' più tardi dagli stessi egiziani (che imitarono adottando il bassorilievo tipicamente sumerico).
Insomma sembra che la cultura palafitticola provenga proprio dal Mar Nero
I romani ce ne diedero una vaga testimonianza storica quando (con una civiltà già scomparsa, già da 6-8 secoli cancellata dai greci "che saltando da isola a isola si gonfiarono come otri") conquistarono la Tracia, a cui diedero poi il nome Roma-nia. Ma gli scavi di oggi ci testimoniano che erano presenti le case su palafitte nel 4.000 a.C. (sono tutt'ora visibili a Varna- come sono visibili quelle di età più tarda in Italia a Ledro e altre località padane (1500-1300 a.C.) che hanno le stesse caratteristiche di costruzione, circolari o quadrangolari, quasi una accanto all'altra e abitandole costituirono questi singolari "architetti dei pali infissi", dei veri e propri raggruppamenti, dando vita alle istituzioni sociali ed economiche.

ANNO 1200 a.C. - Alcune di queste antiche popolazioni avrebbero in questo stesso periodo massicciamente colonizzato via mare le regioni dell'Adriatico settentrionale e, alcuni - via terra (risalendo il Danubio)- le regioni delle Venezie. La diffusione di una cultura palafitticola si diffonde su tutta la pianura veneta, nelle Valli e nei Laghi: Lago di Garda, Basso Veronese (Oppeano) ma soprattutto in quella zona che darà poi origine alla ricca Cultura d'Este (atestina). Nonché in altre zone come sul Lago di Costanza (detto anticamente "lacus venetus"- in latino venetus=azzurro - forse perché il colore azzurro era il colore nazionale dei veneti).

Altri insediamenti ai piedi dei colli Euganei, a Padova, Vicenza (lago Fimon), Altino, Montebelluna ed altre località.

Il sistema di bonificare il terreno mediante palafitte si perpetuò durante tutta l'età del ferro, e quasi sempre in prossimità di laghi, dove poi accanto in parallelo nascevano anche le prime strade, gli svincoli viari che portavano da un villaggio all'altro, anche lontanissimo.
Ma non è che gli autoctoni originari (cui si aggiunsero alcune popolazioni celte) vivevano nella grotte, ma già avevano i locali delle caratteristiche abitazioni, che però costruivano non a fondovalle, in pianura, nei terreni paludosi (per il continuo tracimare dei grandi fiumi) ma costruivano dei caratteristici edifici sulle alture, sui colli, chiamati "castellari" ("castelo" o "castellaro").
Tanti castellari costituivano dei villaggi, che erano spesso anche fortificati.
In seguito, quando le genti venete per sfuggire agli attacchi dei barbari cercarono rifugio nelle Insulae Venetiae, costruendo le loro abitazioni su palafitte, in piena laguna, non adottarono un mezzo di fortuna suggerito dalle contingenze del momento, ma usarono un sistema tradizionale, che nella pianura padana veneta come abbiamo appena detto, aveva origini antiche.
ANNO 1000 a.C. - I palafitticoli improvvisamente (e le motivazioni ancora oggi non sono del tutto chiare) abbandonano le valli e si concentrano sulla pianura Veneta dando origine alla cultura Polada. Molte le tracce della cultura Tracia (preromana) e Micenea.
La più singolare scoperta è il ritrovamento di un pugnale e asce di bronzo (i primi in quel periodo apparsi in Italia) di eccellente fattura. Quello rinvenuto a Peschiera ha la stessa foggia e caratteristiche di uno rinvenuto in una tomba di Micene (alla casa dell'olio - quindi entrambi databili nel 1500 a.C. - si possono oggi vedere in entrambe le due località). Ed è ancora singolare che nelle case su palafitte (soprattutto di Ledro, perchè il villaggio venuto alla luce dal lago è ancora integro) nelle anfore del 1000 a.C. ancora ben conservate, compaiono vinacce (la vite in Italia, in Francia, e in Germania era ancora del tutto sconosciuta - arrivò quindi dalle valli in Veneto, in Toscana verso l' 800-700 a.C. poi scese a Roma nel 600-500 a.C.). Inoltre (sempre a Ledro) compare il frumento di due specie, il Triticum csphaerococcum e il monococcum. Due ibridi che erano coltivati solo sul mar Nero e sul mar Caspio (il "paradiso" di tutte le specie di colture) non ancora presenti in Grecia, tanto meno in Puglia con i primi sbarchi dei greci, e del tutto sconosciuto questo tipo di grano nel centro Italia e negli Appennini umbro-bolognesi. A Barche di Solferino sono state reperite ben 6 varietà di frumento, delle quali una coltivata - ancora oggi - solo in India.

