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 STORIA VENETA
 Reitia

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T O P I C     R E V I E W
caixine Reitia
(teonimo e/o appositivo di teonimo del Santuario di Este):

Pora
(teonimo e/o appositivo di teonimo, Santuario di Este):

Immagini di Reitia:






L'oggetto in mano a Retia, sicuramente potrebbe essere associabile al falcetto neolitico che ritorna anche nelle rappresentazioni in epoca storica e cristiana, della morte come "vecchia con la falce".


Oppure come sostengono taluni, potrebbe essere associabile a una chiave che già in età del ferro venivano adoperate (forse anche in età del bronzo ?):

Chiavi retiche:

da : I veneti antichi di Prosdocimi e Fogolari:

da: I Reti, atti del simposio del 1993

Chiave di Tircania:


L'oggetto in mano a Reitia, potrebbe essere associabile anche a fulmini o saette (frecce) e/o a i serpenti,
da:
va' al sito: shardanapopolidelmare.forumcommunity.net/?t=18670275
va' al sito: shardanapopolidelmare.forumcommunity.net/?t=2944169

Immagini di altre antiche dee:

Zeus:

Contributi di vari studiosi sul nome Reitia:

Anna Marinetti
Culti e divinità dei Veneti antichi:
novità dalle iscrizioni (edizione 2008)
......................
L’onomastica delle iscrizioni di Lagole restituisce una forte componente celtica nella frequentazione del santuario; e così via.
Il caso dei nomi divini mostra caratteri parzialmente diversi: «l’individuazione culturale si esplica diversamente tra di loro [i.e. antroponimi, teonimi, toponimi], e ciò è ovvio; come pure è ovvio – ma con conseguenze enormi – che non esista, o che sia di tipo tutto particolare, la fisicità dell’individuo corrispondente al teonimo.
Come individuo, al teonimo non compete fisicità allo stesso titolo che agli antroponimi e ai toponimi: la fisicità qui è lo stesso che la culturalità, perché è la cultura che dà tutta l’esistenza... agli individui divini» (nota 7).
Il nome divino assume pieno significato, dunque, solo all’interno di un sistema ideologico (teologico in questo caso).
In questa prospettiva, l’“etimologia” del singolo teonimo – per quanto potenziale indice della sua sfera, almeno originaria, di riferimento – non è sufficiente a definirne la posizione nel sistema teologico, che dovrebbe essere recuperato nel suo insieme perché solo così si può restituire al teonimo il suo valore.
Come esempio può valere il caso di Reitia, teonimo variamente etimologizzato come derivato da *rekto-“dea che raddrizza”, *reito- “dea della scrittura”, *reito-“dea del fiume”: tutte interpretazioni ammissibili e giustificabili, con diverse argomentazioni, nel contesto; tuttavia solo quando si correla questo teonimo con altri può emergere la possibilità di recuperare i teonimi stessi come elementi funzionali ad un sistema; per l’esempio specifico, vi è una possibile solidarietà di funzione di tipo “poliadico”, nell'associazione tra teonimo/epiteto/nome del luogo, tra Reitia e divinità di altri siti veneti (vedi § 3.3).
.................................................
3.2. Divinità femminili e divinità maschili nel mondo veneto

Il tema richiederebbe una attenzione e un approfondimento adeguati alla sua importanza, per i quali non è questa la sede; mi limito pertanto ad alcune osservazioni che derivano da nuovi apporti dalle iscrizioni, e dalla revisione di alcune posizioni del passato.
L’esito associato che ne deriva sembra porre un’ipoteca – quanto meno dal punto di vista quantitativo – sul primato da sempre attribuito nel Veneto ad una divinità femminile, esemplata nella dea Reitia (Śainate Reitia Pora) del santuario di Este.
La figura di una grande dea femminile è di fatto un topos, quasi mai messo in dubbio almeno nella vulgata, e a metterla in evidenza concorrono in maniera considerevole non solo le dediche iscritte di Este, ma anche rappresentazioni figurative che trovano la loro espressione più nota nei dischi bronzei dall’area “plavense” (Montebelluna, Musile, Ponzano) raffiguranti una dea clavigera (nota 36).
In realtà, come ha acutamente sottolineato Loredana Capuis, sul piano delle manifestazioni religiose vi sono differenze che connotano le diverse aree del Veneto: «...l’area sudoccidentale, gravitante sull’Adige e sul territorio di controllo atestino, e l’area nordorientale, gravitante sul Brenta-Piave e sul territorio di controllo patavino (...); tra i dati di maggiore evidenza mi è sempre apparsa di primaria importanza la predominante componente femminile della prima zona rispetto alla prevalente, e pressoché esclusiva, componente maschile della seconda. Anomala mi appariva proprio la zona tra Brenta e Piave, sia per i dischi di Montebelluna che per una particolare tipologia di bronzetti di “figure-madri”, diffusa tra territorio patavino e frangia lagunare...» (nota 37).
La differenziazione in due grandi aree proposta dalla Capuis considera l’intero complesso delle forme di culto, e pertanto la prevalenza di femminile o maschile non guarda solo alle figure divine, ma anche alla frequentazione dei santuari, alla composizione del popolo dei devoti ecc. I nuovi dati non mettono in discussione questo quadro, ma piuttosto lo integrano, articolandolo ulteriormente.
............................................................
La semicità della radice/base è evidente: la posizione sul territorio come delimitazione deldi un territorio; questo si congiunge e completa la conclusione dei dati interni al venetico, per cui sainati- qualifica la divinità come “del luogo, poliade”.
In questa chiave propongo di riconsiderare anche l’occorrenza dell’epiteto sainati - a Este; qui sembra mancare la giunzione diretta del teonimo col toponimo, certa ad Altino, probabile a Lagole; tuttavia tra le diverse possibili etimologie del teonimo Reitia del santuario atestino (richiamate sopra al § 1) vi è, con possibilità non inferiori alle altre, quella che vede nel nome un derivato in -io- da *reito- = “fiume”(nota 52). Reitia come “ciò che è in rapporto con il fiume” potrebbe essere la trasposizione concettuale, diversamente lessicalizzata, del toponimo Ateste analizzato come ates-te “che è di contro = che sta sull’Ates (Adige)”; ciò nella prospettiva del fiume assunto quale riferimento centrale per l’insediamento che corrisponde a quello che sarà poi Ateste. Non è forse fuori luogo ricordare che il nome primario della divinità è Pora, già riportato alla stessa base del greco poros “passaggio”; il valore qui può essere riferito a molti significati ma, considerato il contesto fisico del santuario, si potrebbe richiamare il “passaggio > guado (del fiume)”, e cioè una specificità della località di cui non è necessario sottolineare l’importanza per l’insediamento circostante.
.....................................................
Nota 52:
Per il nome del “fiume” è riconoscibile una serie di forme dalla radice *rei-, con allomorfra derivativa: alla serie già individuata da SCHMIDT 1964 *rei-wo- latino rivus, *rei-ko- sloveno rjeka, *rei-no- celtico Renos è da aggiungere *rei-to-, che trova esiti in anglosassone riedt, ridte, albanese geg. rite.
Per il teonimo Reitia “le possibilità etimologiche sono più d’una:
dalla vecchia ipotesi di un collegamento con *rekto- che ne farebbe una sorta di Themis, o secondo una diversa interpretazione dell'aggettivo una dea salutifera connessa con il parto; a un *reito- ‘scrittura’ da una radice indeuropea *(w)rei- ‘intagliare > scrivere’; fino ad un (forse più probabile) *reito- ‘fiume’ (dalla stessa base di latino *reivos > rivus), per il collegamento con il corso d’acqua che scorreva in prossimità del santuario).
...


Dall'opera: Le origini delle lingue europee, del glottologo Mario Alinei, volume I, pp 522-523

Su Reitia e Pora



Dall'opera : Le Origini delle lingue europee, del glottologo Mario Alinei volune II
Esempi di stratigrafia lessicale celtica:
...
3.1.2. Natura

1) Il nome dell'«isola», esclusivo dell'area celtica: antico irlandese inis (in irlandese toponimo), scozzese innis, gallese ynys, bretone enez, dal celtico *inissi, forse da *eni-sti- «che sta in (acqua)» [Buck 1.25] ... ricorda l'etnonimo vei veneti: eneti.
2) Il nome della «sponda, riva, costa marina», esclusivo dell’area celtica e con significative differenze semantiche: antico irlandese tracht, trāg «spiaggia, costa», trāigim, irlandese traigh «riflusso della marea, spiaggia», gallese trai, treio «alta marea», gallese traeth «spiaggia, costa», bretone traez, treaz «sabbia» [Lewis e Pedersen 1961, 31; Buck 1.215, 1.27], bretone tre «bassa marea» [Le Dû com. pers.].
I termini sono affini al latino trahere, tractus, ma non sono prestiti latini.
3) Il nome esclusivamente celtico della «valle»: antico irlandese glend, glenn, irlandese gleann (> inglese glen), gallsese glyn tutti «valle», gallese glan «brink, sponda, costa», bretone glann «sponda fluviale» [Buck 1.24, 1 27]
...
6.5 Armi e guerra
6.6. Cavallo e cavalcatura
1) Uno dei principali contributi celtici alle lingue germaniche sta nel nome della nozione del «cavalcare», che risale al più presto al Calcolitico, e non al PIE, come vorrebbe la teoria tradizionale! [cfr. IEW 861] Si può partire dal nome celtico del «cavallo», rappresentato dal gallese gorwydd «cavallo», che si lascia confrontare con gallo-latino paraverēdus «cavallo da trasporto di riserva» (> it. palafreno), composto di veredus e della preposizione greca pará «accanto».
In area germanica, questo composto diventa il nome standard dell’animale in tedesco (Pferd) e in nederlandese (paard) (cfr. antico alto tedesco parafrid, da cui antico frisone palefrei, inglese palfrey) .
La forma base deriva da un *vo-rèdos [IEW 861] , dove vo- è il continuatore celtico di PIE *upo «sub» [IEW 1106], e *redos non rappresenta un PIE *reidb-, reidho- «viaggiare, andare a cavallo», come ipotizza Pokorny [IEW 861], bensì un’innovazione celto-germanica *reidb- *reidho-, rappresentata da tutta una serie di sviluppi: medio irlandese riad(a)īm «io viaggio», gallese rhwydd-hau «affrettarsi», gallico rēda «carro a quattro ruote», antico irlandesei dē-riad «tiro a due», gallo-latino rēdārius «guidatore di una reda» (cfr. toponimo gallico Eporēdia (Ivrea), antroponimo Eporēdorix), gallese arbrwdd «rapido», antico irlandese rēid «facile», antico gallese ruid, gallese rhwydd «facile, libero», antico bretone roed in toponimi, bretone rouez «raro, sparpagliato», antico irlandese rīad «viaggiare, andare a cavallo», antico irlandese ech-rad «cavalli»; antico islandese riða, anglosassone rīdan, antico frisone rīda, nederlandese rijden, antico alto tedesco rītan, tedesco reiten, tutti «andare a cavallo», anglosassone ridda, antico alto tedesco ritto, antico frisone ridder, nederlandese ridder, medio alto tedesco Ritter «cavaliere»; inglese road «via», antico alto tedesco reita, medio alto tedesco reite «carro, attacco militare», inglese raid «idem»; gotico ga-rais «preparato, destinato», inglese ready' «pronto», medio alto tedesco gereit, gereite «pronto, preparato», norvegese gereide «finimenti per cavallo», tedesco Gerät «strumento» ecc.; gotico ga-raidjan «preparare», medio alto tedesco (ge)reiten «preparare, ordinare» ecc.
Alla base di questa innovazione celtica ci sarebbero le formazioni *rē-, rə- e soprattutto *rēdh- «preparare», dalla radice PIE *ar- «adattare, preparare, calcolare», con [IEW 55, 59, 853].
...

5. Tratto dal lavoro del filologo semitologo Giovanni Semerano:
Le Origini della Cultura Europea

POPOLI E PAESI NEL SEGNO DEL LORO NOME

VENETICI

La storia di Livio comincia con la leggenda di Antenore che, a guida dei Veneti cacciati dalla Paflagonia, approda nella parte piú interna dell'Adriatico, occupa la regione allontanandone gli Euganei.
Dobbiamo subito rilevare col Prosdocimi (La lingua ventica,II, 235) che la tradizione classica su questo popolo è sotto l'influenza del cenno omerico (Il., 2, 851 sg.): «Pilemone guida i Paflagoni έξ Έυετών».
Strabone attesta anch'egli (I, 3, 21) `che gli Ένετοί sono passati dalla Paflagonia sulle rive dell'Adriatico.
Dagli Antenoridi di Sofocle il passaggio dì Antenore con gli Enetoi dalla Tracia verso Adria è stato orchestrato, al dire di Polibio (II, 17, 6), da tanti tragediografi.

L'etimo dei Paflagoni, gli abitanti della regione affacciata al Mar Nero e delimitata dal fiume Halys, a sud, è da ricercare in basi assire corrispondenti a baal-palag (quest'ultima base la ritroviamo in Pelagonia).
I Paflagoni sono " i dominatori delle vie d'acqua " e " i signori del mare ", il Mar Nero, dal quale, verso la fine del secondo millennio a. C. si diramano molte correnti di popoli e civiltà di influenza assira della Cappadocia.
Erodoto fa cenno dei Veneti dell'Illiria (' ‘Eνετοί ', I, 196) per rilevare la coincidenza di una stessa consuetudine fra loro e i Babilonesi.

Parlando dei Siginni (V, 9) dice che i loro confini si estendono sino a gli Eneti che abitano sull'Adriatico.

Strabone (C 553), sulla fede di Meandrio, conferma che gli ' Ένετοί ' provenienti dal Paese dei Leucosiri, cioè Cappadoci di origine assira, partiti da Troia, insieme coi Traci, approdarono e si stanziarono nella parte superiore dell'Adriatico.
Non si dimentica la testimonianza di Catone (in Plinio, N. h., III, 130-131) « Venetos troiana stirpe ortos ».

L'etimo di Ένετοί si richiama alla stessa base di greco Aίνος, latino Aenus, nome della città che, posta alla foce dell'Ebro, si può designare " la città del fiume ": cioè accadico ēnu, īnu, semitico ‘ain ( 'spring, river'), voce che torna nell'idronimo Inn, Aenus il fiume che segna il limite tra la Rhaetia e il Noricum. Il suffisso -to- (su cui cfr. Prosdocimi, II, p. 241 sg.) corrisponde ad accadico etû, itû (confine, regione, border, region, confines) e acquisterà un valore aggettivante di " appartenente a " implicito nel senso di 'adjacent to'.

Strabone stesso (7, 6.1) informa che Aenus (Eno) si chiamò già Poltyobria (Πολτυοβρία e che nella lingua dei Traci βρία significa città.
βρία, in effetti, corrisponde ad accadico bīrtu, ebraico bīrā (borgo, ' citadel, castle, fort ') e πόλτνς, Polti, nome del re trace, corrisponde ad accadico, antico babilonese pāltu (spada, ' a two-edged sword '), degno attributo e decoro di un antico re.
Quella parte della Cappadocia lungo il fiume Halys e lungo la Paflagonia usa due dialetti che abbondano di nomi paflagoni, come Bagas, Biasas, Aeniatēs, Rhatōtēs etc.
Questi due ultimi nomi richiamano Aenus, e Rhaetia.
Anzi Rhaetia conferma il significato del primo : " la terra del fiume ": accadico, antico babilonese rātum ebraico, aramaico rahaţ (corso d'acqua, ' Wasserlauf ').
Atōtēs è correzione errata del Reinach.

Il nome degli Ένετοί richiama quello degli Enieni, Ένιήνες; (Il., 2, 749) che il catalogo omerico, indica come genti della valle superiore dello Spercheo (Herod., 7, 132, 185); il suffisso –ήνες, corrisponde ad antico babilonese ēnum (signore, dominatore, ' ruler, lord '), sumero en.
Si assumono a confronto etnici simili, come Veneti, i Galli dell'Armorica (are mori = ad mare), tra la foce della Loira e quella della Senna.
Plinio (Nat. hist., IV, 105) associava all'Armorica anche l'Aquitania (acqua), la regione a sud della Garonna e Aquitania è da accostare etimologicamente ad Aquileia (dove l'aquila non ha nulla da vedere), congiunta alla laguna di Grado e al mare dal fiume Natiso; sono interessati anche gli Slavi Veneti, sul corso medio e inferiore della Vistola;
Venosta che dà nome al tronco superiore della valle dell'Adige, dalla sorgenti del fiume.
Occorre concludere che la costante del nome di fiume, assiro ēnum, è presente nell'etnico dei Veneti.

Il nome di Rhaetia è affine semanticamente al nome ladino Engiadina, Engadina, in cui En- corrisponde a greco έν, latino in, accadico in, ana; -gad- corrisponde ad accadico gādu (' at the side of '), ebraico gādā " riva ", ' bank of a river ').
Engadina è la valle superiore dell'Inn, fra le due catene delle Alpi Retiche, dalle sorgenti del fiume, non lontano dal passo del Maloggia.

Anche Noricum, in analogia con Veneti, rende il senso di terra del fiume: accadico nārum (fiume, ' river, canal, stream '); la stessa origine ovviamente ha il nome Naro, il Narenta, e Narona, che fu colonia romana in Dalmazia, sulle rive del Naro.
Le concomitanze, in particolare, con l'Asia Minore e l'occidente balcanico si estendono ad altri particolari.

Dardano, il capostipite dei Priamidi nella Troade, è autoctono per Omero; il suo nome corrisponde ad accadico tartānu (commander in chief).
I Dardani, in Illiria, divisi in tribù, tra le quali sono noti i Galabrii e í Thunatae, sono il popolo che ritroviamo in epoca classica ai confini settentrionali della Macedonia, sulle rive dei corsi superiori dell'Axius (Vardar) e della Morava, fra le sorgenti del Timacus (Timok) e del Drino (Drin).

Axius richiama il nome dell'Apsus della Troade e dell'Apsus illirico, accadico apsû (acqua profonda, ' deep water, sea, cosmic, subterranean water '), sumero ab-zu, dal quale nome derivano quelli di Japodi, Giapidi e Apuli, ma la sua origine è calcata: corrisponde alle basi di accadico agî-āsû (sorgente) : accadico agû (acqua) e āsû (` spring ').

Il nome del Timavo, Timavus, greco Tίμανος, non può disgiungersi da Timacus, il Timok, fiume della Mesia Superiore. Tale nome riaffiora in Timau, fiume dell'Alta Carnia, al valico di Monte Croce, dove dalla roccia scaturisce abbondante corrente, il Fontanone; accanto al fiume Cellina, sopra Maniago, fu rinvenuta un'ara votiva al Timavo, della fine della repubblica (v. Religione dei Venetici).

Gli abitanti dell'Istria, delimitati dal canale dell'Arsa (Arsia) e dal Timavo, sono popolazione di stirpe venetica che verisimilmente verso la fine del primo millennio penetra nella regione e occupa i castellieri, il più forte dei quali deve essere stato Nesazio sul Quarnaro.
Gli Istri non derivano il nome dalle basi che richiamano l'idronimo Istro (letteralmente ' anse, ritorni del fiume ') : accadico id (fiume, 'river '), calcato da āşû, āşītu (sorgente, ' spring, canal ') e tīru (ansa di fiume, ritorno, ' Windung ') : Istria, " l'ansa ", richiama basi semitiche: ebraico i ('coast-land ') con determinativo -eš, e tā'ar (' to turn round '), accadico tīru.

Nessun fiume più del Timavo merita la denominazione generica di Istro, di fiume che erra, scompare e ritorna.
I rapporti con civiltà preelleníche sono trasparenti nel mito degli Argonauti, di Medea e di Apsirto, localizzati alle foci del Timavo, a Pola, nelle isole del Quarnaro.
Pola è calcato su base come accadico palû (' rule, regde ' ; cfr. accadico bēlum, semitico ba’al : ' ruler ').

Fu rilevata opportunamente la presenza del radicale BEL- nei nomi di divinità celtiche (G. B. Pellegrini, La lingua venetica, I, p. 447) ma senza le necessarie implicazioni : Bel- corrisponde esattamente ad accadico bēl- (bēlu : signore : ' as a divine name or replacing a divine name ', CAD, 2, 191 sgg.) e il valore di " brillante " attribuito al radicale BEL non risolve alcun dubbio.
In etrusco Vel- corrisponde alla stessa base che si ritrova in Velatri, Velitri e Feltria con la seconda componente corrispondente ad antico assiro išri-, accadico ašru, ugaritico aţr, aramaico aţrā (luogo, ' piace, site, region, country ').
Bel-, Fel- in Fel- tria (Feltria, Feltre) indica nei toponimi posizione dominante su un luogo, su un corso d'acqua.

Il nome di Raetia Secunda fu gradualmente sostituito da Vindelicia, che fu derivato dagli idronimi Vindo, Vinda (Werlach), e Licias, Licus che con l'Isar (Isarus) e l'Inn (Aenus) percorrono la regione.
In realtà Vindelicia, Vindobona (Vienna), Vindonissa (Windisch), fortezza elvetica tra l'Aar e il Reuss, Vindalum, città dei Cavares, nella Gallia Narbonese, alla confluenza del Sulgas e del Rodano, scoprono la base Vind- corrispondente ad accadico id (fiume, divinità fluviale; ' river: as a divinity '; ' Fluss ') incrociatosi con la base corrispondente ad antico accadico (w)idum (' border, side '; ' Seite ').

L'idronimo Licias, che concorre a formare il nome della Regione, corrisponde ad accadico ālikum (che scorre, che va, 'der Gehende'): dal verbo accadico ālikum (andare, scorrere, ' gehen ': v. Flussigkeiten, 'Stròming'); cfr. alāktum (corso, via, 'Weg, Gang ').
Esaminiamo qualche idronimo relativo alla zona dei Venetici: L'Edrone è ricordato da Plinio, (N. h., III, 121) « ... Aedronem (Edronem) Meduaci duo ac fossa Clodia ».
La base originaria di Aedro, corrispondente ad accadico adû (acqua corrente); adû (lat. unda) e àru (scorrere, ' to go ').
Eliano testimonia Ήρέταινος, Retenone (oggi Retrone a Vicenza) di Ven. Fortunato, che corrisponde ad arittu-ēni (corso del fiume) : in apparenza sembra rappresentare la base di accadico adru (scuro, detto anche di tempo piovoso).


Dall'opera : «Le origini della cultura europea» del filologo Giovanni Semerano

RELIGIONE DEGLI ANTICHI ITALICI
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Nerio (Nerienis), Neriene (Nerienes), Neria significa la Nereide, Nēreine, in Catullo, è Teti: é il segno che l'antica divinità, Маrs era un dio delle fonti, dеllе acque, come mоstrа il canto dei Fratelli Arvali : Nerio deriva dalla base corrispondente ad accadico nārum (fiume, ' river '), a conferma, perciò, Moles dello stesso Marte, deriva da base corrispondente ad accadico malû (abbondanza, ' fullness ' :" colei che colma "), da accadico malû (‘ to be full, to fill up: sаid of containers, canals’ СAD, 10-, 174 sgg.); Maia di Vulcano è ipostasi dell'acqua: accadico mā’a, mā’u ( water ) e mostra che Vulcanus, divinità pluvia con l'attributo della folgore, deriva da base accadica come (leggi Vаlku) Malku-аnu (il re Anu) : mаlku ( king ) e Аnu (ipostasi del cielo, sky- god), che torna nel latino Ianus e in ianua (volta di una grande porta, di un portico).
......................................
La divinità italica la cui presenza offre una delle più ampie zone di irradiazione rivelatrici è Anaceta o Anceta del peligno Corfinium e di Sulmona; Anagtia, Angitia, che ha attributo diiviia nella sannitica Aesernia (Bott, I6): Stenis Kalaviis le offre un anello.
Anaceta o Аnceta reca un attributo Ker(r)ia e ha culto fra le donne (Bott., 124, 129, 130 etc).
Essa trova la sua perfetta identità con la divinità iranica Аnahita, paredra di Mitra, con onori di culto nell’Asia anteriore e con chiara influenza anche nel mondo religioso greco-romano.
È ormai noto che il suo paradiso appartiene ai cieli assiri.
Antonio Pagliaro scriveva : « è certamente dа riconoscere la suggestione di divinità assire ... , probabilmente Ištar, anch’essa dеа della fecondità, o fоrsе ‘Аnat’, come si vuole da altri, per l'affinità del nome.
Ma allora il significato оriginario che le si dà " senza macchia " non ha alcuna consistenza. Anahita significa ' colei che sta o viene accanto, сhe soccorre "; tale nome deriva dа due elementi corrispondenti аd accadico an (accanto, per, verso, ' to, top, toward ') e aḫītu (fianco, lato, ' side ') con frequenti esempi: аna a-ḫi-tu-šu ( ‘tritt’, vS, 20) che varrà per invocazione; ina a-ḫi-te ; ina a-ḫi-at awīlim (‘in dеr Umgebung des Menschen’).
Nella invocazione аd Аfrodite Saffo prega la dea di venirle accanto : τυĩδ’ ἕλθ’.
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Religione dei Venetici.
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L'opera (La Lingua Venetica, Le Iscrizioni e Gli Studi) che i due studiosi B. Pellegrıni e A. L, Prosdocimi hanno dedicato alla civiltà e alla lingua dei veneti antichi, aggiorna e rielabora con puntuale acribia « una documentazione d'inestimabile valоrе pеr la storia preromana del Veneto e dell' Italia antica». Lе Iscrizioni che vı sono raccolte e riedite illuminano l'ethnos di una popolazione Italica che ha lasciato segni di una facies culturale di antichissima tradizione . I culti e i sacrari atestini ai quali il Battaglia e il Ghirardini avevano dedicato ricerche e cure attentissime, ci fermano con una problematica riсca di implicazioni importanti. Ci basteranno alcuni accenni
per оrientare lo studio su alcuni elementi che pоtrebbero fruttare agli studiosi sollecitazione a nuove scoperte.

Reitia, dа un numero rispettabile di testimonianze risulta una divinità, il cui none appare da solo o con epiclesi.
Il Pauli fece derivare tale nome da *rekt- attraverso il passaggio fonetico -kt- > -ht- (rehtia-) o -kt->it (re.i.t-) e ne risultò una divinità del diritto.
Da Сonway Whatmough Reitia viene identificata con la spartana Όρθία.
Intuizione acuta fu quella del Whatmough che vı scorse gli elementi di divinità «salutifera», . Un attributo di Reitiа, Pora, viene glossato πανάχια, nel glossario di Filosseno, ciò che accentua i caratteri di divinità delle acque.
L'attributo Pora dunque corrisponde al medio babilonese būru (‘pit, ho1e, well, pond’) semitico bi’r, ebraico bōr (fonte).
E Reitia richiama inoltre gli attributi di Asklepios Orthios stando anche alle affnità tra la stipe atestina e i tipi di eх voto dedicati in Epidauro.
L’epiteto s’ainatei di Reitia fu ricondotto alla base del latino sano (cfr. accadico šanû : nel senso di ritemprare rinnovare ", ‘reparieren’); sono validi gli accostamenti аd Аrtemide, sulla scorta di Strabone che accenna al culto di Artemide etolica tra i Veneti (Strab, 5, 1, 9).
L'Altheim anzi vi riconobbe senz'altro Reitia.
Аrtemide, è chiarito dal suo ruolo di Britomarti, abbiamo visto che è, сome Afrodite, una originaria divinità delle fonti, dei fiumi (cfr. accadico būrtu: ‘source’ e mārtu fanciulla: feiminile di māru: ‘child’).
Alle оrigini del nome Reitia ci guidano le varianti di Όρθία che sono Fήορθε[ίαι] («IG», V, I, 252, del VI secolo a. С.); Βωρθείας (252 a) etc.; in iscrizione arcaicizzanti Fροθαίαι (n. 865, del II secolo a.C.), Βορθείας (864, 866).

Dа Strabone (VIII 362) sappiamo che il temenos della Όρθία fu chiamato λιμναῖον(cfr. Pausania, 3, 16, 7).
Occorre ricordare che ogni funzione salutifera, fin dalla più remota antichità, è connessa con le acque, della cui funzione Abano offre costante testimonianza .
È nota, peraltro, la scena della incubazione della donna neolitica della grotta di Malta.
Perciò Reitia ,[alla formazione del nome ha concorso la base antichissima corrispondente ad antico accadico rē’ītu, attribuito a Ištar, la dea della fecondità. Tale attributo significa letteralmente «la regina, la pastora»(Hirtin: v. Göttinnen, vS, 969 sg); è femminile di accadico rē’ûm, rējûm, antico accadico rē’ium (pastore, titolo di re e di divinità, ‘Hirte, von König, v. Göttern’ , ibid., 977 sgg) come in Omero ove Agamennone è pastore di popoli.
Accadico rē’itu, reat lo ritroviamo in Rea (Silva) e in ‘Ρέα ] che ricorda voce accadica rāṭu (corrente, condotto d’acqua, ‘gutter’), concorda semanticamente con la base Fορθαίαι (Όρθία, corrispondente ad accadico būrtu (‘waterhole, source, well, hole, pit’).

Questi richiami etimologici concordano con l’origine dell’etnico Veneti, Ένετοί.
Ένετοί, dalla base (w)ēnu (fonte, ‘spring’), col valore di popolo della regione del fiume. Ne deriva che S’ainatei, come attributo di Pora, corrisponde ad accadico ša īnāti ‘la divinità delle fonti’: ša è il tipico pronome determinativo accadico, con la componente īnāti plurale recente di īnu (‘spring’) semitico ‘ain: lo stesso valore originario del nome del dio celtico Belinus: bēl-īni (‘il signore della fonte’).
Il console C. Sempronio Tuditano dedicò al Timavo dei versi saturni che ricordano la sua vittoria sui Giapidi, nel 120 a.C.
Le antiche are votive, con dediche al fonte, il santuario di Diomede (attestato da un’iscrizione dell’epoca sillana: C.I.L.V, suppl. 380), τò Τίμαυον, descritto da Strabone, ogni particolare attesta il culto del Timavo, celebrato dai Carni, in connessione col fenomeno idrico. Il Timavo è uno dei fiumi più celebrati (da non dimenticare l'idronimo Timonchio a Schio di Vicenza); le sue voragini, le scomparse, e le riapparizioni del suo corso trovarono eco nei poeti. Ma la divinità Timavus, confusa con Diomedes, merita attenzione. Diomede, il mitico eroe greco, è originario della Tracia; di qui il suo culto col suo errare, si diffuse dall’Oriente, da Cipro, sino all’Occidente italico, a Turi, a Metaponto, a Taranto, a Siponto, a Brindisi, fra i Peucezi, nell’antica Umbria, fra i Veneti e nelle isole del Mar Jonio, tutte zone affacciate al mare o ai fiumi.
Strabone (5, 1, 9) segnala come fatto storico (la fonte è Timeo) gli onori resi a Diomede tra i Veneti che gli offrono in sacrificio un cavallo bianco (λευχòς †ππος αÙτῷ.
L’Alessandra di Licofrone, che attinge a Timeo, ha dato sviluppo a due note saghe. Anche in Tracia, come in Italia, al suo culto si accompagna come animale sacro il cavallo. Proprio come il culto di Posidone. Persino l’Avis Diomedea, un palmipide dell’Atlantico con abitudini pelasgiche, ci richiama al culto della divinità originariamente marina.
I cavalli di Posidone, è noto, simboleggiano le onde, anzi il dio fu celebrato come il creatore e il dоmаtоrе del cavallo. Altri intesero il cavallo come attributo di Posidone divinità ctonia, dеllе acque sotterranee. In Arcadia si attribuiva al Dio la creazione dell'invincibile destriero Areio, come in Сorinto la, paternità del cavallo Pegaso.
Dalla Tracia, di remota cultura mesopotamica, il mito di Diomede erra lontano mascherando un ben più antico e importante nome mitico, quello della importantissima divinità babilonese, ipostasi delle acque che circondano la terra, dеll’осеаnо primordiale, Tiāmat, una dei protagonisti divini del poema Enūma Elīš.
L'oscillazione del tema Tim-, Tem-, Tam- negli idronimi, richiama un remoto sincretismo Tiāmat con il nome del dio della vegetazione, Таmmūz, figlio della divinità Ea. I due boschetti sacri sul Timavo, di cui fa cenno Strabone, sono dedicati a due divinità originariamente ctonie, Нera di Argo e Artemide (v.) etolica.

Insieme con quello di Diomede, il mito del troiano Antenore spalanca orizzonti che si dilatano di là dalle sponde dell' Adriatico, dello Jonio e ricongiungono l'talia e l'occidente all'oriente in una delle sue proiezioni più ricche di avvenire.
Perché il nome di Antenore, dеll'еrое che per la sua pacata saggezza può dirsi il Nestore troiano, ha significati e valori reconditi che spiegano in parte gli sviluppi del mito orchestrato da Sofocle nel suo drаmmа, gli Аntenoridi, nel quale Antenore si esilia con i figli e con gli Eneti (Il., 851 sg.) dalla Paflagonia, passando per la Tracia e l’Illiria, nel Veneto, ove scaccerà gli Еuganei e fonderà Patavium, Padova.
Non per nulla i Romani si approprieranno della leggenda; in analogia con il nome del figlio di Venere, Enea, Aineias, originario aggettivo di una voce semitica che rende anche Venus, l'Afrodite romana, la dеа delle fonti, dalla base di accadico (w)ēnu, semitico ‘ain (sorgente, ‘spring’), il nome Antenore reca anch'esso un elemento idronimico che svela gli alleati Troiani della zona del Canale, dell'Ellesponto: Antenore, dunque, Άντήνωρ, corrisponde a accadico adi nāri (accanto al fiume: adi ‘up to, as far as’, cioè аn etî a riva : itu, etû limite, confine, riva, ' border, adjacent to ') e nāru (fiume, ' river '). Tale nome è la ennesima conferma degli apporti culturali еd etnici alle zone di influenza assira attraverso la Cappadocia e la Tracia verso il Veneto.
Tra le divinità dell'Istria preromana ricordate da Attilio Degrassi (Scritti vari di antichità, Trieste, 1971, p. 158 sgg.), Boria é stata identificata con Вora il vento ma che voto poteva avere sciolto Euancelus a questa divinità? Boria, il cui nome richiama l’attributo divino Pora, non deve avere avuto attributi diversi dalla divinità Ika Aug(usta), alla quale era dedicata un'ara scoperta a Pola nei 1954 e che era infissa sul fornice del cunicolo dal quale sgorgava l'acqua di una sorgente : « era considerata divinità ella sorgente » (ibid., 160) : Ikа corrisponde аd accadico īku (canale ‘Kanal’).
E così Bora corrisponde ad accadico būru (specchio d’acqua, ' pit, hole, well; pool ').
Altra divinità indigena Iria che la interpretatio romana assimila a Venere: Iria Venus, anchessa divinità delle fonti come Afrodite (v. Venere). Ira corrisponde ad accadico jarru (speccio d’acqua, ‘pond pool’), ebraico jeōr (‘use, river’ ).
L'antica divinità della regione, del Noricum, Noreia, protettrice dell’omonima città, fu accostata dai Romani аd Iside egizia, per l’importanza che nei culti di ambedue le divinità riveste l’acqua.
Impianti per il culto dell'acqua attestano nei santuari di Noreia tali prerogative : nel sacrario sull’Ulrichsberg, in quello di Hohenstein, in Carinzia, e infine nell'altro di Frаuеnbеrg, in Stiria. È quindi anche la dea dеllа floriezza, della fecondità della terra e dell’abbondanza : è rappresentata con la cornucopia nel recinto dеllе terme di Virunum. La cornucopia accompagna anche la divinità celtica delle fonti, Rosmerta (v.) paredra di Mercurio e assimilata a Maia, l’acqua fecondatrice (accadico mā’ū ( Water ').
E Noreia richiama la base di accadico nārum, ebraico nāhār (‘rıver, stream’).