I palafitticoli di questo antico periodo già coltivavano la canapa, producevano i legumi, raccoglievano frutti, bacche di ogni tipo, ed era presente perfino la tessitura del lino. Già si prendevano cura degli animali; oltre cani, gatti, allevavano pollame, cavalli (i primi in Italia), asini, buoi, maiali, capre e pecore (quasi tutti questi animali domestici provenivano dal Caspio).
Ricavavano in questo modo il ricco fabbisogno alimentare, che non dipendeva più (già da un millennio) da una attività di caccia; infatti, le dispendiose energie nell'esercitarla infruttuosamente, perchè la selvaggina era piuttosto scarsa, furono per necessità tutte riversate nelle attività agricolo-pastorale e nell'artigianato, e iniziarono a formare in tal modo dei veri e propri villaggi, con gli abitanti diversificati nelle varie occupazioni e quindi con una ordinata gerarchia nei compiti.
E se dominante era quella della vita di gruppo nelle varie occupazioni agricole e artiginali, accentuata era quella della difesa, con la formazione di gruppi non più di cacciatori di animali, ma con il compito di difendere il proprio villaggio dagli assalti non rari degli abitanti di altri villaggi vicini, indigeni o di nuovi arrivati.

Da tutte queste considerazioni il grande studioso Zorzi (in "Preistoria veronese" e in "I palafitticoli nell'Italia settentrionale") giudica i palafitticoli come appartenenti ad una civiltà raffinata ed evoluta.

va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=1&TOPIC_ID=2767

va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?whichpage=3&ARCHIVEVIEW=&TOPIC_ID=2767

va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/thread.asp?TOPIC_ID=2235

Palafite de Ledro (Trentino)
va' al sito: www.palafitteledro.it/attivita/palafittando.html

Mostra a Trento
va' al sito: www.mtsn.tn.it/scimmia/

sselboi

Modificà da - caixine el 15/08/2008 08:30:08Torna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
caixine
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veneta
4206 Mesaji
Invià el 01/07/2007 :  21:20:36  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote


A Este IX°

sselboiTorna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
caixine
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veneta
4206 Mesaji
Invià el 03/07/2007 :  21:29:52  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
Da ledhare:

va' al sito: www.continuitas.com/grenoble.pdf

1
LA CRISI DELLA LINGUISTICA STORICA TRADIZIONALE E I
NUOVI PARADIGMI

Poche discipline umanistiche attraversano oggi una crisi profonda come quella della linguistica storica, a cominciare dalla specializzazione che ne rappresenta l’inizio storico e la
base teorica, cioè l’indoeuropeistica.

La causa diretta della crisi è stata il libro dell’archeologo inglese Colin Renfrew del 1987, ma la causa profonda sta nell’impossibilità di sostenere, dopo le certezze raggiunte dall’
archeologia e dalla genetica negli ultimi tre decenni sulla continuità etnica e culturale delle popolazioni europee, la tesi tradizionale di un’invasione di “pastori-guerrieri” IE avvenuta nel
IV millennio a.C.

E non essendo ancora disposti ad ammettere la loro sconfitta, i tradizionalisti continuano a preferire il silenzio alla discussione, per cui il dibattito internazionale è oggi dominato da due teorie alternative:

(1) quella maggioritaria di Renfrew e Cavalli Sforza, detta della Dispersione Neolitica (DN), che contro l’evidenza archeologica da Renfrew stesso invocata per demolire la teoria tradizionale, ritiene possibile sostituire l’invasione dei pastori-guerrieri del Calcolitico con un’invasione di pacifici coltivatori medio-orientali all’inizio del Neolitico;

(2) quella minoritaria, della Continuità dal Paleolitico (TCP), sostenuta da alcuni archeologi (e.g. Marcel Otte e Alexander Häusler) e da un gruppo di linguisti ed antropologi (oltre allo scrivente (Alinei 1991, 1992, 1996, 1998, 1998, 1999, 2000, 2001, 2001, 2001, 2001, 2002, 2004, 2004), Xaverio
Ballester, Francesco Benozzo, Franco Cavazza, Gabriele Costa, Jean Le Dû, Henry Harpending ed altri; per la bibliografia v www.continuitas.com), che considera gli IE e gli altri popoli oggi presenti in Europa e in Asia come gli eredi delle prime popolazioni paleolitiche insediate in Eurasia.

Come ho detto, la teoria della DN è oggi maggioritaria.
E questo nonostante le sue difficoltà, già grandi all’inizio, non abbiano cessato di crescere.
Questo, tuttavia, è dovuto al semplice fatto che le due lobbies di Renfrew e di Cavalli Sforza, insieme, sono state e sono
tuttora in grado di controllare fondi, media e istituzioni.
Ma ultimamente, due eventi l’hanno ulteriormente indebolita: la scoperta, da parte di un gruppo di ricercatori (Haak et al. 2005, cfr. Balter 2005)) (del quale, ironicamente, fa parte anche Renfrew), che il DNA degli scheletri di due importanti culture neolitiche centroeuropee è diverso da quello europeo (ciò che prova definitivamente che il Neolitico, dopo la prima ondata migratoria, si è diffuso culturalmente, e non demicamente), e la presa di posizione di uno dei più autorevoli preistorici inglesi, Clive Gamble (2005), che ha sostenuto la necessità di abbandonare il “pensiero agricolo” attualmente dominante con una visione che metta in primo piano l’evoluzione culturale e genetica diretta dal Paleolitico.

Indipendentemente da quale delle due teorie alternative prevarrà nel futuro, tuttavia, è assolutamente certo, alla luce delle conclusioni archeologiche e genetiche, che la linguistica
storica (celtica, venetica, slava, germanica, greco-latina ecc.) dovrà cambiare radicalmente, e che anche la linguistica romanza non potrà sfuggire al destino di questa profonda revisione

(Alinei 1998, 1999, 2001, 2001,2001).

sselboi

Modificà da - caixine el 03/07/2007 22:04:31Torna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
caixine
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veneta
4206 Mesaji
Invià el 03/07/2007 :  21:59:21  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
va' al sito: www.continuitas.com/grenoble.pdf

Da pajina n 6 :

Come si vede, qualunque sia la nuova teoria IE che accettiamo, la conseguenza più importante per la linguistica romanza non può essere che una: essa sarebbe “romanza” soltanto marginalmente, mentre avrebbe una fondamentale componente preistorica, preromana.

Roma, in effetti, non avrebbe più il ruolo primario per la formazione dell’area detta “romanza”, e questa rappresenterebbe, invece, il risultato dell’evoluzione locale di una
popolazione ‘italoide’ (o, meglio, “ibero-occitano-italico dalmatica”, dato che l’Italia non ne sarebbe più il centro), composta da popoli parlanti lingue affini all’Italico, che dal Neolitico in poi avrebbe occupato la sponda settentrionale del Mediterraneo centrale e occidentale, e che avrebbe nella cultura della Ceramica Cardiale la sua migliore rappresentazione culturale

sselboi


Modificà da - caixine el 03/07/2007 22:05:22Torna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
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veneta
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Invià el 07/07/2007 :  07:23:12  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
Par capir mejo, lexive anca sto doc. :

va' al sito: www.continuitas.com/areagallega.pdf

sselboiTorna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
caixine
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veneta
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Invià el 28/10/2007 :  20:46:00  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
SOMEXE DAL MUXEO DE ESTE

Leoni Veneti xa dal I secolo daspò Cristo


Na balança veneta (stadiera)


Strade venete vanti ani romani al de soto de 'e strade venete dei ani romani : i ne conta ke i romani i ne gavaria portà 'a çeveltà e 'e strade come ca i tajani ghe gà portà 'e strade a i etiopiçi e ai libiçi... ste fardàse...anca l'edraolega ghe ghemo ensegnà a sti gnorantoni de romani ke vivea 'ncora inte 'e caverne co nantri xa bonefegavemo 'e palùe venete e se fevimo i vilaji de palifiçi indoe xe nasesto el marangon (mara + angon = mara/marra/cortelasa/manara + angon/palo inte 'l fango, come ca conta el glotołogo Mario Alinei ?)...isteso come antan- paltan (antan/antana/altana = açero o opio, pianta ke tien sù 'e vixee, altana venesiana, antena de 'a nave, evc. e vanti cusì).
"Ango" xe anca on bocabolo vecio ke vol dir legno-pianta-arbaro-palo-baston;
pensè a l'arbaro e al fruto del "mango" (ke parò ne porta rente al bocaboło “magno/mando/magnar”; pensè anca a la "stanga" e a "stangon"; e pò pensè anca a 'l "tangon/tangone" de le barke a vela;
pensè a "angaria/angheria" ke in orijine el jera on maltratamento fato col baston da cu vien anca "angosa/angoscia" = paura.
L'angon xe on legno/na pianta ke crese visin l'acoa.
Ma l’angon ciàma anca l’angoło ma anca l’onja (unghia) e i angagni (i primi angagni xe sta i bastoni, bakete).
L’ongia pa i nostri antenai xe stà el primo stromento/angagno par gratar/scavar, daspò xe vegnesti i ciòpi/ciòki/sasi/prie, i baketi o toki de łegno, i òsi, e par oltimi i angagni de metało e de fero.
Ciapè ła “sàpa” de sapar/zappare (ke ciàma ła sata/zampa) ke gà anca el nome de “màra/marra” (in acadego “marru”), se pol anca pensar ke “marangon” sipia na paroła aglutinà fata da “ma (man) + ara (tera, che laora ła tera) + angon (onja de fero, da cu angagno).
“Ang/ong” xe raixe pristoreghe/preistoriche ke se cata in tute łe łengoe del mondo eke gà a far co i dei e łe ongje de łe man ke grata, scava, storxe e fa i angołi/cantoni, ke ciàpa pal coło e te sofega, ke fa angòsa e te angària co łe tàse o ła łeva obligatoria.