La religione dei Celti
(Da: Le origini della cultura europea, di Giovanni Semerano; da pag 292 a pag 298)
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Rosmerta
II nome di Rosmerta, la divinità femminile di origine celtica, che ebbe culto in Gallia, paredra di Mercurio, fu aggredito con impegno rigoroso dai linguisti, ma con risultati deludenti. Fu escogitata una radice *smer che significherebbe lucido, brillante, oppure, abbondanza, oppure destino, con riferimento al greco moira.
Мercurio e Rоsmеrtа ripetono la coppia Mercurio-Maia еvосаtа da molte iscrizioni del territorio del Reno e della Mosella. È notevole l’osservazione che Rоsmеrtа e Maia nella iconografia sono intercambiabili.
Abbiamo mostrato che Mercurio è originariamente una divinità delle fonti l’antico sacello del dio, in Roma, presso porta Capena, sorgeva presso um fоntе alle cui acque erano attribuite virtù lustrali; соn l’acqua Мercuri i mercanti aspergevano le loro mercanzie per preservarle dа contaminazioni e deperimento.
Maia, la madre del dio, significa acqua e deriva dа una base corrispondente аd accadico mā’ū (‘water’).
Un attributo di Rosmerta è la cornucopia, simbolo dell’abbondanza che recano le acque fecondatrici. Sе il corno indica nella trasparenza simbolica i crescenti lunari, il nome di Rоsmеrtа significa, come quello di Brito-marti, la “vergine delle fonti” e deriva dalle basi corrispondenti аd accadico raḫāṣu (irrigare, ‘spülen’), ugaritico rḥṣ (‘to wash’), incrociatosi con la base corrispondente ad antico accadico rāsum, rāšum cananeo rōš nel significato latino di caput fontis (‘Ausganspunkt: v. Kanal’), e -mērtu-, -mārtu (vergine, fanciulla, ‘Mädchen, Tochter’), aramaico mārtā (signora, ‘Herrin’).
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va' al sito: it.youtube.com/watch?v=Hvy7MQqT2Vg

Sull'ipotesi di un'affinità fonosemantica tra l'etnonimo Reti e il teonimo Reitia::

da:


Da: Reitia, Dea dei veneti, di Piero Favaro


LA CHIAVE DI REITIA

La Chiave di Reitia è in realtà un caduceo stilizzato ed ha il potere di aprire agli iniziati i sette cancelli che conducono alle dimore dei Signori (i Titani).
La Dea creatrice creò le sette potenze planetarie e mise a capo di ciascuna un Titano e una Titanessa: Iperione e Tia al sole, Atlante e Febe alla luna, Ceo e Meti a mercurio, Eurimedonte e Temi al pianeta giove, Crio e Dione a marte, Oceano e Teti a venere, Crono e Rea a saturno. Il culto dei Titani è attestato nella regione adriatica dal culto tributato a Kronos (Saturno), il fratello di Rea venerato presso il Timavo.
Mentre Kronos giaceva con la ninfa Filira, arrivò Rea all' improvviso sicché Kronos si trasformò in cavallo e Filira, partorito il centauro Chitone, si mutò in un tiglio, l'albero della vita sacro ai Veneti.


Nell'anatomia occulta, la coppie di serpenti sul bastone è attorcigliata ai sette centri di forza localizzati lungo l'asse della colonna vertebrale e corrispondenti ai Titani. In Paflagonia il culto del serpente del dìo Asklepios faceva parte del culto ctonio già prima dell'arrivo degli Eneti, quando ancora la regione era abitata dalle popolazioni non indoeuropee (i Leucosiri).
A Babilonia il serpente aveva fatto il nido sotto le radici nell'albero della dea Inanna. ...
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Continuando, per ovvi motivi, includeremo i racconti mitologici legati ai vari dei del pantheon veneto: Apollo, Artemide Etolica, Era Argiva, Atena, Ecate. Dunque c'è moltissimo da leggere e meditare.
Senza contare la parentela di Reitia, dea madre dei Veneti, con i miti della grande madre anatolica.

Cibele è la grande dea dei Frigi, considerati da alcuni originari della Macedonia, messi in movimento dall'invasione illirica in certo qual modo legati alla cultura Lusaziana.
Il passaggio da Cibele a Rhea e da Rhea a Reitia, sia nel senso di trasmissione culturale che in quello prettamente fonetico, è possibile grazie all'anello di congiunzione scoperto nell'isola di Samotracia in forma del nome "Ρητια"/ Retia
(Ferecide di Siro, FGrHist 3 F 48).

Presso quest'isola del Mar Egeo nord-orientale si celebravano culti misterici terrifici in onore alla grande madre degli dèi, Rhea, e c'è un anello fondamentale in Retia quale compagna di Apollo: si racconta infatti del suo amplesso con Apollo da cui nacquero i nove sacerdoti Coribanti.
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Da: I Veneti Antichi di Aldo Luigi Prosdocimi e Giulia Fogolari


Statuetta bronzea raffigurante (... forse Reitia ?)


La chiave di Reitia, secondo il contributo di P. Favaro, la cui forma diverge da quelle raffigurate nei dischi bronxei:


Simbologia sciamanica:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Sciamano


va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Rilievo_Burney


seita / continua


sselboi


Modificà da - caixine el 13/12/2008 19:11:40

caixine Subject: Re:

Reitia, lo sciamanesimo e l'oppio:

Da: I Veneti dai bei cavalli

(Sopraintendenza ai beni archeologici del Veneto)




Fiore di croco:

Fiori di croco:
va' al sito: www.giardinaggio.it/Linguaggiodeifiori/singolifiori/croco.asp

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Crocus
Crocus è un genere di piante erbacee, appartenente alla famiglia delle Iridaceae e originario dell'Europa e dell'Asia occidentale e centrale, con altezze variabili da 8 a 15 cm, con radici bulbose o rizomatose, utilizzate come piante ornamentali o officinali.
Già conosciuto ai tempi dei Greci,
è un fiore diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, dall'Asia Minore all'Africa Settentrionale. Il suo nome deriva dal greco kroke, che vuol dire filamento, proprio a rappresentare i lunghi stimmi che caratterizzano il suo fiore. Omero descrive il talamo nuziale di Giove e Giunone ricoperto di tantissimi fiori tra cui il croco.
Per questo motivo, uno dei significati attribuiti al fiore è quello della passione e dell'amore sensuale.
Al tempo dei Romani, il Croco veniva posto sulle tombe, in quanto considerato simbolo di speranza per la vita ultraterrena.
Probabilmente, gli antichi conoscevano soltanto il Croco da cui si ricava lo zafferano, con il quale preparavano anche filtri d'amore.
Soltanto nell'età Vittoriana, al significato, in origine assegnato al fiore e cioè quello di amore appassionato, si iniziò ad affiancare quello di giovinezza spensierata.

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Croco
Croco (260 circa – 306 circa) (latino: Crocus) fu un capo alemanno della fine del III secolo.
Nel 260 guidò una rivolta alemannica contro l'Impero romano, attraversando il limes germanico-retico ed avanzando sicuramente fino a Clermont, forse addirittura fino a Ravenna, partecipando alla conquista alemannica della città franca di Mende.
Nel 306 Croco era presente come generale romano alla morte di Costanzo Cloro a York, Britannia, quando Costantino I fu dichiarato imperatore.


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Personalmente ritengo possibile e probabile che non si tratti di un fiore di cròco, ma di una pianta di papavero da oppio e forse una di canapa.

Il papavero è una delle piante benefiche e sacre per l'uomo; per miliaia di anni se non milioni, il papavero ha lenito le sofferenze degli esseri umani e ancor oggi è tra i primi e più diffusi e necessari antidolorifici.

LA PIANTA SACRA AI DAUNI DELLE STELE
va' al sito: www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=1

Estratto da:
anno: 1985
Bollettino Camuno Studi Preistorici Vol. 28: pagg. 57-68

Oppure vi ci potrebbe essere un carciofo:

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Carciofo
La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente si trattava di selvatico. A quanto sembra le si attribuivano poteri afrodisiaci, e prende il nome da una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata da questi in carciofo.

Usi terapeutici del carciofo:
La cinarina sembra avere effetti colagoghi. Gli estratti di carciofo hanno mostrato in studi clinici di migliorare la coleresi e la sintomatologia di pazienti sofferenti da dispepsia e disturbi funzionali del fegato. La cinarina ha mostrato di essere efficace come rimedio ipolipemizzante in vari studi clinici.
La cinarina ha anche effetti coleretici, sembra cioè stimolare la secrezione di biliare da parte delle cellule epatiche e aumentare l’escrezione di colesterolo e di materia solida nella bile.
I derivati dell'acido caffeico in genere mostrano effetti antiossidanti ed epatoprotettivi.
La Cinarina è anche ipocolesterolemizzante, tramite l'inibizione della biosintesi del colesterolo e l'inibizione dell'ossidazione del colesterolo LDL. Diminuisce inoltre il quoziente beta/alfa delle lipoproteine ed ha effetti diuretici.
La medicina naturale e la fitoterapia usano il carciofo nel trattamento dei disturbi funzionali della cistifellea e del fegato, delle dislipidemie, della dispepsia non infiammatoria e della sindrome dell'intestino irritabile. Lo utilizza inoltre, per il suo sapore amaro, in caso di nausea e vomito, intossicazione, stitichezza e flatulenza. La sua attività depurativa (derivata dall'azione su fegato e sistema biliare e sul processo digestivo) fa sì che venga usata per dermatiti legate ad intossicazioni, artriti e reumatismi.
L'attività dei principi amari sull'equilibrio insulina/glucagone ne indica la possibile utilità come supporto in caso di iperglicemia reattiva o diabete incipiente, e l'effetto dei principi amari sulla secrezione di fattore intrinseco ne indica un possibile utilizzo in caso di anemia sideropenica.


Sciamani e trovadori:
va' al sito: www.continuitas.com/benozzo_sciamani.pdf

Sciamanesimo indoeuropeo:
va' al sito: www.continuitas.com/sciamanismo.pdf

I signori degli animali dal Paleolitico:
va' al sito: www.continuitas.com/galloni_ombre.pdf


sselboi

Modificà da - caixine el 08/12/2008 22:45:23

caixine Subject: Re:

Oppio nella preistoria:

va' al sito: www.continuitas.com/rec_nencini.pdf
P. NENCINI, Il fiore degli inferi. Papavero da oppio e mondo antico, Roma, Franco Muzzio Editore, 2004, pp.219, ISBN 88-7413-105-
...
2) stando ai dati archeologici e paleoetnobotanici più aggiornati oggi a nostra disposizione, tale addomesticamento è avvenuto nel tardo Neolitico nell’Europa centro-occidentale, e non, come erroneamente
e diffusamente si crede, in Oriente. L’opinione ancora oggi corrente, attribuisce invece ai Sumeri gli inizi della coltivazione del p. da oppio, e poi da lì la sua diffusione nel resto del Vicino Oriente e del Mediterraneo, ma si tratta di un luogo comune del tutto erroneo fondato su una serie impressionante di equivoci filologici trasmessi e ripresi nei decenni, come ha dimostrato già nel 1975 A. D. Krikorian;

3) i resti di p. somniferum più antichi, sono stati ritrovati infatti in vari siti databili al 4400-4300 a.C. in Svizzera, Germania, Polonia, Italia, e da lì, tra la fine del Neolitico e gli inizi dell’Eneolitico, si è diffuso,
come indica la scansione cronologica e geografica dei ritrovamenti archeologici, verso il nord e l’est d’Europa;

4) è legittimamente sostenibile l’ipotesi che fin dal tardo Neolitico l’oppio fosse usato come sostanza psicotropa a scopi rituali;

va' al sito: www.erboristeriadulcamara.com/papavero.htm


va' al sito: www.skeletonhouse.it/lezioni/botanica14.htm


va' al sito: www.fotoarts.org/scheda_foto.php?id_img=97874&id_utente_galleria=104353&r=1


va' al sito: flickr.com/photos/anntatti/2279786339


Mi chiedo se i motivi vegetali nei particolari dei due dischi (di Montebelluna e di Auronzo) sono riconducibili al papavero da oppio e alle sue foglie!


sselboi

Modificà da - caixine el 09/12/2008 20:35:25

caixine Subject: Re:

Dischi bronzei venetici:

È possibile e molto probabile che il fiore di Reitia fosse un papavero da oppio (più che un fiore di croco o un carciofo).


sselboi

Modificà da - caixine el 12/12/2008 18:24:15

caixine Subject: Re:

va' al sito: www.elicriso.it/it/piante_allucinogene/papavero_da_oppio

va' al sito: www.pergioco.net/Varie/Misteri/Festo/Festo.htm

va' al sito: www.antikitera.net/download/Festo.pdf

L'orto o bròlo di Reitia e Ortia:

è possibibile che una delle piante che Reitia sta inaffiando sia lo stramonio, più che il carciofo.



va' al sito: www.montellanet.com/erbario.asp?id=56

va' al sito: www-1.unipv.it/webchir/neuro/didattica/conoscere/storia/storianch5.htm

sselboi


Modificà da - caixine el 12/12/2008 21:39:38

caixine Subject: Re:

I riti orfici, Orfeo, Morfeo e la dea nonchè sacerdotessa-sciamana Ortia (Horphia, Orphia, Orthia, Orpia, Orfia, Arpia, Aorthia, Artia, Areitia, Reitia)


Tabella con i nomi dell'oppio in varie lingue:

E' più che evidente lo stretto legame tra il nome dell'oppio e l'Orfismo ...

Orfeo:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Orfeo :
...
Il potere della parola, capace di indurre l'uomo ad azioni gravide di conseguenze, ha condotto all'elaborazione di un mito attorno alla figura storica di Orfeo: un prodigioso cantore, semidivino, in grado di smuovere col proprio canto la natura; una figura complessa e poliedrica in quanto archetipo dell'artista, ma anche fondatore di una religione, l'orfismo, con una propria teologia, cosmologia ed escatologia.
Nella personalità di Orfeo si fondono poesia, musica e retorica; da qui la capacità di coinvolgere in modo così profondo l'uditorio.
I poteri di cui è investito Orfeo sono da attribuire al ruolo che ha il poeta in una società in cui il canale di circolazione della cultura è ancora prevalentemente orale: attraverso la voce e la musica nasce un rapporto mimetico tra il poeta e l'uditorio che segue con il corpo, consapevolmente o inconsciamente, il ritmo e la cadenza del canto; un pubblico semplice ed illetterato avverte ciò come una magia.
...

Morfeo:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Morfeo :
...
Esiodo indica che i sogni erano figli della Notte. L'idea di una divinità specifica dei sogni chiamata Morfeo è più tarda e viene generalmente attribuita ad Ovidio, che nelle sue Metamorfosi diede un nome ai tre figli di Ipno, il sonno: Morfeo, Phobetor (Fobetore) e Phantasos (Fantaso). Nell'Iliade e nell'Odissea, infatti, troviamo invece un'altra divinità, Oniro, che riassume in sé la caratteristiche di tutte le altre. Morfeo, nelle sue apparizioni notturne, prendeva le forme delle persone o delle cose sognate.
Egli quando inviava sogni popolati da forme umane portava sempre con sé un mazzo di papaveri con cui, sfiorando le palpebre dei dormienti, donava loro realistiche illusioni.
Gli altri due quelli con animali (Fobetore) e paesaggi, case, oggetti inanimati (Fantaso). Spesso era rappresentato nell'atto di abbracciare il padre, Sonno, circondati dagli spiriti dell'immaginazione.
Morfeo era raffigurato con grandi ali che battevano senza far rumore. Il suo messaggero era il veloce ed alato Hermes, tramite tra il suo Signore e i viandanti.
...

Orfici:
va' al sito: www.filosofico.net/orfismo.html


Orfismo, Canti Orfici:

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Orfismo

va' al sito: www.riflessioni.it/dizionario_religioni/orfismo.htm


Orthia (e Artemide):
va' al sito: en.wikipedia.org/wiki/Artemis_Orthia

va' al sito: es.wikipedia.org/wiki/Santuario_de_Artemisa_Ortia

El culto de Ortia es común en las cuatro poblaciones constitutivas de la Esparta original, Limnai, Pitana, Kynosoura y Mesoa. Está probablemente precedida, cronológicamente hablando, por el culto de la divinidad poliada de Esparta, Atenea, griego Πολιοῦχος, Polioũkhos («protectora de la ciudad») o griego Χαλκίοικος, Khalkíoikos («de la Calcoteca»).
El santuario estaba situado entre Limnai y la orilla occidental del río Eurotas, en una depresión natural. Los vestigios más antiguos, fragmentos de cerámica del periodo geométrico, testimonian su existencia desde el siglo IX a. C. En el origen, el culto era celebrado sobre un altar rectangular hecho de terrones de tierra. A principios del siglo VIII, el témenos estaba dotado de un pavimento de piedras sacadas del río y rodeado de un muro de forma trapezoidal. Un altar de piedra y de madera se construyó a continuación, así como un templo. Las guerras emprendidas por Esparta permitieron financiar los trabajos.
Un segundo templo fue construido hacia 570 a. C., bajo el reninado conjunto de León y de Agasicles (hacia 575–560 a. C.), cuyos éxitos militares suministraron los fondos para los trabajos. Primero, el terreno fue realzado, sin duda, tras un desbordamiento del Eurotas. Sobre el lecho de arena del río fue levantado un altar y un templo de piedra caliza, orientados como los edificios precedentes. El muro del recinto fue alargado y adquirió forma rectangular. El segundo templo fue totalmente rehecho en el siglo II a. C., a excepción del altar, el cual fue reemplazado por los romanos que construyeron en el siglo III un anfiteatro para acoger a los turistas de la
En el origen, el culto de Ortia fue el de una religión preantropomórfica y preolímpica. Las inscripciones mencionan simplemente «Ortia» (u otras variantes como Ortria)o como el poeta lírico Alcman (Partenias, I, v. 61), que la llama Aotis («la de la aurora», v. 87).
El culto se dirige a un xoanon (efigie grosera de madera) considerada maléfica. Pausanias (III, 16, 9-11) cuenta que, era originario de Táurica y fue robado por Orestes e Ifigenia. Volvía locos a los que lo encontraban, y hacía matarse a los espartanos que ofrecían sacrificios a Artemisa. Sólo la intervención de un oráculo permitió «domesticar» la estatua. Sangre humana fue derramada sobre el altar, que acogía sacrificios humanos por sorteo. El legislador Licurgo los remplazó por la flagelación ritual de los efebos, la diamastigosis. Según Plutarco (Vida de Arístides, 17, 10), hay que ver más bien la conmemoración de un episodio de las guerras médicas.
Artemisa fue venerada allí bajo la epiclesis de griego Λυγοδέσμα, Lygodésma, literalmente «en el lazo de mimbre», lo que sugiere una estatua «incómoda», típica de los cultos griegos primitivos. Para Pausanias (ibid.), sin embargo, el nombre se explica porque se habría encontrado el xoanon en un matorral de mimbre, que mantuvo a la estatuilla orthia, es decir «derecha». Su culto comprendía, además de la flagelación, danzas individuales de jóvenes y danzas de coros de chicas. Para los chicos, el premio del concurso era una hoz, lo que hace suponer que se trataba de un rito agrario.
La presencia de exvotos atestigua la popularidad del culto: máscaras de arcilla representaban a ancianos u hoplitas, así como figurillas de plomo de terracota, mostrando a hombres y mujeres tocando la flauta, la lira o los címbalos, o incluso montando a caballo.