Pinsete/ciapete veneteghe


Sta ki xe 'a pì longa iscrision in venetego mai katà e mesa fora da poco


On favaro al laoro (cultura slavo veneta, mostra de Adria: Balcani)


Sto kì xe on vilajo de palifiçi de Arcoà

Vicus o vilajo conpagno de coelo sol lago de Costansa e de Revine(TV) e de Fimon e de on mucio de antri anca in Xloenia

va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?TOPIC_ID=2235

va' al sito: livelet.provincia.treviso.it/default.asp

Parco del Livelet (TV)

va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?whichpage=3&ARCHIVEVIEW=&TOPIC_ID=2767

va' al sito: cronologia.leonardo.it/mondo36b.htm


sselboi

Modificà da - caixine el 04/11/2007 17:09:32Torna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
caixine
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veneta
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Invià el 04/11/2007 :  16:07:21  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
Antri/altri leoni veneti:

va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?TOPIC_ID=92

sselboiTorna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
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veneta
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Sora ła mostra BALKANI a Adria (Ruigo/Rovigo)

va' al sito: blog.archeologia.com/60/mostra-balkani-adria/mostre-in-corso/

Come ca puì ben łedhare so ste pajine de sto sito, se parla de tuti fora ke dei veneti, inte ła nostra tera i veneti no xe mai existii,
ghe jera de tuto foraké i veneti.

Dal 1000 vanti Cristo al rivo dei Romani, inte ła Venetia i veneti no ghe jera, no ghe xe mai stasti.

Sta ki xe ła połidega del Ministero dei Beni Culturai de Roma, scançełar i Veneti.

Gnanca Virjiłio inte l’Eneide jera rivà a tanto !
(l' Eneide xe solké n’opara de propaganda del rejime roman, ordenà da Çexare, xjonfa de falbetà, e ke Virjiłio vanti de morir el gà dimandà ca no ła vegnese difuxa)

............
Balkani: antichi popoli tra Danubio, Drava, Sava e Mediterraneo

A partire dall’VIII sec. a.C. – epoca intorno alla quale ha inizio il percorso espositivo della mostra di Adria - nell’aria alto e medio danubiana si diffonde la cultura di Hallstatt, cosi denominata dalla località austriaca in cui gli scavi archeologici riportarono alla luce i primi e significativi reperti.

La sua fase centrale più riconoscibile (detta Hallstatt C e D) corrisponde alla prima grande cultura del ferro in Europa centrale e occidentale. Databile tra IX e V sec. a. C., è contraddistinta dal rinvenimento di grandi tombe aristocratiche coperte a tumulo, contenenti spesso ricchissimi corredi di guerrieri. Questi sono in gran parte composti da oggetti che richiamano la ricchezza, il prestigio e la potenza militare del defunto e denunciano una fitta rete di traffici commerciali di beni e materiali preziosi tra l’area danubiana e il Mediterraneo e anche il Mare del Nord, con un contributo locale fatto soprattutto di manodopera specializzata nella realizzazione e decorazione di oggetti in materiali metallici o preziosi (oro, argento e bronzo).

E’ una cultura, la nostra, che si avvicina a quanto si è ritrovato nei kurgan in Ucraina, o nelle tombe proto-etrusche nella Toscana meridionale e a Verucchio, nei pressi di Rimini: cioè, una diffusa rete di villaggi fortificati con una casta dominante in possesso sia del potere religioso che di quello militare, che svolgeva nel proprio “palazzo” tutte le attività connesse ai propri interessi che, nella maggior parte dei casi, erano quelli del territorio da essa dominato.

I “principi”, o capi-tribù, mantenevano buoni rapporti coi vicini, oppure intraprendevano guerre contro gli stessi, con l’intento di allontanarne il pericolo sulle proprie terre. Ospitavano commercianti carovanieri, dapprima quasi esclusivamente greci, offrendo il meglio e l’originale della produzione locale in cambio di beni di lusso e di tecnologie avanzate; organizzavano e celebravano sia riti religiosi che proteggevano la comunità che funerari.