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Artemisia
Il sapore aspro delle piante di questo genere spinse al loro uso da parte delle levatrici dell'antichità per lo svezzamento.
L'Artemisia absinthium è la pianta base per la ricetta del distillato assenzio, a cui attribuisce il sapore aspro e il tipico colore verde.

sselboi

Modificà da - caixine el 12/12/2008 20:08:02

caixine Subject: Re:

storia dell'anestesia

"opus dei sedare dolorem"
va' al sito: www.cardioanestesia.it/storiaanest.html

Sin dai tempi più remoti l'uomo ha cercato con ogni mezzo qualcosa che potesse alleviare il dolore, anche se si riteneva che questo fosse mandato dagli dei e quindi ostacolasse la loro volontà chiunque tentasse di combatterlo.
Varie sono state le tecniche e le sostanze usate nel corso dei secoli: strangolamento, ischemia, ipnosi e mesmerismo, oppio, mandragora, cicuta, iosciamo, hashish, alcool, ghiaccio.
Gli interventi chirurgici si limitavano a quelle situazioni che avrebbero comunque procurato la morte come drenaggio di ascessi ed amputazioni di arti colpiti dalla gangrena. I risultati erano pessimi e la mortalità enorme, non soltanto dovuta ad infezioni, ma anche per la mancanza di adeguata protezione dell'organismo dall'aggressione chirurgica (dolore, stress, emorragia ed altro).

Gli Assiri già nel 3000 a.c. praticavano un metodo particolare di "anestesia", infatti comprimevano le carotidi del malato al livello del collo (strangolamento) causando ischemia cerebrale ed uno stato di coma che era adatto a praticare la chirurgia...se il malcapitato sopravviveva.
Con il progredire della civilizzazione si iniziarono a scoprire le proprietà dei narcotici vegetali come l'oppio, la mandragora, la cannabis indica.
L'oppio era somministrato nell'antico Egitto (3000-1000 a.c.) ai bambini per farli stare calmi durante la notte.

Francesco Benozzo
Sciamani europei e trovatori occitani

va' al sito: www.continuitas.com/benozzo_sciamani.pdf

Gli studi di Costa su quello che mi sembra corretto definire lo sciamanismo europeo, l’aspetto su cui mi interessa insistere maggiormente è quello, da lui ben evidenziato, dello sciamano come poeta, cantore, musico e custode della cultura e della letteratura orale. Era infatti allo sciamano, o se si preferisce a una figura simile allo sciamano, che era spettato per millenni il compito di custodire e tramandare il vasto patrimonio – naturalmente orale – che le popolazioni europee avevano accumulato a partire dal Paleolitico superiore: si trattava – specifica ancora Costa – di una tradizione trasmessa dalla lingua poetica, la quale, in un processo che durò millenni e che portò alla sua progressiva codificazione standardizzata, divenne un ineguagliabile contenitore e veicolo di quelle antichissime forme di sapienza che, dal Paleolitico superiore erano divenute parte della tradizione orale: è sostanzialmente questo il motivo – spiega ancora Costa – per cui vi si rintracciano vestigia di tipo linguistico, rituale, mitico e cognitivo appartenenti a queste fasi lontane.
In estrema sintesi, cioè, questa lingua poetica possedeva alcune caratteristiche fondamentali:
1) si trattava di testi orali, stilisticamente marcati rispetto alla lingua quotidiana, soprattutto grazie alla presenza di strategie ritmiche e cadenzate, di formule, temi e tassonomie;
2) costituiva la summa dei saperi di una comunità;
3) era frutto di un’elaborazione collettiva;
4) nel corso della propria evoluzione diede luogo a formulazioni orali standardizzate, cioè a quelli che si possono chiamare testi fissi (per tutte queste considerazioni, cfr. Costa 1998, 2000, 2001, 2004, 2006a, 2006b).

I poeti, gli eredi degli sciamani paleo-mesolitici, diventarono una parte attiva della tradizione, cioè un anello imprescindibile della catena comunicativa formata dall’intersezione di spazio, tempo e parola. Questo ‘poeta’ disceso dagli sciamani paleo-mesolitici era dunque, come spiega efficacemente Enrico Campanile, “il professionista della parola e nel suo ambito di competenza rientrava, quindi, tutto ciò che si realizza nella parola”: oltre che sacerdote, medico, giurista, storico, egli era “colui che in poesia ricordava e celebrava le imprese gloriose di principi ed eroi, sia del presente che del passato, mosso da divina ispirazione” Campanile,
1983, 40).

Non può essere messa in discussione l’esistenza e la vitalità di queste figure di poeti presso le popolazioni celtiche che abitavano da millenni i territori dell’Europa continentale: le testimonianze della loro presenza nelle fonti in lingua latina e greca sono copiose e autorevoli, a partire da una serie di iscrizioni, fino ad arrivare alla toponomastica e alle testimonianze degli autori ‘classici’.
In particolare, sappiamo che esistevano i bardi (da una parola celtica continentale del tipo bardos, ben attestata nell’irlandese antico bárd, nel gallese antico bardd, nel cornico barth, nel bretone barz, continuazioni di *gwrd(h)os ‘colui che alza la voce, colui che elogia’), i vates (figure ben attestate anche in area celtica insulare, dove i testi antichi parlano di fàith [in Irlanda] (che ci ricordano le fate) e di gwawd [in Galles], termini legati alla radice *uat- ‘essere ispirato, essere posseduto’) e i druidae vale a dire dei ‘druidi’ (gallico *druis, irlandese druí, gallese derwydd, bretone drouiz, da una radice *dru-wid- ‘colui che ha conoscenza sicura’) (per tutti questi dati, cfr. le bibliografia specifica cit. in Benozzo, 2006).

Va specificato che, per quanto gli autori classici distinguessero queste tre categorie intellettuali, “nella realtà indigena si trattava ancora di un’unica e omnicomprensiva figura che poteva recepire nomi diversi solo in rapporto alla specifica attività che attualmente in un dato momento svolgeva” (Campanile, 1991, 156).
Si può in ogni caso affermare che queste figure polivalenti di druidi-bardi-vati operanti nell’antica Gallia non solo sono un’incarnazione evidente del poeta-sacerdote indeuropeo, ma ne costituiscono addirittura il modello più rappresentativo, essendo al tempo stesso poeti, uomini legati al sacro e uomini di legge.

Sciamanismo indeuropeo
di Gabriele Costa

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Tra i molti pregiudizi che gli studi dell’Ottocento e del Novecento ci hanno lasciato in eredità, uno è ancora oggi pervicacemente diffuso, ed è l’idea che gli Indeuropei - e di conseguenza poi anche il mondo che noi chiamiamo classico – non abbiano mai conosciuto una fase etnolinguistica e culturale preistorica, che la loro tradizione debba dunque essere costitutivamente priva di ogni presunta bruttura o irrazionalità tipica delle civiltà primitive e ‘inferiori’, e pertanto che credenze, riti e perfino singoli episodi, ad esempio di cannibalismo, sacrifici umani, cacciatori di teste, etc., inequivocabilmente attestati in abbondanza nella documentazione residua, vadano attribuiti a ininfluenti e marginali influssi esterni, estranei alla civiltà indeuropea, e poi a quella classica, nel suo complesso (cfr. Costa, 2001, 2002, 2003a, 2004). (Così come quello in Costa, 2003b, anche il presente lavoro fa parte di una più ampia ricerca sulla grecità arcaica, la filosofia preplatonica e i loro rapporti con la tradizione poetica e sapienziale indeuropea, i cui risultati definitivi saranno pubblicati in Costa, 2006f, volume a cui qui, per motivi di spazio, si rinvia per ogni ulteriore approfondimento dossografico e bibliografico, e per il necessario inquadramento epistemologico, storico-filosofico e linguistico-ricostruttivo generale.)


Questo atteggiamento, culturale prima ancora che scientifico, che certo ha radici lontane che risalgono in parte agli autori classici stessi e che attraversa tutta la storia dell’umanesimo occidentale, è direttamente collegabile alla teoria invasionista e calcolitica sulle origini indeuropee, e a una visione del mondo indeuropeo, ad essa connessa, ideologicamente connotata.
La teoria calcolitica sulle origine induropee, che è ancora oggi quella standard, prevedendo infatti per i popoli di lingua indeuropea una storia compressa in pochi millenni, e postulando il loro arrivo, per il tramite di invasioni rapide e cruente, nelle sedi storiche in epoca cronologicamente troppo bassa, lascia del tutto indefinite le loro fasi preistoriche, come se gli Indeuropei, diversamente da tutti gli altri popoli del mondo, non avessero un passato che risalga oltre il V-IV millennio.

Secondo poi questa teoria, quel che accomuna in tutto o in parte le lingue e le culture indeuropee, dall’Irlanda all’India, ma che non rientra nei canoni linguistici e culturali ricostruiti, indicati a priori come superiori a ogni forma definibile come appartenente a una cultura etnologicamente ‘primitiva’ perché appunto gli inizi della cultura indeuropea non risalirebbero oltre l’età dei metalli, sarebbe genericamente da attribuire al cosiddetto sostrato indo-mediterraneo, cioè alle popolazioni nonindeuropee preesistenti nelle sedi storiche all’arrivo degli Indeuropei, o a influssi seriori e secondari provenienti da culture altre, loro sì considerate primitive.

Le due istanze, quella culturale e quella scientifica, si sono insomma intrecciate fino a formare una visione del mondo indeuropeo che ha poca verosimiglianza scientifica, che non assomiglia a nessun altra vicenda etnolinguistica e storica che conosciamo, e che tuttora inficia la ricerca, impedendole di vedere quel che da sempre è sotto gli occhi di tutti, e cioè che gli Indeuropei, in realtà, sono “gente normale” (cfr. Ballester, 1999).

A partire dal 1996 (cfr. Alinei, 1996, 2000, 2003; Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f), è tuttavia disponibile una nuova teoria sulle origini indeuropee, una teoria che finalmente riconcilia la linguistica comparata con i propri assunti evolutivi e storico-linguistici, con i dati provenienti dalle ricerche più recenti della paletnologia, dell’archeologia e della genetica, e risolve una volta per tutte le aporie più vistose della teoria calcolitica (ma anche di quella neolitica di C. Renfrew e L. L. Cavalli Sforza).

Secondo tale teoria, compiutamente elaborata in primis da Mario Alinei e sviluppata poi anche da altri studiosi tra cui lo scrivente, e denominata ‘teoria della continuità paleolitica’ (in inglese: Paleolithic Continuity Theory = PCT), la patria originaria degli Indeuropei sarebbe l’Africa, la stessa cioè di tutte le popolazioni moderne e di tutti i phyla linguistici del mondo; i più antichi insediamenti delle popolazioni indeuropee fuori dall’Africa corrisponderebbero ai territori occupati attualmente dalle lingue indeuropee stesse;
l’Europa sarebbe stata occupata, fin dalle prime datazioni determinate dalle ricerche, dagli Indeuropei insieme alle altre popolazioni non indeuropee presenti poi storicamente in loco, come ad esempio quelle uraliche: il rapporto etno-linguistico preistorico tra gli Indeuropei e gli altri popoli eurasiatici si configurerebbe allora come di adstrato/parastrato e non di superstrato/sostrato, saremmo cioè in quell’ambito che in linguistica teorica si definisce come di ‘lingue in contatto’; il sostrato indo-mediterraneo in quanto tale non esisterebbe e non esisterebbero popoli pre-indeuropei perché l’arrivo degli Indeuropei, e delle altre genti, coinciderebbe col primo popolamento euroasiatico di Homo sapiens sapiens; le lingue indeuropee, ma anche quelle non-indeuropee presenti nel territorio eurasiatico, sarebbero già state divise e formate a partire almeno dal mesolitico; ogni invasione massiva neolitica o calcolitica sarebbe esclusa, e le limitate invasioni e infiltrazioni locali documentate dall’archeologia o ipotizzate dalla genetica costituirebbero fattori di ibridazione e non di sostituzione; l’agricoltura si sarebbe diffusa nell’Eurasia secondo un modello complesso e integrato, a mosaico, di sviluppi locali, di acculturazione e di limitata diffusione demica da parte di gruppi an-indeuropei; le popolazioni di cultura kurganica emerse nel calcolitico, indicate dalla teoria calcolitica, nella versione di M. Gimbutas, come gli Indeuropei stessi, sarebbero invece di origine altaica, e la loro influenza sul mondo indeuropeo sarebbe stata linguisticamente, geneticamente e culturalmente piuttosto limitata; nella loro
lunghissima storia, la continuità dei contatti trans-tribali e l’identità etno-linguistica e socio-culturale delle popolazioni di lingua indeuropea, sarebbero state assicurate dalla tradizione orale e sapienziale riflessa dalla e nella lingua poetica indeuropea (cfr. Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f).

All’interno della PCT, anche questioni etnolinguistiche e storico-religiose quali ad esempio le tassonomie poetiche più arcaiche, i sacrifici di sangue o il culto delle teste tagliate, trovano allora una spiegazione scientificamente economica, storicamente lineare e etnologicamente coerente, poiché quanto appena detto consente di attribuire rettamente ai popoli indeuropei alcuni di quei dati che erano stati in precedenza
assegnati alle inesistenti lingue e culture di sostrato, considerandoli come vestigia di una comune eredità della vastissima e poco variata cultura paleo-mesolitica, e non valutandoli pertanto, questi o altri in generale, come extra-indeuropee a priori, ma attribuendoli o meno anche agli Indeuropei in base alle risultanze della comparazione.

Insomma, tali dati si inquadrano oggi perfettamente nella storia etnolinguistica indeuropea così come la delinea la teoria della continuità paleolitica, prevedendo cioè anche per questi popoli una preistoria paleo-mesolitica e delle fasi culturali e linguistiche preistoriche lontane, e un rapporto di contatto e di interscambio coi popoli coevi e contermini non pregiudizialmente violento e prevaricatore, e certo non ‘superiore’ a ogni influsso cosiddetto barbaro o selvaggio, o perfino estraneo a fasi etnolinguistiche ‘primitive’.

Seppure con alcune illustri eccezioni (Rohde, Dodds, Burkert, etc.), la ricerca ha tra l’altro finora sottovalutato, se non misconosciuto, anche l’importanza delle numerose e significative vestigia dello sciamanismo nelle culture di lingua indeuropea, attribuendole per lo più a influssi vicino-orientali tardi e esotici.
Di tali vestigia, basterà qui ricordarne solo alcune: per il mondo greco, Empedocle, Fr., B111:


...
...TESTO IN GRECO- (che non mi riesce di postare ma che si trova nel testo consultabile in pdf)
...

“e tutte le medicine che si producono come rimedio dei morbi e della vecchiaia, tu potrai conoscere, perché completerò soltanto per te tutti questi precetti.
Saprai calmare la forza dei venti incessanti, che sulla terra avventandosi con le loro folate distruggono i raccolti; e poi di nuovo, a tuo piacimento, riporterai gradite le brezze.
Dalla fosca pioggia farai tempestivo per la gente il secco, ed anche farai dal secco in estate, a ristoro degli alberi, i getti d’acqua che sprizzano in alto.
Saprai riportare su dall’Ade il vigore di un uomo ormai finito”.
Per il mondo celtico (cfr. Corradi Musi, 2004), si può citare quel che racconta Pomponio Mela, 3, 6, 48:

Sena in Britannico mari Ossismicis adversa litoribus, Gallici numinis oraculo insignis est, cuius antistites perpetua virginitate sanctae numero novem esse traduntur: Gallizenas vocant, putantque ingeniis singularibus praeditas maria ac ventos concitare carminibus, seque in quae velint animalia vertere, sanare quae apud alios insanabilia sunt, scire ventura et praedicare, sed nonnisi dedita navigantibus, et in id tantum, ut se consulerent profectis”.
Altresì nota da tempo e oramai assodata, è l’importanza del ruolo che lo sciamanismo gioca, tra l’altro, nella definizione della figura centrale del pantheon germanico, quella del dio Wotan/Odino; ad esempio, Snorri, Ynglingasaga, VII, parlando lui dice:
Il suo corpo giace come se dormisse o fosse morto, mentre egli diviene un uccello o una belva, un uccello o un drago e si porta lontano in un attimo in paesi lontanissimi”.

Per il mondo indiano antico (cfr. Crevatin, 1979), si possono ricordare testi come Rg-Veda, 8, 48, 1-3; 9, 113, 6-7; 10, 97, 1-6, o l’inno di Rg-Veda, 10, 136; mentre per la tradizione iranica antica, è sufficiente citare lo Artāi Vīraz Nāmak, un testo pahlavi con interpolazioni posteriori, ma che verosimilmente nella sua parte essenziale risale al periodo pre-sasanide, forse dunque al III-IV secolo d.C., e che si rifà per certo a una tradizione orale molto antica, ove troviamo la descrizione di un viaggio nell’aldilà di tipo evidentemente sciamanico, ottenuto grazie a un rituale estatico e all’uso di droghe (cfr. Belardi 1979, 1996).

E così si potrebbe continuare per le altre tradizioni indeuropee...
Insomma, il riesame senza pregiudizi delle molte e significative testimonianze di miti e riti sciamanici nelle tradizioni greca, italica, celtica, germanica, iranica, indiana, anatolica, etc., l’adeguato sfruttamento degli studi più recenti (cfr. Costa, 2004, 2005a, 2005b, 2006a, 2006b, 2006c, 2006d, 2006e), e soprattutto l’inquadramento generale del problema all’interno della teoria della continuità paleolitica, al contrario di quel che si è ritenuto finora, consente di far emergere con chiarezza l’evidenza di una fase sciamanica preistorica originale e propria alla storia etnolinguistica delle popolazioni indeuropee, uno sciamanismo indeuropeo le cui ultime propagini sono ancora ben vitali, tra l’altro, nelle grecità arcaica e storica (cfr. Costa, 2006f).
...

...così come Epimenide, lo sciamano cretese, che, chiamato a purificare Atene dalla prima grande epidemia di peste delle sua storia, purificò la città, modificò i riti funebri, e le diede quella costituzione che poi fu fissata per iscritto da Solone(cfr. Plutarco, Solone, 12, Svenbro, 1988).
Epimenide, uno dei padri della costituzione ateniese e della logica occidentale, profeta, terapeuta, maestro di tecniche della respirazione diaframmatica (cfr. Suida, s.v., Gernet, 1945), che gli consentivano di staccarsi dal corpo e viaggiare nel tempo e nello spazio, e dell’incubazione, dormì in una caverna per 57 anni (cfr. Diogene
Laerzio, I, 109), e nel sonno e nel digiuno “incontrò gli dei e i loro responsi, e si imbattè in Aletheia e Dike” (Massimo di Tiro, 38,3) che gli donarono il novmo".
Quando morì ultracentenario a Sparta, racconta lo storico locale Sosibio (in Diogene Laerzio, I, 115) che il suo corpo non fu né bruciato né inumato ma conservato, perché si scoprì che la sua pelle “era tatuata di lettere” (Suida, s.v.).
Per i Greci, un uomo tatuato o è uno schiavo o è un barbaro; ma il corpo tatuato di Epimenide, greco e uomo libero, rappresenta invece il soma di uno sciamano che la scrittura tatuata trasforma in sema, in segno e in stele: la tomba di Epimenide è il suo stesso corpo, ma il corpo tatuato è un’iscrizione, pronta per essere letta (cfr. Svenbro, 1988). Licurgo, fedele alla tradizione orale e ai suoi taboo (cfr. Costa, 1998, 2000), proibì l’uso della scrittura nella legislazione, mentre Numa volle che alla sua morte i suoi scritti fossero interrati con lui; Epimenide invece accetta la scrittura segreta e iniziatica (cfr.Costa, 1998, 2000), ma rifiuta la separazione tra corpo umano e corpo scritto: la Verità di cui è maestro resta con lui, inscritta su di lui.
L’iscrizione sul suo corpo, sulla sua pelle, letta ad alta voce, consente a Epimenide, aldilà della morte del soma, di tornare come sema tra i vivi, perché la sua parola ritorna attraverso la voce che il lettore gli cede ad ogni lettura, ad ogni esegesi della traccia, ridando così significato al segno inscritto: “il soffio che lo sciamano cretese sapeva così ben controllare è ora insufflato in lui quando il lettore pone il suo apparato vocale al servizio dello scritto” (Svenbro, 1988), e trasforma le lettere morte in voce vivente nel luogo stesso dove è custodito il suo corpo, incarnandosi così non la  [psiche (? da correggere la mia trascrizione)] in corpi diversi (quel che noi chiamiamo metensomatosi, ma che Greci in realtà chiamavano palingenesia), ma  [psicheat (? da correggere la trascrizione)] diverse nello stesso corpo (e questa è la metempsicosi).

sselboi

caixine Subject: Re:

L'orto o bròlo di Reitia e Ortia:

è possibibile che una delle piante che Reitia sta inaffiando sia lo stramonio, più che il carciofo.



va' al sito: www.montellanet.com/erbario.asp?id=56

va' al sito: www-1.unipv.it/webchir/neuro/didattica/conoscere/storia/storianch5.htm


sselboi

Modificà da - caixine el 12/12/2008 21:40:38

caixine Subject: Re:

Sto kì xe ono dei diski bronxei de Aoronso (Auronzo):


Da:

va' al sito: digilander.libero.it/archeocadore/page19.html

va' al sito: digilander.libero.it/archeocadore/page36.html

... Di notevole importanza interpretativa sono i dischi di bronzo finemente cesellati e raffiguranti le divinità e i riti. Il primo facilmente più antico, molto simile a quelli detti "di Montebelluna", anche se l'antiquario dal quale furono acquistati disse di averli recuperati in provincia di Belluno e più precisamente nella vallata Agordina (il mercante frequentava anche il cadore). Esso riporta una figura femminile vista di fianco con il tipico abbigliamento venetico ed ancora legata ai culti della madre terra con, tuttavia, una particolarità, i grappoli d'uva che ritornano pure nel secondo disco forse riproducente i riti dionisiaci. ... Appunto il disco riporta la figura, stavolta difronte, di un essere asessuato, quindi nun dio, con la testa riccioluta con ai suoi lati oggetti come il coltello per i sacrifici ed ancora il grappolo d'uva, uccelli ed animali.
Qualcosa di unico che non trova riscontro alcuno nel Veneto e nemmeno altrove. ...



La figura umana del disco, con ogni probabilità ci descrive e racconta dell'attività di uno sciamano venetico e forse di uno sciamano androgino più che di un dio (come per i dischi con la figura femminile, raffiguranti più una sciamana che una divinità).


In altri dischi bronzei dell'area plavense (un'altro di Auronzo e altri cinque di varie località : Montebelluna, Ponzano Veneto, Musile di Piave), la figura sciamanica è femminile e associata al teonimo Reitia.

Infatti la figura del disco presenta tratti androgini e l'androginia è una caratteristica degli sciamani:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Androgino
L'androgino (dal greco anèr = uomo, con tema andr-, e gyné = donna) è colui che partecipa della natura di entrambi i sessi.
...
Il termine androgino invece non è usato in ambito scientifico, non fa in alcun modo riferimento alle modalità di riproduzione o all'orientamento sessuale (pertanto non è neanche sinonimo di bisessuale).
Viene invece usato per indicare in un individuo la coesistenza di aspetti esteriori, sembianze o comportamenti propri di entrambi i sessi.
...
Dioniso, che per essere uno degli dei più antichi del Pantheon greco è tra quelli più ricchi, dal punto di vista archetipico, è spesso rappresentato in forma androgina, ed ha tra i suoi emblemi la pigna, frutto ermafrodita della specie forse più nota e diffusa nel Mediterraneo.
La pigna (come del resto il tralcio di vite) è anche tra gli emblemi del Cristo.
Androgino è anche Tiresia, il veggente cieco dell'Odissea, divenuto tale, dice il mito, per aver assistito al congiungimento di due serpenti sacri (e sappiamo da Delfi come il serpente sia uno dei più antichi simboli delle divinità ctonie, e come, nella forma di Ouroboros - circolare come quella dell'androgino, appunto - rappresenti il globo universale, il tutto, la completezza).
...
I popoli dell'antichità facevano una netta differenza tra ciò che Mircea Eliade chiama l'"ermafrodito concreto" e l'"androgino rituale". Un neonato che presentasse segni di ermafroditismo era considerato dalla famiglia un segno della collera degli dei, ed immediatamente eliminato, come accadeva per tutti i neonati gravemente imperfetti. La sua unica speranza di scampo, soggettivamente, era di essere accolto nell'ordine del sacro, come vivente rappresentazione della coincidenza degli opposti e figura che riuniva in sé la potenza magica e religiosa di entrambi i sessi, di cui acquisiva i poteri attraverso pratiche rituali. La principale di queste pratiche era il travestimento (il che rende evidente che non era necessario un ermafrodito concreto, per agire il rito).

Ancora oggi, in India, gli ermafroditi sono dei fuori casta, e tuttavia hanno una propria collocazione sociale precisissima: la benedizione degli eunuchi è molto richiesta, ben pagata, e considerata quasi indispensabile ed eccezionalmente efficace in ogni cerimonia: può cacciare gli spiriti malvagi, rendere fertile una donna, dare un buon augurio ai novelli sposi, assicurare alla coppia un figlio maschio.
Nella metafisica induista la polarità maschile rappresentata da Śiva, e quella femminile rappresentata da Shakti hanno bisogno, per fondersi, di Ardhanarishvara, l'androgino.
In altre culture, l'androginia è connessa allo sciamanesimo e a riti iniziatici.


Tra gli sciamani più famosi dell'antichitità è da ricordare Epimenide, lo sciamano cretese che fu chiamato a salvare Atene dalla peste e a purificarla dai peccati e che dappoi lo stesso le diede le basi per la sua costituzione, successivamente messa per iscritto da Solone.

1) va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Epimenide

2) va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Incisioni_rupestri#Ciappo_delle_conche
3) va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?whichpage=2&ARCHIVEVIEW=&TOPIC_ID=2892

4) va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Sciamano

Francesco Benozzo
Sciamani europei e trovatori occitani

va' al sito: www.continuitas.com/benozzo_sciamani.pdf

Gli studi di Costa su quello che mi sembra corretto definire lo sciamanismo europeo, l’aspetto su cui mi interessa insistere maggiormente è quello, da lui ben evidenziato, dello sciamano come poeta, cantore, musico e custode della cultura e della letteratura orale. Era infatti allo sciamano, o se si preferisce a una figura simile allo sciamano, che era spettato per millenni il compito di custodire e tramandare il vasto patrimonio – naturalmente orale – che le popolazioni europee avevano accumulato a partire dal Paleolitico superiore: si trattava – specifica ancora Costa – di una tradizione trasmessa dalla lingua poetica, la quale, in un processo che durò millenni e che portò alla sua progressiva codificazione standardizzata, divenne un ineguagliabile contenitore e veicolo di quelle antichissime forme di sapienza che, dal Paleolitico superiore erano divenute parte della tradizione orale: è sostanzialmente questo il motivo – spiega ancora Costa – per cui vi si rintracciano vestigia di tipo linguistico, rituale, mitico e cognitivo appartenenti a queste fasi lontane.
In estrema sintesi, cioè, questa lingua poetica possedeva alcune caratteristiche fondamentali:
1) si trattava di testi orali, stilisticamente marcati rispetto alla lingua quotidiana, soprattutto grazie alla presenza di strategie ritmiche e cadenzate, di formule, temi e tassonomie;
2) costituiva la summa dei saperi di una comunità;
3) era frutto di un’elaborazione collettiva;
4) nel corso della propria evoluzione diede luogo a formulazioni orali standardizzate, cioè a quelli che si possono chiamare testi fissi (per tutte queste considerazioni, cfr. Costa 1998, 2000, 2001, 2004, 2006a, 2006b).

I poeti, gli eredi degli sciamani paleo-mesolitici, diventarono una parte attiva della tradizione, cioè un anello imprescindibile della catena comunicativa formata dall’intersezione di spazio, tempo e parola. Questo ‘poeta’ disceso dagli sciamani paleo-mesolitici era dunque, come spiega efficacemente Enrico Campanile, “il professionista della parola e nel suo ambito di competenza rientrava, quindi, tutto ciò che si realizza nella parola”: oltre che sacerdote, medico, giurista, storico, egli era “colui che in poesia ricordava e celebrava le imprese gloriose di principi ed eroi, sia del presente che del passato, mosso da divina ispirazione” Campanile,
1983, 40).

Non può essere messa in discussione l’esistenza e la vitalità di queste figure di poeti presso le popolazioni celtiche che abitavano da millenni i territori dell’Europa continentale: le testimonianze della loro presenza nelle fonti in lingua latina e greca sono copiose e autorevoli, a partire da una serie di iscrizioni, fino ad arrivare alla toponomastica e alle testimonianze degli autori ‘classici’.
In particolare, sappiamo che esistevano i bardi (da una parola celtica continentale del tipo bardos, ben attestata nell’irlandese antico bárd, nel gallese antico bardd, nel cornico barth, nel bretone barz, continuazioni di *gwrd(h)os ‘colui che alza la voce, colui che elogia’), i vates (figure ben attestate anche in area celtica insulare, dove i testi antichi parlano di fàith [in Irlanda] (che ci ricordano le fate) e di gwawd [in Galles], termini legati alla radice *uat- ‘essere ispirato, essere posseduto’) e i druidae vale a dire dei ‘druidi’ (gallico *druis, irlandese druí, gallese derwydd, bretone drouiz, da una radice *dru-wid- ‘colui che ha conoscenza sicura’) (per tutti questi dati, cfr. le bibliografia specifica cit. in Benozzo, 2006).

Va specificato che, per quanto gli autori classici distinguessero queste tre categorie intellettuali, “nella realtà indigena si trattava ancora di un’unica e omnicomprensiva figura che poteva recepire nomi diversi solo in rapporto alla specifica attività che attualmente in un dato momento svolgeva” (Campanile, 1991, 156).
Si può in ogni caso affermare che queste figure polivalenti di druidi-bardi-vati operanti nell’antica Gallia non solo sono un’incarnazione evidente del poeta-sacerdote indeuropeo, ma ne costituiscono addirittura il modello più rappresentativo, essendo al tempo stesso poeti, uomini legati al sacro e uomini di legge.

Sciamanismo indeuropeo
di Gabriele Costa

va' al sito: www.continuitas.com/sciamanismo.pdf

Tra i molti pregiudizi che gli studi dell’Ottocento e del Novecento ci hanno lasciato in eredità, uno è ancora oggi pervicacemente diffuso, ed è l’idea che gli Indeuropei - e di conseguenza poi anche il mondo che noi chiamiamo classico – non abbiano mai conosciuto una fase etnolinguistica e culturale preistorica, che la loro tradizione debba dunque essere costitutivamente priva di ogni presunta bruttura o irrazionalità tipica delle civiltà primitive e ‘inferiori’, e pertanto che credenze, riti e perfino singoli episodi, ad esempio di cannibalismo, sacrifici umani, cacciatori di teste, etc., inequivocabilmente attestati in abbondanza nella documentazione residua, vadano attribuiti a ininfluenti e marginali influssi esterni, estranei alla civiltà indeuropea, e poi a quella classica, nel suo complesso (cfr. Costa, 2001, 2002, 2003a, 2004). (Così come quello in Costa, 2003b, anche il presente lavoro fa parte di una più ampia ricerca sulla grecità arcaica, la filosofia preplatonica e i loro rapporti con la tradizione poetica e sapienziale indeuropea, i cui risultati definitivi saranno pubblicati in Costa, 2006f, volume a cui qui, per motivi di spazio, si rinvia per ogni ulteriore approfondimento dossografico e bibliografico, e per il necessario inquadramento epistemologico, storico-filosofico e linguistico-ricostruttivo generale.)


Questo atteggiamento, culturale prima ancora che scientifico, che certo ha radici lontane che risalgono in parte agli autori classici stessi e che attraversa tutta la storia dell’umanesimo occidentale, è direttamente collegabile alla teoria invasionista e calcolitica sulle origini indeuropee, e a una visione del mondo indeuropeo, ad essa connessa, ideologicamente connotata.
La teoria calcolitica sulle origine induropee, che è ancora oggi quella standard, prevedendo infatti per i popoli di lingua indeuropea una storia compressa in pochi millenni, e postulando il loro arrivo, per il tramite di invasioni rapide e cruente, nelle sedi storiche in epoca cronologicamente troppo bassa, lascia del tutto indefinite le loro fasi preistoriche, come se gli Indeuropei, diversamente da tutti gli altri popoli del mondo, non avessero un passato che risalga oltre il V-IV millennio.

Secondo poi questa teoria, quel che accomuna in tutto o in parte le lingue e le culture indeuropee, dall’Irlanda all’India, ma che non rientra nei canoni linguistici e culturali ricostruiti, indicati a priori come superiori a ogni forma definibile come appartenente a una cultura etnologicamente ‘primitiva’ perché appunto gli inizi della cultura indeuropea non risalirebbero oltre l’età dei metalli, sarebbe genericamente da attribuire al cosiddetto sostrato indo-mediterraneo, cioè alle popolazioni nonindeuropee preesistenti nelle sedi storiche all’arrivo degli Indeuropei, o a influssi seriori e secondari provenienti da culture altre, loro sì considerate primitive.

Le due istanze, quella culturale e quella scientifica, si sono insomma intrecciate fino a formare una visione del mondo indeuropeo che ha poca verosimiglianza scientifica, che non assomiglia a nessun altra vicenda etnolinguistica e storica che conosciamo, e che tuttora inficia la ricerca, impedendole di vedere quel che da sempre è sotto gli occhi di tutti, e cioè che gli Indeuropei, in realtà, sono “gente normale” (cfr. Ballester, 1999).

A partire dal 1996 (cfr. Alinei, 1996, 2000, 2003; Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f), è tuttavia disponibile una nuova teoria sulle origini indeuropee, una teoria che finalmente riconcilia la linguistica comparata con i propri assunti evolutivi e storico-linguistici, con i dati provenienti dalle ricerche più recenti della paletnologia, dell’archeologia e della genetica, e risolve una volta per tutte le aporie più vistose della teoria calcolitica (ma anche di quella neolitica di C. Renfrew e L. L. Cavalli Sforza).

Secondo tale teoria, compiutamente elaborata in primis da Mario Alinei e sviluppata poi anche da altri studiosi tra cui lo scrivente, e denominata ‘teoria della continuità paleolitica’ (in inglese: Paleolithic Continuity Theory = PCT), la patria originaria degli Indeuropei sarebbe l’Africa, la stessa cioè di tutte le popolazioni moderne e di tutti i phyla linguistici del mondo; i più antichi insediamenti delle popolazioni indeuropee fuori dall’Africa corrisponderebbero ai territori occupati attualmente dalle lingue indeuropee stesse;
l’Europa sarebbe stata occupata, fin dalle prime datazioni determinate dalle ricerche, dagli Indeuropei insieme alle altre popolazioni non indeuropee presenti poi storicamente in loco, come ad esempio quelle uraliche: il rapporto etno-linguistico preistorico tra gli Indeuropei e gli altri popoli eurasiatici si configurerebbe allora come di adstrato/parastrato e non di superstrato/sostrato, saremmo cioè in quell’ambito che in linguistica teorica si definisce come di ‘lingue in contatto’; il sostrato indo-mediterraneo in quanto tale non esisterebbe e non esisterebbero popoli pre-indeuropei perché l’arrivo degli Indeuropei, e delle altre genti, coinciderebbe col primo popolamento euroasiatico di Homo sapiens sapiens; le lingue indeuropee, ma anche quelle non-indeuropee presenti nel territorio eurasiatico, sarebbero già state divise e formate a partire almeno dal mesolitico; ogni invasione massiva neolitica o calcolitica sarebbe esclusa, e le limitate invasioni e infiltrazioni locali documentate dall’archeologia o ipotizzate dalla genetica costituirebbero fattori di ibridazione e non di sostituzione; l’agricoltura si sarebbe diffusa nell’Eurasia secondo un modello complesso e integrato, a mosaico, di sviluppi locali, di acculturazione e di limitata diffusione demica da parte di gruppi an-indeuropei; le popolazioni di cultura kurganica emerse nel calcolitico, indicate dalla teoria calcolitica, nella versione di M. Gimbutas, come gli Indeuropei stessi, sarebbero invece di origine altaica, e la loro influenza sul mondo indeuropeo sarebbe stata linguisticamente, geneticamente e culturalmente piuttosto limitata; nella loro
lunghissima storia, la continuità dei contatti trans-tribali e l’identità etno-linguistica e socio-culturale delle popolazioni di lingua indeuropea, sarebbero state assicurate dalla tradizione orale e sapienziale riflessa dalla e nella lingua poetica indeuropea (cfr. Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f).