Le società tribali presenti allora in una vasta parte del territorio europeo, compreso tra la Francia meridionale e la Transilvania, compresa quindi l’area balcanica, erano sicuramente più complesse di quanto il dato storico ed archeologico di permetta oggi di apprezzare. Molto delle stesse ci sfugge, poiché si tratta di culture prive di scrittura e poco dedite anche alla raffigurazione artistica. Tuttavia la struttura delle stesse, le pratiche, i riti e le credenze religiose sembrano diffondersi con caratteri simili di lì, anche nella pianura sarmatica meridionale e in Crimea, grazie anche al contatto di queste popolazioni con i Greci.

Il passaggio dalla cultura di Hallstatt alle culture celtiche più definite non fu, ovviamente, tranquillo e neppure diretto. Come ci ha indicato l’archeologia, esso avvenne durante il VI secolo a.C., quando è documentato il passaggio, proprio nell’area medio-danubiana, di popolazioni di cultura più orientale, di tipo Scitico. Si tratta di genti definite dalla letteratura antica greca anche col termine di Traci o di Cimieri, e che presentano aspetti simili a quelli delle popolazioni stanziatesi allora lungo la costa del mar Nero, dal delta del Danubio alla Crimea.
Tra queste erano i Triballi, i quali provenire in origine dall’odierna Moravia per poi transitare nell’odierno Kosovo e successivamente fermarsi a lungo sul Danubio nell’area dell’attuale Vojvodina, dove vennero poi sottomessi dai Macedoni.
Questi abitavano la Macedonia, regione nel nord dell’antica Grecia, confinante con l’Epiro ad ovest – coincidente grossomodo con l’attuale Albania - e la Tracia ad est. La loro origine etnica (greca o traco-illirica) è discussa, come lo è la lingua che inizialmente parlavano (un dialetto greco, ovvero una lingua differente dal greco) In ogni caso furono in seguito assorbiti nella koinè greca in periodo ellenistico. I Macedoni si trovarono isolati rispetto allo sviluppo della civiltà e della cultura greca fino al V sec. a.C. e le loro tradizioni religiose, politiche e culturali sembrerebbero derivare da quelle greche di epoca omerica, in accordo con il racconto di Erodoto. Durante il loro successivo isolamento subirono tuttavia influenze dalle popolazioni della Tracia e dell’Illiria e ciò spinse molti Greci a considerarli come stranieri o “barbari”.

Sono numerose le testimonianze che ci parlano dei Geti, presenti lungo il basso corso del Danubio e attorno alle sue foci almeno a partire dal VII sec. a.C.: il precoce contatto coi Greci li portò a fondare colonie e a formare organismi statali più avanzati, dai quali sorse il “regno Odrisio”, che godette di un certo prestigio e potere tra V e III sec. a.C. nella penisola Balcanica, in corrispondenza del basso corso del Danubio.
Da essi derivano direttamente i Daci (termine con cui i Romani definiscono in realtà i Geti), Il regno dacico, instauratosi intorno alla fine del III sec. a C. nella regione carpatico-danubiana, ebbe termine nel 102 d.C. ad opera dell’imperatore Traiano che intraprese più campagne militari contro questa popolazione piuttosto irrequieta, per sottometterla poi nel 102 d.C..
Alla cultura e al ceppo scitico appartengono invece gli Iazygi, che sono attestati sul mar d’Azov nel III sec. a.C. e, all’inizio del I sec. a.C., sulla riva del Danubio, dove saranno poi sconfitti dai Romani.

Tuttavia le spinte maggiori di spostamento di popolazioni avvengono ancora da nord-ovest, dalle stesse aree di provenienza della cultura di Halstatt: di qui, grossomodo nelle stesse regioni, ha origine intorno al V secolo a.C. la cultura di La Tène - così denominata dai ritrovamenti effettuati nel villaggio omonimo nei pressi di Neuchatel in Svizzera - che è considerata la protocultura di tutti i popoli Celti. Da essa derivano le culture contro le quali combatteranno i Romani in pianura Padana, in Gallia, ma anche lungo il Danubio.

Di cultura celtica erano gli Scordisci, che abitavano le basse valli della Sava e della Drava e la corrispondente parte della valle danubiana. Questi, presenti nella zona intorno metà del IV sec. a.C., sii scontreranno dapprima con i Greci all’inizio del secolo successivo (erano probabilmente i Galati, che violarono Delfi nel 279 a.C., per poi insediarsi, una volta ricacciati, nell’Anatolia centrale e probabilmente dell’area della Serbia attuale), poi coi Romani, tra 135 e 107 a.C.. Pur riportando alcune vittorie, infine furono sconfitti e, dopo diverse rivolte, nell’88 furono deportati ad est del Danubio, dove vennero sanguinosamente sottomessi dai Daci. Agli Stordisci si devono le fondazioni di numerose città dell’area danubiana, tra cui Singidunum, nome latino dell’odierna Belgrado.