All’interno della PCT, anche questioni etnolinguistiche e storico-religiose quali ad esempio le tassonomie poetiche più arcaiche, i sacrifici di sangue o il culto delle teste tagliate, trovano allora una spiegazione scientificamente economica, storicamente lineare e etnologicamente coerente, poiché quanto appena detto consente di attribuire rettamente ai popoli indeuropei alcuni di quei dati che erano stati in precedenza
assegnati alle inesistenti lingue e culture di sostrato, considerandoli come vestigia di una comune eredità della vastissima e poco variata cultura paleo-mesolitica, e non valutandoli pertanto, questi o altri in generale, come extra-indeuropee a priori, ma attribuendoli o meno anche agli Indeuropei in base alle risultanze della comparazione.

Insomma, tali dati si inquadrano oggi perfettamente nella storia etnolinguistica indeuropea così come la delinea la teoria della continuità paleolitica, prevedendo cioè anche per questi popoli una preistoria paleo-mesolitica e delle fasi culturali e linguistiche preistoriche lontane, e un rapporto di contatto e di interscambio coi popoli coevi e contermini non pregiudizialmente violento e prevaricatore, e certo non ‘superiore’ a ogni influsso cosiddetto barbaro o selvaggio, o perfino estraneo a fasi etnolinguistiche ‘primitive’.

Seppure con alcune illustri eccezioni (Rohde, Dodds, Burkert, etc.), la ricerca ha tra l’altro finora sottovalutato, se non misconosciuto, anche l’importanza delle numerose e significative vestigia dello sciamanismo nelle culture di lingua indeuropea, attribuendole per lo più a influssi vicino-orientali tardi e esotici.
Di tali vestigia, basterà qui ricordarne solo alcune: per il mondo greco, Empedocle, Fr., B111:


...
...TESTO IN GRECO- (che non mi riesce di postare ma che si trova nel testo consultabile in pdf)
...

“e tutte le medicine che si producono come rimedio dei morbi e della vecchiaia, tu potrai conoscere, perché completerò soltanto per te tutti questi precetti.
Saprai calmare la forza dei venti incessanti, che sulla terra avventandosi con le loro folate distruggono i raccolti; e poi di nuovo, a tuo piacimento, riporterai gradite le brezze.
Dalla fosca pioggia farai tempestivo per la gente il secco, ed anche farai dal secco in estate, a ristoro degli alberi, i getti d’acqua che sprizzano in alto.
Saprai riportare su dall’Ade il vigore di un uomo ormai finito”.
Per il mondo celtico (cfr. Corradi Musi, 2004), si può citare quel che racconta Pomponio Mela, 3, 6, 48:

Sena in Britannico mari Ossismicis adversa litoribus, Gallici numinis oraculo insignis est, cuius antistites perpetua virginitate sanctae numero novem esse traduntur: Gallizenas vocant, putantque ingeniis singularibus praeditas maria ac ventos concitare carminibus, seque in quae velint animalia vertere, sanare quae apud alios insanabilia sunt, scire ventura et praedicare, sed nonnisi dedita navigantibus, et in id tantum, ut se consulerent profectis”.
Altresì nota da tempo e oramai assodata, è l’importanza del ruolo che lo sciamanismo gioca, tra l’altro, nella definizione della figura centrale del pantheon germanico, quella del dio Wotan/Odino; ad esempio, Snorri, Ynglingasaga, VII, parlando lui dice:
Il suo corpo giace come se dormisse o fosse morto, mentre egli diviene un uccello o una belva, un uccello o un drago e si porta lontano in un attimo in paesi lontanissimi”.

Per il mondo indiano antico (cfr. Crevatin, 1979), si possono ricordare testi come Rg-Veda, 8, 48, 1-3; 9, 113, 6-7; 10, 97, 1-6, o l’inno di Rg-Veda, 10, 136; mentre per la tradizione iranica antica, è sufficiente citare lo Artāi Vīraz Nāmak, un testo pahlavi con interpolazioni posteriori, ma che verosimilmente nella sua parte essenziale risale al periodo pre-sasanide, forse dunque al III-IV secolo d.C., e che si rifà per certo a una tradizione orale molto antica, ove troviamo la descrizione di un viaggio nell’aldilà di tipo evidentemente sciamanico, ottenuto grazie a un rituale estatico e all’uso di droghe (cfr. Belardi 1979, 1996).

E così si potrebbe continuare per le altre tradizioni indeuropee...
Insomma, il riesame senza pregiudizi delle molte e significative testimonianze di miti e riti sciamanici nelle tradizioni greca, italica, celtica, germanica, iranica, indiana, anatolica, etc., l’adeguato sfruttamento degli studi più recenti (cfr. Costa, 2004, 2005a, 2005b, 2006a, 2006b, 2006c, 2006d, 2006e), e soprattutto l’inquadramento generale del problema all’interno della teoria della continuità paleolitica, al contrario di quel che si è ritenuto finora, consente di far emergere con chiarezza l’evidenza di una fase sciamanica preistorica originale e propria alla storia etnolinguistica delle popolazioni indeuropee, uno sciamanismo indeuropeo le cui ultime propagini sono ancora ben vitali, tra l’altro, nelle grecità arcaica e storica (cfr. Costa, 2006f).
...

...così come Epimenide, lo sciamano cretese, che, chiamato a purificare Atene dalla prima grande epidemia di peste delle sua storia, purificò la città, modificò i riti funebri, e le diede quella costituzione che poi fu fissata per iscritto da Solone(cfr. Plutarco, Solone, 12, Svenbro, 1988).
Epimenide, uno dei padri della costituzione ateniese e della logica occidentale, profeta, terapeuta, maestro di tecniche della respirazione diaframmatica (cfr. Suida, s.v., Gernet, 1945), che gli consentivano di staccarsi dal corpo e viaggiare nel tempo e nello spazio, e dell’incubazione, dormì in una caverna per 57 anni (cfr. Diogene
Laerzio, I, 109), e nel sonno e nel digiuno “incontrò gli dei e i loro responsi, e si imbattè in Aletheia e Dike” (Massimo di Tiro, 38,3) che gli donarono il novmo".
Quando morì ultracentenario a Sparta, racconta lo storico locale Sosibio (in Diogene Laerzio, I, 115) che il suo corpo non fu né bruciato né inumato ma conservato, perché si scoprì che la sua pelle “era tatuata di lettere” (Suida, s.v.).
Per i Greci, un uomo tatuato o è uno schiavo o è un barbaro; ma il corpo tatuato di Epimenide, greco e uomo libero, rappresenta invece il soma di uno sciamano che la scrittura tatuata trasforma in sema, in segno e in stele: la tomba di Epimenide è il suo stesso corpo, ma il corpo tatuato è un’iscrizione, pronta per essere letta (cfr. Svenbro, 1988).
Licurgo, fedele alla tradizione orale e ai suoi taboo (cfr. Costa, 1998, 2000), proibì l’uso della scrittura nella legislazione, mentre Numa volle che alla sua morte i suoi scritti fossero interrati con lui;
Epimenide invece accetta la scrittura segreta e iniziatica (cfr.Costa, 1998, 2000), ma rifiuta la separazione tra corpo umano e corpo scritto: la Verità di cui è maestro resta con lui, inscritta su di lui.
L’iscrizione sul suo corpo, sulla sua pelle, letta ad alta voce, consente a Epimenide, aldilà della morte del soma, di tornare come sema tra i vivi, perché la sua parola ritorna attraverso la voce che il lettore gli cede ad ogni lettura, ad ogni esegesi della traccia, ridando così significato al segno inscritto: “il soffio che lo sciamano cretese sapeva così ben controllare è ora insufflato in lui quando il lettore pone il suo apparato vocale al servizio dello scritto” (Svenbro, 1988), e trasforma le lettere morte in voce vivente nel luogo stesso dove è custodito il suo corpo, incarnandosi così non la  [psiche (? da correggere la mia trascrizione)] in corpi diversi (quel che noi chiamiamo metensomatosi, ma che Greci in realtà chiamavano palingenesia), ma  [psicheat (? da correggere la trascrizione)] diverse nello stesso corpo (e questa è la metempsicosi).


sselboi

Modificà da - caixine el 16/12/2008 21:10:57

caixine Subject: Re:

E' pertinente l'accostamento e il richiamo a Bacco e a Dionisio, però la raffigurazione del disco diverge moltissimo dalla gioiosa raffigurazione tradizionale di Bacco e Dionisio, dediti alle piacevoli bevute di vino.

Il personaggio di Auronzo è drammatico, sta probabilmente bevendo una pozione/mistura "magica" che lo farà anche soffrire, per questo è teso e affronta la prova con sacrificio.

E' chiaro che il nostro amico di Auronzo è una figura seria di sciamano-oracolo che sta svolgendo la sua missione-lavoro, ingurgitando la mistura magica di droga per attingere dagli dei o dal mondo divino le risposte o informazioni che gli sono state ordinate o richieste.


Il nostro personaggio è ben più serio e vero, reale e drammatico:

Orfismo:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Orfismo


Orfeo:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Orfeo


...
Secondo le più antiche fonti Orfeo è nativo della Tracia,l'odierna Bulgaria, terra lontana e misteriosa nella quale fino ai tempi di Erodoto era testimoniata l'esistenza di sciamani che fungevano da tramite fra il mondo dei vivi e dei morti, dotati di poteri magici operanti sul mondo della natura, capaci di provocare uno stato di trance tramite la musica (e più che altro con gli estratti vegetali quali: oppio, stramonio, canapa, ammanita muscaris detto "soma", ...) . ...


sselboi

Modificà da - caixine el 17/12/2008 07:52:42

caixine Subject: Re:


sselboi

Modificà da - caixine el 18/12/2008 22:22:09

caixine Subject: Re:

Este (botanica in età del ferro):


La vite nel Veneto:

va' al sito: www.biodiversitaveneto.it/present/pr_vitis.htm


sselboi

caixine Subject: Re:

Edera helix

Sciamani


sselboi

Modificà da - caixine el 22/12/2008 21:16:11

caixine Subject: Re:

Proseguendo nell'indagine sui dischi bronzei, debbo correggermi su alcune precedenti interpretazioni, precisando:
almeno per quanto riguarda alcuni motivi vegetali, essi sono riconducibili con buone probabilità al fiore di croco (Crocus Crocus);
e alcuni forse alla Stràsabraghe Salsapariglia nostrana (Smilax aspera L.) semprechè non siano relativi all'edera helis (come precedentemente illustrato.




1) va' al sito: www.croco.it
IL CROCO:
è dagli stimmi dei suoi fiori che si ricava lo zafferano.
Il nome deriva dal greco kròkos (filamento), in riferimento proprio a tali stimmi.
Una leggenda greca narra che Croco era il nome di un bel giovane amato dalla ninfa Smilace.
La disperazione della ninfa, in seguito alla morte tragica di Croco, impietosì a tal punto gli dei, che essi trasformarono l'anima del mortale in un meraviglioso fiore.

2) va' al sito: www.guardiecologiche.it/primosito/Docs/FloraPro/CROCO.HTML


3) va' al sito: www.deaecate.it/Garden/giardino.htm

Croco (Crocus Crocus)

Il croco, fiore infero, collegato alla sfera ctonia e funeraria, fin dall’epoca micenea, esso veniva impiegato per utilizzi sacri, come ci è testimoniato da Stazio, che documenta l’uso di bruciarlo nel rogo dei personaggi pubblici più eminenti.
In relazione ad Ecate, esso viene nominato in Arg., Orph., come uno dei fiori raccolti dalla già citata Kirke nel giardino incantato della dea.
Questa maga appartiene alle tradizioni mitiche delle primitive culture mediterranee: essa è figlia del Sole e signora delle piante, dalle quali trae gli elementi per la preparazione dei suoi filtri portentosi.
Il fiore in questione, infatti, può sortire anche effetti afrodisiaci e addirittura letali, diventando un potente venenum, termine proverbialmente associato alla magia assieme a quello di philtrum e a quello di carmina, le parole magiche, come quelle (hecateia carmina) ricordate da Ovidio.

Riguardo al suo uso sacrale, c’è da ricordare infine l’associazione del croco al culto di Artemide e di Apollo (entità che, come abbiamo già sottolineato, erano in stretta relazione simbolica con Ecate), di cui adornava gli altari durante i riti celebrati in suo onore a Cirene. Qui è importante, tuttavia, mettere in evidenza il suo legame con la sfera ctonia e con la morte o, per meglio dire, lo stretto rapporto terra - morte- vegetale, tipico delle culture agrarie.
La stessa origine mitica del crocus sativus si ricollega alla sfera semantica della morte: secondo la tradizione più accreditata, esso è nato dal sangue di Krokos, “l’eroe del Croco”, ucciso involontariamente da Hermes mentre giocava al disco.
A conferma di quanto appena detto, esso si associa anche a un culto tombale che aveva luogo nel corso dei misteri eleusini.

Il suo colore si lega invece al mondo femminile: Ovidio (Met., X, 5) descrive come giallo zafferano la veste del dio Hymen che presiede ai riti nuziali. Sarà dello stesso colore il drappo degli officianti delle cerimonie funerarie: si riconferma nuovamente il legame tra l’unione-generazione (matrimonio) e la morte (funerale). (testo di Roberta Astori)

4) va' al sito: www.giardinaggio.it/Linguaggiodeifiori/singolifiori/croco.asp

Croco
Già conosciuto ai tempi dei Greci,
è un fiore diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, dall'Asia Minore all'Africa Settentrionale. Il suo nome deriva dal greco kroke, che vuol dire filamento, proprio a rappresentare i lunghi stimmi che caratterizzano il suo fiore. Omero descrive il talamo nuziale di Giove e Giunone ricoperto di tantissimi fiori tra cui il croco. Per questo motivo, uno dei significati attribuiti al fiore è quello della passione e dell'amore sensuale.
Al tempo dei Romani, il Croco veniva posto sulle tombe, in quanto considerato simbolo di speranza per la vita ultraterrena.
Probabilmente, gli antichi conoscevano soltanto il Croco da cui si ricava lo zafferano, con il quale preparavano anche filtri d'amore.
Soltanto nell'età Vittoriana, al significato, in origine assegnato al fiore e cioè quello di amore appassionato, si iniziò ad affiancare quello di giovinezza spensierata.


5) va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Croco_(mitologia)

Nella mitologia greca, Croco era il nome di un giovane ricordato per il suo amore infelice con una ninfa.
Croco era innamorato di una ninfa chiamata Smilace, ma non era corrisposto, gli dei allora tramutarono Croco in una pianta e in seguito anche la ninfa. Secondo altre fonti i due morirono insieme amandosi.
La pianta in cui la donna venne trasformata era usata a quei tempi nei culti dionisiaci.

6) va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Crocus_sativus

Lo zafferano vero (Crocus sativus) è una pianta della famiglia delle Iridaceae. Coltivata in Asia minore e in molti stati del bacino del Mediterraneo. In Italia le colture più estese si trovano in Abruzzo e in Sardegna, altre zone di coltivazione degne di nota si trovano in Umbria ed in Toscana. Dallo stimma trifido si ricava la spezia denominata "zafferano", utilizzata in cucina ed in alcuni preparati medicinali.
...
Il Crocus sativus è una pianta sterile triploide, è il risultato di una intensiva selezione artificiale di una specie originaria dell'isola di Creta, il Crocus cartwrightianus.
Una selezione messa in atto dai coltivatori che cercavano di migliorare la produzione degli stimmi. La sua struttura genetica lo rende incapace di generare semi fertili, per questo motivo la sua riproduzione è possibile solo per clonazione del bulbo madre e la sua diffusione è strettamente legata all'assistenza umana.
...

7) va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Smilax_aspera

La salsapariglia nostrana (Smilax aspera L.) è una pianta monocotiledone della famiglia delle liliacee.
In Italia è nota anche col nome comune di stracciabraghe.
La radice contiene numerosi principi attivi tra cui la smilacina, la salsasaponina, l'acido salsasapinico. Ha proprietà sudoripare e depurative. Può essere utilizzata in infusi e decotti per curare l'influenza, il raffreddore, i reumatismi, l'eczema.
Euripide scrive in: Le Baccanti (III episodio 700) "Tutte si incoronavono con ghirlande di edera, di quercia e di smilace in fiore"

sselboi

caixine Subject: Re:

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caixine Subject: Re:

I 5 dischi conservati nel:

Muxeo de Trevixo: (Santa Caterina)

va' al sito: www.trevisoinfo.it/museosantacaterina.htm

va' al sito: www.comune.treviso.it/index.php?option=com_content&view=article&id=534&Itemid=101




Anche la figura del disco n 2 pare più un falcetto che una chiave, come quella del disco n 1.

Falzeti del neoletego (falcetti del neolitico)
va' al sito: acl.arts.usyd.edu.au/projects/earth/index.php?option=com_content&task=view&id=60&Itemid=73


sselboi

caixine Subject: Re:

Pora Reitia

(posibiłi teonemi veneteghi de provegnensa da ‘l łesego de l’acoa, łigà a l’acoa)

Ste do voxi de “posibiłi teonemi e/o so atribui” xe atestà sol ke inte łe iscrision de torno a Este, no le xe sta catà da gnaon’altra parte de l’ara veneta.


Iscrision co PORA

Este nomaro 23 (lamena votiva)

n 2 ipotexi parké l’iscrison se catava so na łamena de bronxo tuta storxà e no se pol pì lexar ben
1) -megodonastoe(...)b(...)fabaitsaporaiopiorobos
mego donasto e(...) b(...) fa baitsa porai op iorobos
2) -meχodona.s.to.e.φ.vha.i.toniapora.i.o.pioroφo.s.
mego donasto ebfa baitonia porai op iorobos

Este 45(inte on ciòdo)

mego dona.s.to a.i./nate.i. re.i.tiia.i. pora.i. / e.getora. r.i.mo.i. ke lo/.u.derobos (r. pro a. intelligitur)
mego donasto (s)ainatei reitiiai porai egetora (a)imoi ke louderobos

Este nomaro 58 (inte on ciòdo)

vho.u.χo.n.(th)aleme(th)o.r.na./tona.s.(th)oś.i.na(th)i.p[ora.i.]ś.
Fougonta Lemetorna donasto Ś(a)inat(e)i Porai Ś(ainatei?)