Negli ultimi anni del II secolo a.C. giungono sull’alto corso Danubio le popolazioni germaniche dei Cimbri e dei Teutoni le quali, di lì a poco, si sposteranno a depredare altri territori nei confini dell’odierna Francia e anche in Italia, dove saranno annientati da Mario nel 101 a.C.

Sono questi gli ultimi sono gli ultimi passaggi traumatici di genti nomadi sulla sponda orientale del Danubio prima dell’arrivo definitivo dei Romani. Questi, dopo aver spesso combattuto contro le popolazioni della regione (ad esempio i Dalmati, i Narentani e gli Illiri, abitanti le regioni prospicienti l’Adriatico), sottomettono tra il 29 e il 9 a.C. tutte le regioni danubiane, dalla Mesia al Norico e alla Pannonia, nell’ambito di un progetto di conquista concepito e organizzato da Augusto.
Il disegno politico dell’imperatore prevedeva il raggiungimento e il consolidamento della presenza romana fino al Danubio, il limes orientale dell’impero, di modo da ottenere una stabilità interna ottimale per tutto il Mediterraneo. da qui la velocità e la profondità della romanizzazione dell’area.

La frattura tra Oriente e Occidente e la perdita di sicurezza del Mediterraneo, instabile anche su parte delle coste settentrionali avvenute durante l’alto Medioevo col crollo della frontiera danubiana e l’insediamento delle popolazioni Slave e poi degli Ungari durante il VII-IX sec. a.C. dimostrarono la lungimiranza del primo imperatore romano.

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sselboi

Modificà da - caixine el 09/11/2007 21:19:34Torna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
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Invià el 09/11/2007 :  21:13:35  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
Anca Wikipedia (“ła łibara ençiclopedia in linea”, łibara se fa par dir) in łengoa tajana, ła fa cào a na çentrałe romana, ke gà fiłi sconti col Ministero de ła Cultura tajan e co n’ofiço reservà de i Serviçi Segreti tajani par ‘l controło ideołojego de ła jente.

Basta ke ocè łe voxi so wikipedia:

Paleoveneti,
Veneti,
Veneto,
Repubblica Serenissima,
Lingua venetica,
Venezia,
Storia di Venezia
e tuto coeło ke revarda el veneto e i veneti.

Wikipedia in łengoa veneta xe ‘ncora pedho.


sselboi

Modificà da - caixine el 09/11/2007 21:15:11Torna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
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Invià el 05/12/2007 :  19:46:18  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
Tejara, Lipa, Tiglio, Linte, Linta


A Vicenza
il tiglio (nostrale e riccio) è dato come tajara, tejara, tajaro, tegio, tejo, tilio, linta, linte (da La Sapienza dei Nostri Padri);

A Verona
taia/taja = grossa pianta (da La Terra e l'Uomo di Dino Coltro);

In Tedesco
linde;
In Sloveno
lipa;
in ucraino
lýpa;
in turco
ιhlamur;
in lituano
liépa;
in inglese
lime tre, linden;
in francese
tilleul;
finlandese
lehmus;


Da I dizionari etimologici del latino e del greco di Giovanni Semerano:

Inglese lithe = flessibile;
tedesco lind = mite, lieve;
antico alto tedesco lindi;
antico sassone lithi;
antico alto tedesco linta = tiglio;
latino "lentus" = che si piega, flessibile, striscienate ecc..; l'aggettivo latino in origine denotò le caratteristiche delle piante rampicanti, flessibili e tenaci, resistenti e lente;
accadico lâtu, lâtu (cingere, piegarsi).
accadico lidu, littum, liddatu = germoglio, figlio, ‘little’ in inglese.

Il tedesco - cimbro linta (tiglio) e lo sloveno lipa (tiglio) ci rimandano e richiamano l’italiano linfa (succo, liquido, sangue, grasso, umore delle piante) che richiama il latino lympha(m), l'italiano ninfa (pianta acquatica e creatura mitica dell’acqua) e il greco nýmphē (con tutti i correlati);
l’inglese life (italiano vita), live (veneto vivar/vivare);
i tedeschi leben (vita), liebe (amore), lieb (caro), leib (corpo), ecc.;
l’italiano vita , il latino vita(m), il venetico viv(oi) (da vivo o in vita),
e l’italiano fito, fita (primo elemento di voci dotte come ‘fitofarmaci’) che rimandano al greco phitón (pianta) e a feto....

Lo sloveno lipa (tiglio); i tedeschi leben (vita), liebe (amore), lieb (caro), leib (corpo); ... ecc.;
richiamano accadico lib, libbu( corpo, cuore come centro della vita, sentimento) e libbe (intestini budella, trippe), semitico libb, lubb, aramaico lēbāb (cuore, sentimento, organo interno...); italiano lip(o)- (lipidi, lipoma, ecc. grasso), greco lípos(grasso), in latino lĭpăra (impiastro grasso);

E le feste, non solo latine, dei Lupercali (Da "Le Origini della Cultura Europea" de Giovanni Semerano):
i lupercali: celebrazioni che affondano nel neolitico come feste propiziatrici della fecondità, dell'abbondanza ed anche feste dei giovani che toccano le soglie della virilità;
Lupercus, l'antico dio latino, i luperci, confraternita di celebranti, sono nomi che non contengono né lupus, né arcere (Preller, Wissowa, Dеubnеr, Dumézil) e non hanno nulla a che vedere con i lupacchiotti " di cui fantasticò il Domaszewski (Abhandlungen zur römischen Religion, 1909, рр. 176 sg.).
La base lu- di Lupercus è la stessa che ritroviamo in Lua, nome della paredra i Saturnus, e che, abbiamo visto, significa " abbondanza ".
Lua corrisponde, con la nota caduta della -l- intermedia o finale, ad accadico lulû ('abundance') > *lu'a ; la componente -percus, -perca corrisponde ad accadico perḫu (' sprout, offspring, child ', ' Spross, Sprössling, Nасhkоmmе '): perciò « abbondanza di prole ». ....
Ma la, base lu- si incrociò con altra, lup: Luperca, la leggendaria moglie del pastore Faustolo, fu collegata con Acca Larentia, cioè la mitica Lupa di Roma.
Lupa in latino significa meretrice e scopre la base *lup- che corrisponde a quella che si ritrova in lubido, libido : semitico lubb, accadico libbu, nel senso di " desiderio " e anche di " interno del corpo " e in particolare " utero " ('wısh, desire, heart, abdomen, womb ').

Da ricordare anche:
il greco [laos] (λαός, popolo);
l’antico babilonese li, abbreviazione di līwu (līmu: mille);
l’ebraico l(e)’on (popolo).

Da wikipedia: va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Tiglio
Tilia (nome comune Tiglio) è un genere di piante della famiglia delle Tiliaceae (Malvaceae secondo la classificazione APG), originario dell'emisfero boreale.
Il nome deriva dal greco ptilon (= ala), per la caratteristica brattea fogliacea che facilita la diffusione eolica dei grappoli di frutti.

Il greco ptilon = ala:

Da Giovanni Semerano (Dizionari etimologici del greco e del latino):

Italiano ala, latino āla, -ae (braccio, ascella, ala) = accadico a’ālu (che congiunge e connette, congiungere, connettere).
Il greco ptilon è quasi allotropo del greco πτερόν (pteron) = piuma, plurale ali: ὲρετμά, τά τερὰ νηυσί (Od., 11, 125) remi, ali alle navi: accadico petû (spalancare), pētû (quello che apre), seguita dalla voce che è calcata su accadico erum, arum (dalla cui base deriva ὲρέσσω, remigo), urûm che ha il senso di “palma” e di “ramo di palma”...ecc.

Da:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=3872

L'ORDINAMENTO VENETO
Le origini

«Non seguono la legge, ma vivono soltanto secondo la loro consuetudine» .
...

Arengo: il popolo che governa e che giudica.

Somiglianze inspiegabili - se si prescinde da profonde radici comuni - legano l'Austria, la Slovenia, il Triveneto, l'Istria (da tempi immemorabili avanti il periodo romano): queste terre portavano i nomi di Raetia, Noricum, Venetia et Histria (tutti toponimi antichissimi adattati alla morfologia latina) e formavano il grande comprensorio alpino-adriatico, connotato da profonde affinità etniche.

Durante il Medioevo, in queste zone operarono assemblee popolari quali strutture di natura costituzionale, deliberative e/o giudiziarie, dotate di articolazione interna e collegate con ulteriori organi.

Se si considera il famoso rito di intronizzazione del Duca di Carantania, che si teneva in lingua slovena presso Krnski grad/Karnburg in Carinzia si coglie una concezione dell'autorità pubblica ed uno stile di governo assai vicini a quello veneziano.

Più che come sovrano, infatti, la figura del duca si atteggia a capo di Stato, titolare della sovranità in quanto rappresentante eletto dal popolo.
Il giuramento di fedeltà che è obbligato a pronunciare è un atto pubblico: la sua autorità, quindi, discende dalle leggi e dai diritti che il popolo gli trasferisce.
Il potere politico non risponde ad una concezione soggettiva, ma esprime una dimensione oggettiva e collettiva tipica di un vero Stato, essendo inoltre frutto di un'elezione popolare.