Este 67 (piedestàło de pria)

p]or[a].i.veφele.i.ka[
P]oraiVebelei Ka[





Anna Marinetti
Culti e divinità dei Veneti antichi:
novità dalle iscrizioni, (edizione 2008)



L’onomastica delle iscrizioni di Lagole restituisce una forte componente celtica nella frequentazione del santuario; e così via.
Il caso dei nomi divini mostra caratteri parzialmente diversi: «l’individuazione culturale si esplica diversamente tra di loro [i.e. antroponimi, teonimi, toponimi], e ciò è ovvio; come pure è ovvio – ma con conseguenze enormi – che non esista, o che sia di tipo tutto particolare, la fisicità dell’individuo corrispondente al teonimo.
Come individuo, al teonimo non compete fisicità allo stesso titolo che agli antroponimi e ai toponimi: la fisicità qui è lo stesso che la culturalità, perché è la cultura che dà tutta l’esistenza... agli individui divini» (nota 7).
Il nome divino assume pieno significato, dunque, solo all’interno di un sistema ideologico (teologico in questo caso).
In questa prospettiva, l’“etimologia” del singolo teonimo – per quanto potenziale indice della sua sfera, almeno originaria, di riferimento – non è sufficiente a definirne la posizione nel sistema teologico, che dovrebbe essere recuperato nel suo insieme perché solo così si può restituire al teonimo il suo valore.
Come esempio può valere il caso di Reitia, teonimo variamente etimologizzato come derivato da *rekto-“dea che raddrizza”, *reito- “dea della scrittura”, *reito-“dea del fiume”: tutte interpretazioni ammissibili e giustificabili, con diverse argomentazioni, nel contesto; tuttavia solo quando si correla questo teonimo con altri può emergere la possibilità di recuperare i teonimi stessi come elementi funzionali ad un sistema; per l’esempio specifico, vi è una possibile solidarietà di funzione di tipo “poliadico”, nell'associazione tra teonimo/epiteto/nome del luogo, tra Reitia e divinità di altri siti veneti (vedi § 3.3).

3.2. Divinità femminili e divinità maschili nel mondo veneto

Il tema richiederebbe una attenzione e un approfondimento adeguati alla sua importanza, per i quali non è questa la sede; mi limito pertanto ad alcune osservazioni che derivano da nuovi apporti dalle iscrizioni, e dalla revisione di alcune posizioni del passato.
L’esito associato che ne deriva sembra porre un’ipoteca – quanto meno dal punto di vista quantitativo – sul primato da sempre attribuito nel Veneto ad una divinità femminile, esemplata nella dea Reitia (Śainate Reitia Pora) del santuario di Este.
La figura di una grande dea femminile è di fatto un topos, quasi mai messo in dubbio almeno nella vulgata, e a metterla in evidenza concorrono in maniera considerevole non solo le dediche iscritte di Este, ma anche rappresentazioni figurative che trovano la loro espressione più nota nei dischi bronzei dall’area “plavense” (Montebelluna, Musile, Ponzano) raffiguranti una dea clavigera (nota 36).
In realtà, come ha acutamente sottolineato Loredana Capuis, sul piano delle manifestazioni religiose vi sono differenze che connotano le diverse aree del Veneto: «...l’area sudoccidentale, gravitante sull’Adige e sul territorio di controllo atestino, e l’area nordorientale, gravitante sul Brenta-Piave e sul territorio di controllo patavino (...); tra i dati di maggiore evidenza mi è sempre apparsa di primaria importanza la predominante componente femminile della prima zona rispetto alla prevalente, e pressoché esclusiva, componente maschile della seconda. Anomala mi appariva proprio la zona tra Brenta e Piave, sia per i dischi di Montebelluna che per una particolare tipologia di bronzetti di “figure-madri”, diffusa tra territorio patavino e frangia lagunare...» (nota 37).
La differenziazione in due grandi aree proposta dalla Capuis considera l’intero complesso delle forme di culto, e pertanto la prevalenza di femminile o maschile non guarda solo alle figure divine, ma anche alla frequentazione dei santuari, alla composizione del popolo dei devoti ecc. I nuovi dati non mettono in discussione questo quadro, ma piuttosto lo integrano, articolandolo ulteriormente.

La semicità della radice/base è evidente: la posizione sul territorio come delimitazione deldi un territorio; questo si congiunge e completa la conclusione dei dati interni al venetico, per cui sainati- qualifica la divinità come “del luogo, poliade”.
In questa chiave propongo di riconsiderare anche l’occorrenza dell’epiteto sainati - a Este; qui sembra mancare la giunzione diretta del teonimo col toponimo, certa ad Altino, probabile a Lagole; tuttavia tra le diverse possibili etimologie del teonimo Reitia del santuario atestino (richiamate sopra al § 1) vi è, con possibilità non inferiori alle altre, quella che vede nel nome un derivato in -io- da *reito- = “fiume”(nota 52). Reitia come “ciò che è in rapporto con il fiume” potrebbe essere la trasposizione concettuale, diversamente lessicalizzata, del toponimo Ateste analizzato come ates-te “che è di contro = che sta sull’Ates (Adige)”; ciò nella prospettiva del fiume assunto quale riferimento centrale per l’insediamento che corrisponde a quello che sarà poi Ateste.
Non è forse fuori luogo ricordare che il nome primario della divinità è Pora, già riportato alla stessa base del greco poros “passaggio”; il valore qui può essere riferito a molti significati ma, considerato il contesto fisico del santuario, si potrebbe richiamare il “passaggio > guado (del fiume)”, e cioè una specificità della località di cui non è necessario sottolineare l’importanza per l’insediamento circostante.

Nota 52:
Per il nome del “fiume” è riconoscibile una serie di forme dalla radice *rei-, con allomorfra derivativa: alla serie già individuata da SCHMIDT 1964 *rei-wo- latino rivus, *rei-ko- sloveno rjeka, *rei-no- celtico Renos è da aggiungere *rei-to-, che trova esiti in anglosassone riedt, ridte, albanese geg. rite.
Per il teonimo Reitia “le possibilità etimologiche sono più d’una:
dalla vecchia ipotesi di un collegamento con *rekto- che ne farebbe una sorta di Themis, o secondo una diversa interpretazione dell'aggettivo una dea salutifera connessa con il parto; a un *reito- ‘scrittura’ da una radice indeuropea *(w)rei- ‘intagliare > scrivere’; fino ad un (forse più probabile) *reito- ‘fiume’ (veneto Retenone e celtico Reito) (dalla stessa base di latino *reivos > rivus), per il collegamento con il corso d’acqua che scorreva in prossimità del santuario).
...

Porata

(Erodoto, scitico Pórata = fiume Prut)

Mario Alinei OR 1 p 522
(Porata)

e Rit- fiume


Prut o Pruth
Nell'antichità era conosciuto come fiume di Porata o di Pyretus.



va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Prut
Il Prut o Pruth (in ucraino: Прут è un fiume tributario del Danubio.
È lungo circa 910 km 240 dei quali scorrono in Ucraina.
Nasce dai Carpazi orientali nel Sud-ovest dell'Ucraina (regione di Ivano-Frankivs'k) e scorre verso sud-est per unirsi da sinistra al Danubio presso Reni, ad est di Galaţi (Romania).
Nell'antichità era conosciuto come fiume di Porata o di Pyretus.
Prima dell'occupazione da parte sovietica della Bessarabia e della Bucovina del Nord nel 1940 il fiume era quasi interamente in territorio romeno. Al giorno d'oggi, per una lunghezza di 711 Km forma il confine fra la Romania e la Moldavia. Ha una portata di 160 m³/s e un bacino idrografico di 27.500 km², di cui 10.990 km² in Romania. La città più grande lungo il fiume è Černivci (Cernauti), Ucraina.
Il fiume è navigabile dalla città di Iaþi (Romania).
Di importanza storica è la pace del Prut, che lo Zar Pietro il Grande fu costretto a firmare il 23 luglio 1711, dopo che le sue truppe furono accerchiate dai Turchi nella cittadina di Huþi.

va' al sito: www.dartmouth.edu/~floods/2005109.html

va' al sito: www.elamit.net/elam/lezione_bo2004.pdf

va' al sito: it-it.facebook.com/people/Giulia-Porata/1603953666


Cyclophora porata
va' al sito: ukmoths.org.uk/show.php?bf=1679
1679 False Mocha Cyclophora porata
(Linnaeus, 1767)


(Kì PORATA vol dir “forata, xbuxà”, co łi do buxi da łe parti)

Porata come foro-buxo (guado, pasajio, atraversamento, vałigo, fiordo, porto, porta) ne porta a łi toponemi : Priola, Friola, Friuli, Freius, Fero, ... e xe, forse prasiò e in sto senso, ke PORA REITIA se cołiga come “asistente-aconpagnatriçe-protetora” al momento de ła naseda/parto e a coeło de ła morte col pasajo del spirto-anema.



Friul
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=6638

va' al sito: en.wiktionary.org/wiki/porata

Finnish(index p)
Etymology pora- (genitive singular stem of pora) + -ta
Verb porata (stem pora-*)
1.(transitive) To drill.
2.(intransitive, colloquial, dialectal) To cry.


va' al sito: fr.wiktionary.org/wiki/forer
afrikaans : aanboor (af)*
allemand : bohren (de)*
anglais : bore (en)*, drill (en)*, pierce (en)*, broach (en)*, sink (en)*, strike (en)*, tap (en)*
anglo-saxon : borian (ang)*
catalan : foradar (ca)*, perforar (ca)*
danois : bore (da)*
espagnol : agujerear (es)*, horadar (es)*, perforar (es)*
espéranto : bori (eo)*, boratingi (eo)*
féroïen : bora (fo)
finnois : porata (fi)*
hébreu ancien : כּרה (hbo)* masculin
ido : borar (io)*
néerlandais : boren (nl)*, aanboren (nl)*
papiamento : bor (pap)*, bora (pap)*
portugais : abrir buraco (pt)*, brocar (pt)*, furar (pt)*, perfurar (pt)*
russe : буравить (ru)*
sranan : boro (srn)*
suédois : borra (sv)

va' al sito: fr.wiktionary.org/wiki/percer

allemand : lochen (de)*, durchbohren (de)*, bohren (de)*
anglais : punch (en)*, puncture (en)*, drill (en)*, bore (en)*, drill (en)*, pierce (en)*
anglo-saxon : borian (ang)*
basque : zulatu (eu)*
catalan : foradar (ca)*, perforar (ca)*
danois : bore (da)*
espagnol : agujerear (es)*, horadar (es)*, perforar (es)*, agujerear (es)*, horadar (es)*
espéranto : trui (eo)*, trabori (eo)*, bori (eo)*
féroïen : bora ígjøgnum (fo)*, bora (fo)
finnois : porata (fi)*
ido : perforar (io)*
néerlandais : doorzeven (nl)*, knippen (nl)*, ponsen (nl)*, doorboren (nl)*, doorzeven (nl)*, boren (nl)*
papiamento : bor (pap)*, bora (pap)*
portugais : furar (pt)*, esburacar (pt)*, perfurar (pt)*, abrir buraco (pt)*, brocar (pt)*, furar (pt)*, perfurar (pt)*
russe : буравить (ru)*
sranan : boro (srn)*
suédois : borra (sv)


Istrorumeno:
va' al sito: istro-romanian.com/index2.htm
forme del terreno: baltă “pantano, palude, stagno; pozza, pozzanghera” (cf. albanese baltë “fango, limo” “pozza, stagno”), mal “riva, lido, margine, ripa”, “altura” (cf. albanese mal “monte, colle”), măgură “colle, poggio, monticello, altura” (cf. albanese magullë “colle, collina, altura, poggio”), pârău “ruscello, rigagnolo” (cf. albanese përrua, art. përroi “idem”);

Porale Belucistan



Regione dell'Asia sudoccidentale, comprendente la sezione orientale dell'altopiano iraniano, affacciata a S al Mar Arabico e amministrativamente ripartita tra Iran e Pakistan. Morfologicamente i tratti più salienti del territorio sono due fasci di pieghe, orientate da S a N, e divergenti dal nodo orografico di Quetta: il primo, dal fiume Gomal a Quetta, include i monti Toba Kakar (2958 m) e Sulaiman (3374 m nel monte Takht-i-Sulaiman), attraversati dai fiumi Zhob, Beji e Teratani; il secondo, da Quetta alla regione costiera del Makrān, comprende i monti Harboi, Chagai, Kirthar, Pab, Makrān e Siahan, solcati dai fiumi Kolachi, Hab, Porali, Hingol, Rakhshan e separati da vaste depressioni desertiche, il cui fondo è sovente occupato da laghi salati (Hamuni-Mashkel). Il clima è di tipo continentale, arido, con forti escursioni termiche e scarse precipitazioni, per lo più invernali; nella vegetazione predominano le formazioni cespugliose, con macchie isolate di boschi. L'economia del Baluchistan è essenzialmente agricolo-pastorale: nelle oasi e nei fondivalle si coltivano cereali (orzo, frumento), patate, alberi da frutta, mentre nel resto del territorio è praticata una povera pastorizia nomade (bovini, caprini, ovini, cammelli).
Uniche risorse del sottosuolo sono il carbone (Khost, presso Quetta), la cromite, lo zolfo e il gas naturale. Fiorente la tradizionale lavorazione dei tappeti e delle stoffe. Centri principali sono Quetta, Kalat, Fort Sandeman, Chaman, Sibi, Mastung, Turbat, Pasni.
La sezione pakistana della regione costituisce amministrativamente la provincia del Baluchistan (347.188 km2; 4.611.000 ab.; capoluogo Quetta), formata nel 1969 dalla unione dei distretti di Quetta e Kalat e di gran parte di quello di Karachi; la sezione iraniana costituisce il settore della provincia di Baluchistan-Sistan, esteso sul bacino del fiume Mashkel.

va' al sito: www.harappa.com/baluch/e3.html


The plain of Las Bela, or the Porali trough, is a triangular lowland embankment. Only in this plain true mounds are found. Sites located on the gravel plains have very shallow cultural deposits. Despite the rather fertile environment, the number of sites was surprisingly low.

The most important prehistoric settlements are Adam Buthi, Niai Buthi, and Balakot. Balakot which is located 80 km south of Bela on the Khurkera plain, is the only prehistoric settlement south of Bela. Adam Buthi, Muridani and sites dated to the Historic period and the so-called Edith Shahr A and B Complexes are situated north of Bela, closer to the mountains bordering the plain towards Jhalawan, while Niai Buthi lies more towards west. These zones are environmentally very different.

Apart from one Islamic site, Kaiara Kot, which was first noted by A. Stein, and sites dating back to the British Period, the southern central and eastern portions of Las Bela are devoid of archaeological sites. This part is flooded during rains and, south of Sirinda Lake, through tidal waters, turning the whole area into a large, inaccessable mud plain.

These conditions seem to make the presence of sites unlikely, but, considering the fact, the the plain level on the Khurkera plain has risen since 3000 BC by about 8m, lower sites might well be buried under sediments in the central portion. The sedimentation rate appears to be much lower there, but the palaeo-drainage pattern of the perennial Porali and its tributaries and overflow channels has not yet been studied.

La pianura di Las Bela, o il trogolo Porali, è un terrapieno triangolare pianura. Solo in questo tumuli pianura vero si trovano. Siti situato sulle pianure di ghiaia sono molto superficiale giacimenti culturali. Nonostante l'ambiente piuttosto fertile, il numero di siti è stato sorprendentemente basso

Gli insediamenti preistorici più importanti sono Adam Buthi, Niai Buthi, e Balakot.
Balakot che si trova 80 chilometri a sud di Bela sulla pianura Khurkera, è il solo insediamento preistorico a sud di Bela. Adam Buthi, Muridani e siti datata al periodo storico e la cosiddetta Edith Shahr A e B sono complessi situati a nord di Bela, più vicino alle montagne confinanti con la pianura verso Jhalawan, mentre Niai Buthi si trova più verso ovest. Queste zone sono ecologicamente molto differenti

A prescindere da un sito islamico, Kaiara Kot, che è stato prima osservato da A. Stein, e siti risalenti al periodo britannico, le porzioni meridionali dell'Europa centrale e orientale di Las Bela sono privi di siti archeologici. Questa parte è inondata durante le piogge e, a sud del Lago di Sirinda, attraverso le acque di marea, trasformando l'intera area in un grande, semplice fango inaccessibili.

Queste condizioni sembrano rendere la presenza di siti improbabile, ma, in considerazione del fatto, il livello della pianura sulla pianura Khurkera è aumentato rispetto al 3000 a.C, circa 8 m, i siti più basso potrebbe essere sepolto sotto i sedimenti nella parte centrale. Il tasso di sedimentazione sembra essere molto inferiore, ma il paleo-pattern di drenaggio del perenne Porali e dei suoi affluenti e dei canali di overflow non è ancora stata studiata.


Arabba
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Arabba
Arabba (in ladino Rèba) è una frazione del comune di Livinallongo del Col di Lana. È uno dei principali centri turistici invernali delle Dolomiti e fa parte del comprensorio Dolomiti Superski.

Harappa
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Harappa
Harappa è una città nella regione del Punjab, nel Pakistan nord-orientale, a circa 35 km a nord-ovest di Sahiwal.
Nei suoi pressi si trova una delle più importanti città fortificate della civiltà della valle dell'Indo e della cosiddetta "cultura del Cimitero H". La città fiorì intorno al 3300 a.C. circa, fino al 1600 a.C. ed era bagnata dal fiume Ravi, anche se i primi stanziamenti di coltivatori relativi ai pressi del bacino dell'Indo risalgono alla metà del VII millennio a.C.[
va' al sito: www.harappa.com

va' al sito: www.harappa.com/har


Porali (Penixla tałega e Finlandia)


Rio Porra (Viłafranca padovana) e roxa Porałi (S. Piero in Gù. Pd):
(Anca Val Pora, Val de Poro e Viła Poyra o de Poro, evc. intel veronexe e intel vixentin)


Pora


Monte Pore(Cador, Bl)
va' al sito: www.listolade.it/Monte_pore.htm
Il Monte Pore è una cima isolata a forma piramidale che è l’avancorpo del gruppo Averau-Nuvolau. Non è una cima rilevante e l’identificazione “Monte” pare esagerata, dal momento che non presenta pareti rocciose, ed ha un altitudine così modesta. Presenta su tutti e quattro i lati delle coste erbose talvolta ghiaiose-sassose che scendono verso il fondo valle ed i particolare incombono sugli abitati di Larzonei (Livinallongo) e Colle Santa Lucia. Queste coste un tempo erano utilizzate per pascolo e per la fienagione. È facilmente raggiungibile dalla strada del Passo Giàu, seguendo un comodo sentiero che attraversa fienili e resti di trincee. Dalla Cima si gode uno splendido paesaggio sia sulle Dolomiti Agordine che sulle Dolomiti Ampezzane; è un itinerario molto apprezzato dagli escursionisti e dagli scialpinisti.