A Venezia persino le leggi erano deliberate con il sistema delle Promissioni: gli organi di governo e l'assemblea popolare, quando dovevano approvarle, giuravano pubblicamente il rispetto di una certa norma, sicché gli storici del diritto parlano di "concezione pattizia del diritto" a somiglianza dei pacta germanici, in contrapposizione con le concezioni autoritarie del diritto romano.
Ma le coincidenze abbracciano anche i minimi particolari.

In tutti i territori sopra descritti vi erano organi di governo con dodici membri: come la civanajstija era l'antico collegio di saggi tipico della Slovenia (vigeva anche presso le comunità slovene di Antro e Merso in Friuli), così anche l'antico Consesso tribunizio veneziano - di cui ci parla Vettor Sandi - contava dodici membri, a reggere una confederazione di dodici isole lagunari.

Ancora, in tutti questi territori le riunioni pubbliche si tenevano in prossimità di una particolare specie di albero: il tiglio.
Tanti paesi sloveni ed istriani serbano ancora un esemplare di tiglio in piazza o vicino alla chiesa, mentre un paesetto del Friuli porta tuttora il suo nome in sloveno, "Lipa".
Esso però nell'antichità figurava anche nei paesi veneti: San Vito di Cadore e de Lusevera (Udine), ad esempio, lo portano ancora sul loro stemma.

Nel Medioevo, sia l'elezione del Duca di Carantania, sia quella del Dux Venetiarum era salutata dal canto di ringraziamento Kyrie eleison, che il popolo elevava al Cielo.
...
Stema del comun de San Vito de Cador (Belun/Belluno):

Stema del comun de Lusevera (Udine)

Anche in:
Val Resia - Resiutta (Friul Venezia Juilia) - al confine con la Slovenia
Piazza Tiglio (ovviamente in italiano)

Altre çità Oropee łigà a ła tejara (tiglio, linta, linda)

Lindau in Europa
va' al sito: de.wikipedia.org/wiki/Lindau

Lindau
Ła tejara, stema de Lindau (Costansa)
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Lindau_%28Lago_di_Costanza%29

Lindau (Sasonia)
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Lindau_%28Sassonia-Anhalt%29


Lindau, comun xvisero (canton de Zurigo)
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Lindau_%28Svizzera%29


In relazione a Lipa (che in sloveno è il tiglio, antico albero ‘sacro e totemico’ attorno cui si riuniva la comunità) sono da ricordare per ulteriore ricerche:

il cognome Lippa, diffuso al nord della penisola italica;

il gioco della Lippa (senza etimologia e dato come voce infantile?);

la città di Lippa: va' al sito: hu.wikipedia.org/wiki/Lippa (Nevének eredeti formája az ősszláv *lipova(vъsъ 'hársas (hely)'. (Vö. Tapolylippó, Lippó – 1903-ig Lipova, Kislippa – 1908-ig Lippa.) Német neve a magyarból, román neve a szerbből származik. Első említése: Lipwa (1315 v. 1316);

e la città di Lipsia: Lipsia o Leipzig (in tedesco Leipzig, in sorabo-lusaziano Lipsk) è una città di 501.103 abitanti della Sassonia, in Germania; Il nome deriva dalla parola slava Lipsk. va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Lipsia

sselboi

Modificà da - caixine el 07/12/2007 21:15:42Torna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Tejara, Lipa, Tiglio, Linde, Linta Torna al'inisio dela pajina
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Invià el 06/12/2007 :  11:59:21  Mostra profilo  Invia a nonogigio on mesajo privato  Vixita l'homepage di nonogigio  Rispondi co i Quote
...ma come casso ti fà a zontar tute quele foto e le pagine dei livri?

Anca mi ne gò da poder metar, ma no so come che se fà!

Confesso la me ignoransa...

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Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
caixine
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veneta
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Invià el 06/12/2007 :  19:35:36  Mostra profilo  Invia a caixine on mesajo privato  Vixita l'homepage di caixine  Rispondi co i Quote
Mi a no so pì tanto jovine e gò inparasto co fadiga.
Pantalon te gheva postà na drita ke ghè ki sol filò, ma deso ke me vien inamente, anca ti no te si mia pì tanto jovine, anca se te si pì intelijente de mi, prasiò xe mejo se te ve da calkedun ke xe bon de far el tramacio, cusì ociando, te inpari pì in presia (pressia).

Sta kì xe la drita de Pantalon:

va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?TOPIC_ID=1901

sselboiTorna al'inisio dela pajina

Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
nonogigio
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Veneto
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Invià el 08/12/2007 :  12:07:03  Mostra profilo  Invia a nonogigio on mesajo privato  Vixita l'homepage di nonogigio  Rispondi co i Quote
gò capio.
me sò copià tuto e ancuo o diman provo...

comunque, par mi i xè 68... purtropo...

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Titolo: Re: Torna al'inisio dela pajina
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