Monte Pora (Bg)
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Monte_Pora
va' al sito: commons.wikimedia.org/wiki/Galleria_orobica/Mountains

Monte Pore, Falsarego
va' al sito: www.dolomiti.org/ita/CORTINA/ce/escursioni/Detail.html?rectoskip=29&totrec=42&subarea=ampezzo
Monte Pore, Pelmo
va' al sito: www.planetmountain.com/Snow/ski/itinerari/scheda.php?id_itinerario=4&lang=ita&id_tipologia=32


va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Poraj
Poraj è un comune rurale polacco del Distretto di Myszków, nel Voivodato di Slesia.
Ricopre una superficie di 58,53 km² e nel 2004 contava 10.605 abitanti.

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Porabka
Porąbka è un comune rurale polacco del Distretto di Bielsko-Biała, nel Voivodato di Slesia.
Ricopre una superficie di 64,59 km² e nel 2004 contava 14.636 abitanti.

Poráč, comune della Slovacchia nel Distretto di Spišská Nová Ves


va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Porak
Il Porak è uno stratovulcano che si trova nella cresta vulcanica del monte Vardenis, circa 20 km a sud-est del Lago Sevan al confine tra Armenia e Azerbaigian.

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Porajmos
Il termine Porajmos o Porrajmos (in Lingua romaní «devastazione», «grande divoramento»), oppure il termine Samudaripen («genocidio») indicano il tentativo del regime nazista di sterminare la popolazioni romaní durante la Seconda guerra mondiale.

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Porano
Porano è un comune di 1.914 abitanti in provincia di Terni.

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Porac_(Pampanga)
Porac è una municipalità di Prima classe delle Filippine, situata nella Provincia di Pampanga, nella regione di Luzon Centrale. Porac è formata da 29 baranggay:

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Poranga
Poranga è un comune di 12.223 abitanti (2007) dello stato del Ceará in Brasile.
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Porangaba
Porangaba è un comune di 7.426 abitanti (2006) dello stato di San Paolo in Brasile.
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Porangatu
Porangatu è un comune di 40.436 abitanti dello stato del Goiás in Brasile.

Inte ła łenga ucraina de ancò : consiglio = porada


India:

bagni rituałi




cremasion


I bagni sagri, de purifigasion łi seita anca intel batexo cristian:
va' al sito: www.chiesadicristo-padova.it/battesimo.htm
La parola battesimo è una traslitterazione del termine greco "baptisma" che significa "immersione". Il battesimo veniva infatti somministrato dai primi cristiani per immersione a tutti coloro che, avendo creduto in Gesù Cristo, si erano ravveduti ed avevano deciso di cambiare la propria vita per metterla al servizio di Dio.


va' al sito: www.morasha.it/orot/or4_art2.html
Un giorno la terra emerse dalle acque per l’opera creatrice di Dio, e come ogni bambino esce dalle acque amniotiche per vedere la luce, così l’emersione, che segue ad un'immersione nel mikvè, ripete simbolicamente ogni volta un processo di rinascita.

Se sovien ke ła raixa BAT- de “batexemo” ła se cata anca intel jermanego BAD = bagno (exenpo: Badia Połexine) e in BAIA ...




Eritia
va' al sito: es.wikipedia.org/wiki/Eritia

va' al sito: www.larici.it/culturadellest/storia/erodoto/erodotoIV.pdf
Gerione risiedeva lontano dal Ponto, abitava nell'isola detta dai Greci Eritia, al di là delle colonne d'Eracle, di fronte a Cadice, nell'Oceano. L'Oceano ...

Eileithyia

Eileithyia (anche Ilithyia: colei che viene [in aiuto]) era nella mitologia greca la dea del parto.

Eileithyia è figlia di Zeus ed Era. Suoi fratelli sono Ares e Hebe.

Quando Alkmene attendeva un figlio da Zeus, la moglie di Zeus, Hera impose a Eileithyia di impedire il parto. Il motivo era una gelosia bruciante. Sin dall'inizio Hera odiava il neonato Herakles e lo odiava anche dopo, quando divenne l'eroe classico. Eileithyia si sedette davanti alla stanza di Alkmene intrecciando dita, braccia e anche le gambe. Così il parto non era possibile Alkmene soffrì per sette giorni le pene dell'inferno, perché non riusciva a partorire. La sua serva Galanthis si accorse però di qualcosa e gridò: (....) il bambino è nato, è un maschio (....) Eileithyia balzò su sbigottita per vedere che cosa fosse successo, facendo ciò sciolse il suo incantesimo e rese possibile la nascita di Herakles.

Anche nel caso del parto di Leto, quando doveva dare alla luce Artemide e Apollo, Hera icaricò per gelosia Eileithyia di prolungare il parto.

Come protettrice delle partorienti fu venerata particolarmente a Creta della grotta di Eileithyia e in Laconia. Santuari per Eileithyia si trovavano anche a Hermione nel Peloponneso. Secondo quanto riferisce Pausania vi venivano offerti ogni giorno sacrifici con offerte di incenso. Nessuno, tranne le sacerdotesse del santuario poteva vedere l'immagine di culto. Eileithyia corrisponde anche alla Lucina romana.


Oracołi greghi (da Graves)







sselboi

Modificà da - caixine el 25/01/2010 20:46:22

caixine Subject: Re:

Eritia

va' al sito: es.wikipedia.org/wiki/Eritia
Eritia es el nombre de varios personajes de la mitología griega:

1.Una de las hespérides, bellas ninfas que cuidaban un maravilloso jardín en el Occidente. Según los autores podrían ser hijas de la Noche por sí misma, de Atlas y Hésperis, de Hésperos, de Océano, de Zeus y Temis o de Forcis y Ceto. Con Ares fue madre de Euritión, el pastor de Geriones, al que dio a luz a orillas del río Tartesos.
2.Una amante de Hermes, con el que fue madre de Norax, el que lideró a los íberos hasta Cerdeña. Era hija de Gerión el monstruo de tres cuerpos cuyo ganado tuvo que robar Heracles en su primer trabajo.

Eritia o Eritea rodeada de corrientes (Hesíodo, Teogonía), también es supuestamente una isla, donde Heracles asesinó al tricéfalo Gerión, hijo de Crisaor (espada de oro) y la oceánide Calírroe (la de bellas corrientes), no antes de matar asimismo a Euritión.
Erítia o Eritea rodeada de corrientes (Hesíodo, Teogonía), es una isla, «al otro lado del Océano» (probablemente el extremo occidental del Mediterráneo).

va' al sito: norax.es/?p=130

Esperedi
va' al sito: es.wikipedia.org/wiki/Hesp%C3%A9rides
Algunos de sus nombres eran Egles, Aretusa, Eritia, Hesperia, Héspere, Hestia y Hesperetusa.

va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Esperidi
Le Esperidi erano ninfe la cui genealogia rimane spesso confusa: vengono talvolta nominate come figlie della Notte, di Teti e Oceano, di Zeus e Temi, di Forco e Ceto ed anche, secondo la teoria più accreditata, di Atlante ed Esperide. Incerto è pure il loro numero, tanto che alcuni mitografi nominano cinque Esperidi, altri ne nominano sette. Chi sottolinea invece che erano tre, le collega alla triplice dea della Luna nel suo aspetto di sovrana della morte. I numeri riferiti vanno comunque da una ad undici, ed alcuni dei loro nomi sono: Egle, Aretusa, Esperia o Esperetusa, Eriteide (Eritia) ecc.

Ilizia di Amniso (dal greco Eiléithyia), Eilithia, Eilythia, Ilithia, Eileithyia, Eileithyiai, o Eleuthia




va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Ilizia

Nonostante nessun mito la veda protagonista, è citata da numerose iscrizioni di nascite. Il suo nome appare in alcune tavolette di Cnosso redatte in Lineare B, che sono state analizzate attentamente e che mostrano una continuità di culto dal neolitico all'epoca classica.
Una particolarità è che essa risulta essere l'unica dea minoica a non avere per nome un aggettivo sostantivato.

Figlia di Zeus e di Era, come è descritta da Esiodo, Apollodoro e Diodoro Siculo, viene altre volte identificata con Artemide, con Era o Demetra, tramite un procedimento di ipostasi. A Roma si confuse spesso anche con Giunone Lucina, mentre Pausania la descrive come brava filatrice e più anziana di Cronos, identificandola nella Moira.
Secondo un inno di Olen, è un'iperborea, madre di Eros.
È descritta come presente alla nascita di numerosi dei, tra i quali Eracle, Apollo e Artemide. Secondo il III Inno Omerico ad Apollo, Hera catturò Ilizia, mentre stava tornando dal nord dagli Iperborei, per ostacolare le doglie di Leto per Artemide ed Apollo, essendone Zeus il padre. Le altre dee presenti a Delo per assistere alla nascita, mandarono allora Iris a prenderla. Non appena Ilizia mise piede sull'isola, iniziarono le doglie.

Inizialmente le Ilizie (nel plurale utilizzato da Omero) erano coloro che provocavano i dolori del parto. Solo successivamente, a Creta, l'Ilizia fu venerata come dea della fertilità, prima di affermarsi a Delo. Col passare del tempo il culto si diffuse in molte città Greche, in Etruria e in Egitto, e la sua funzione diventò quella di aiutare le partorienti.

La rappresentazione della dea non è costante, sebbene possano notarsi dei tratti peculiari comuni. Ad esempio, essa appare frequentemente nella ceramica durante la nascita di Atena e Dioniso. Nella nascita di Atena appaiono più precisamente 2 Ilizie, con le mani protese al cielo, nel gesto dell'epifania.

Ad Ilizia furono consacrate delle caverne (probabilmente simboleggianti l'utero), che si ritiene fossero il suo luogo di nascita così come quello del suo culto, come menziona chiaramente l'Odissea; una delle più importanti è quella di Amnisos, il rifugio di Cnosso, dove sono state trovate stalagmiti che probabilmente la rappresentano. La caverna di Creta ha suggestive stalattiti dalla forma di una doppia dea che causa le doglie e le ritarda; inoltre sono state anche trovate delle offerte votive. Qui fu probabilmente adorata durante il periodo Minoico-Miceneo.

Nel periodo classico, si trovano santuari di Ilizia nelle città cretesi di Lato e Eleutherna ed una grotta sacra ad Inatos.

Pausania, nel II secolo, fece un resoconto di un tempio arcaico ad Olimpia, con una cella dedicata al serpente salvatore della città (Sisipolis) e ad Ilizia. In esso è raffigurata Ilizia come una sacerdotessa-vergine che sfama un serpente con dolci torte di orzo ed acqua. Il tempio, infatti, commemora l'apparizione improvvisa di una vecchia con un bambino fra le braccia, proprio quando gli Eli stavano per essere minacciati da Arcadia; il bimbo, posto a terra fra i contendenti, si mutò in serpente, spazzando via gli Arcadi in volo, per poi sparire dietro la collina.

Ad Atene, stando a quanto scrisse Pausania, erano presenti molte raffigurazioni di Ilizia, una delle quali era stata portata da Creta; egli menzionò inoltre santuari di Ilizia a Tenea, ad Argo ed uno estremamente importante ad Aigion.


va' al sito: www.federazionepagana.it/iliziaebe.html


sselboi

caixine Subject: Re:

L’uomo preistorico alla ricerca di dio, di Emmanuel Anati


Intervista con il paleontologo Emmanuel Anati

Le tavole della pietra fallica di paspardo

I graffiti non hanno finalità estetiche

«L´uomo preistorico non passava mica la vita a spaccare selci. Era un grande intellettuale, aveva una vita spirituale, creava ideologie, leggeva la Natura e giocava con la Natura». Sorride Emmanuel Anati come tutti gli studiosi che sanno trattare con leggerezza materie arcane. Settantasette anni, ordinario di Paleontologia e direttore del Centro camuno di studi preistorici, è scopritore - fra l´altro - di Har Karkom, la montagna-santuario preistorica nel Sinai che sembra essere la vera ispirazione del monte dell´Esodo. Anati parla di una nuovissima stagione in cui sono entrate le ricerche sulla preistoria.
«L´arte preistorica - sottolinea - non ha finalità estetiche, ma è uno strumento di trasmissione di messaggi e informazioni. Le incisioni rupestri stanno diventando leggibili, anche facendo uso dei sistemi di decrittazione dello spionaggio.
Significa che la Storia si dilata da qualche migliaio di anni, com´è ora, ad un arco di cinquantamila anni».

Professore Anati, che cosa ha imparato a leggere dall'arte rupestre?

«Il significato di segni e colori, per cominciare. Un boscimane del Sudafrica, per esempio, quando dipinge una giraffa gialla o rossa non lo fa per estetismo, ma per indicare situazioni differenti. Nei graffiti preistorici abbiamo ventidue simboli elementari. Il punto, la coppella, la linea, il cerchio, lo zig-zag. E ognuno può avere vari significati. Lo zig-zag è l´acqua, la fecondità, la forza virile. Il cerchio è il sole, il pozzo, la capanna oppure l´Io. La croce può rimandare all´identità tribale. Il punto, indica il "fare". Un piede e il punto significa camminare. Sesso e punto, accoppiarsi. Animali selvaggi e punto, cacciare».

Accanto ai pittogrammi e agli ideogrammi appare ora anche il termine di psicogrammi. Che significa?

«Il pittogramma è un segno figurativo apparentemente leggibile, eppure ha sempre un doppio senso. L´ideogramma è un segno ripetitivo: il cerchio esprime sole, luce, calore. Lo psicogramma è una specie di punto esclamativo». E qui Anati traccia su un foglio un rettangolo con tanti raggi: «Ecco, significa Energia». E ancora traccia semicerchi uno sopra l´altro: «Questo significa Piacere».

Cos'altro si è approfondito?

«L´Homo Sapiens è un grande analista della realtà. Vede giorno e notte, vita e morte, uomo e donna, cielo e terra, grotta e sole. E´ il sistema binario. Anche oggi in certe lingue si dice il mare la terra, il sole e la luna. Sarebbero oggetti neutri, ma dalla preistoria ci è venuto il sistema binario».

Ha già realizzato decrittazioni precise?

«Diciannove monumenti rupestri della Dordogna, scoperti tra il 1904 e il 1916, recano sistematicamente segni di vulve, punti, coppelle, segni animali, segni maschili. L´animale è sempre uno, il numero delle vulve varia. Siamo di fronte ad una sorta di atto matrimoniale, che regola le relazioni tra le donne e il clan totemico».
Al XXII Valcamonica Symposium, cui hanno partecipato quest´anno studiosi di trentaquattro paesi del mondo, sono esposte varie tavole della Pietra Fallica di Paspardo (nella riserva rupestre della Valcamonica, che ospita rocce con trecentomila segni, la più grande densità d´Europa). E´ un graffito con sessantaquattro iscrizioni. Un fallo gigante, segni umani con la testa e senza testa, zig-zag, segni di strane palette che sono simboli di energia magica. Un caos apparente, a cui Anati è riuscito a dare ordine.
«E´ il racconto mitico - spiega il professore - di uno Spirito ancestrale da cui proviene l´Energia Virile. Si possono riconoscere tre fasi. La nascita per opera di un´energia sotterranea. L´incontro con forze-spirito che generano a loro volta tante energie. La conclusione è raffigurata dall´energia virile che esce fluida a zig zag dal grande pene, dentro il quale opera l´energia magica rappresentata dalle cosiddette palette. Siamo in presenza di un´iniziazione».

Iniziazioni, riti, miti. Spiriti e figure umane. Nella preistoria nasce prima l'Io o Dio?

«Tutti e due. Già con l´Uomo di Neanderthal troviamo, tra i 100.000 e i 50.000 anni fa, sepolture con oggetti di accompagnamento che rivelano la credenza in una sopravvivenza dell´anima. Però a differenza di noi moderni per l´uomo preistorico hanno un´anima anche le piante e gli animali. Con l´avvento dell´Homo Sapiens, circa 35.000 anni fa, troviamo resti animali ritualizzati».

E' questa la preistoria di Dio?

«Preferisco parlare di Spiriti. Gli Dei nascono con le strutture sociali complesse, con le civiltà urbane della Mesopotamia, dell´Egitto. Non piacerà ai prelati: ma Dio nasce quando ci sono società numerose da gestire da parte di una o più Autorità. Allora nasce l´Olimpo con una Divinità capo e altri dei che fanno i ministri della guerra, dell´amore e così via».

L'elemento religioso nella preistoria come si rivela?

«Per le popolazioni paleolitiche si esprime negli Spiriti ancestrali. Tutti i popoli hanno simboli della propria origine».

Come si riconoscono gli Spiriti nell'arte rupestre?

«Con determinati simboli. Uno Spirito di fecondità può essere un grande cerchio con due gambe. Oppure figure metà uomo e metà animale, mostri, animali immaginari. Ci aiutano a capire anche le popolazioni primitive ancora esistenti. Spiriti sono i defunti, che dal loro nascondiglio fanno dispetto. I Wandjina, in Australia, raffigurano gli Spiriti come Nuvole senza bocca».

Esistono anelli di congiunzione tra gli Spiriti ancestrali e una prima immagine di Divinità?

«Nell´Australia del Nord si racconta di uno Spirito che dormiva sempre, poi si è svegliato e ha creato la terra camminando. Dove poggiava i piedi nascevano le valli e tutt´intorno le montagne».

E tutte quelle statuine preistoriche di donne opulente non sono la Grande Dea Madre?

«No, nel Paleolitico non c´era ancora il concetto di divinità. Le Veneri-Dee non sono mai esistite. Quelle donne dai seni cadenti e dalle cosce enormi sono le Matrone delle tribù, le Nonne sagge, che danno consigli e fanno divinazioni. Si sono fatti troppi sogni sulla Preistoria. Non c´è spazio per le Veneri.
Solo per Spiriti ancestrali, forze della natura, sole, luna, stelle».

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SEQUENZE LINEARI DI PUNTI NELL'ARTE RUPESTRE
UN APPROCCIO SEMIOTICO MEDIANTE PSICOGRAMMI E IDEOGRAMMI
di Giorgio Samorini

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Speretoałetà de łe jenti venete:
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Storia e lejienda dei nostri avi
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Storia de łe jenti venete
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Paleoveneti diski bronxei
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Secie, Situle
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I primi troxi
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Veneto etimologia e storia
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Euganei
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Lengoa venetega
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sselboi

Modificà da - caixine el 23/06/2010 21:33:10

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