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Atension: te devi esare rejistrà par mandare on mesajo de risposta. Par rejistrarte struca qua. La rejistrasion xè gratuìa!
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L'arte dei nostri avi, trata fora da sto livro:  1
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sselboi Modificà da - caixine el 21/11/2008 19:39:08 |
| caixine |
Subject: Re:
I grandi veneti:Prà de la Vale:
va' al sito: www.pratodellavalle.org/prato/html/elstat.htm sselboi |
| DVD |
Subject: Re:
Belìsime someje!!Grasie caixine |
| caixine |
Subject: Re:
Interesanti ste pajine:
va' al sito: cronologia.leonardo.it/sereniss/stor000b.htmDa cù tiro fora : Sora l'etimoloja de DOXE: ANNO 717 al 726 - ... con il nuovo Doge MARCELLO TEGALLIANO secondo Dux di Venezia. Anche qui la leggenda vuole che sia succeduto a Paoluccio Anafesto, ovvero, lo stesso "magister militum" che firmò con lui il trattato con LIUTPRANDO. Probabilmente, come Anafesto, Marcello è solo un frutto postumo della "serenissima" macchina propagandistica. C'è chi sostiene che sia morto ad Eraclea nel 726 avendo dato origine alle famiglie Fonicalli e Marcello, chi invece, non sia mai esistito. Una cosa è certa che il "dux" romano, in questi tempi si stava trasformando in - "doge"- "duca" secondo l'etimologia fin qui adottata. Sull'etimologia però sorge un dubbio, come dire, se invece fosse derivato da un latino più tardo "doga"? il significato sarebbe diverso perché deriverebbe dal greco "doxi" che significa ricevere un incarico. Doxi e "Dux" era il condottiero imposto dall'imperatore, il "doge" invece veniva eletto dopo aver ricevuto il consenso della popolazione o di una parte di essa (dunque nulla a che fare con il "condottiero" romano, semmai a che fare con l'antica democrazia ateniese e veneta). Sora ła łengoa venetega e i raporti dei veneti co Roma: ANNO 500 a.C. - Sono di questo periodo le primi iscrizioni in lingua "venetica" (così si chiama, e non veneto che invece indica la regione). Di iscrizioni ne esistono circa trecento e vanno dal V al I sec a.C. Il linguaggio delle iscrizioni pur con molte presenze di osco-umbro e celtico, (la "o") e le isoglosse in comune col latino, conserva una caratteristica tutta indoeuropea, come le originarie aspirate all'inizio "o" all'interno della parola. Molti studiosi (come sosteneva Polibio) ritengono il Venetico sia una lingua del tutto indipendente dalle altre italiche o celte. Curiosa anche la fine delle parole, che terminano non con la "m" come il successivo latino (breve la dominazione e quindi l'influenza - essa fu più subìta che accettata) ma termina sempre con la "n" greca-trace-balcanica. ANNO 388 a. C. L'invasione gallica della Pianura Padana permette ai Galli di insediarsi fino a Verona, ma da qui iniziarono a guardare sia a sud che a est. Fu allora che i venedi si allearono con i Romani per combattere il comune nemico prima ancora che quelli invadessero i territori romani e le stesse Venezie. Questa fu un'alleanza temporanea, senza nessun patto giuridico. Anche successivamente pur non opponendosi a una certa penetrazione politica, culturale e militare romana, i venedi mantennero a lungo le loro tradizioni di popolo singolare, assimilando solo lo stretto necessario nella convivenza con i latini. Lo sviluppo di alcune strade ad opera dei romani - interessati per la posizione strategica del territorio - permise moltissimo questa convivenza, anche se l' assimilazione della civiltà romana fu piuttosto contenuta. Si prese solo ciò che era utile.
I pałifisi o pałafiticołi: ANNO 2000 a.C. - Una presenza massiccia di abitanti risale al bronzo finale. Nello stesso periodo da ondate migratorie giungono in Grecia quei popoli che nella loro globalità Omero chiamerà Achei. Questi verso il 1700 a.C. formarono nel Peloponneso la civiltà micenea. E dopo aver nel 1450 conquistato Creta, pose fine alla civiltà minoica e si sostituì ad essa nel predominio sul Mar Egeo, sulle isole e fin sulle coste dell'Asia Minore. Sulla costa di quest'ultima, nello stesso periodo una città nel corso di vari secoli, aveva raggiunto il massimo splendore e potenza: Troia. Nel tentativo di impadronirsi di questo punto strategico per il passaggio dall'Europa all'Asia e quindi aprire nuovi sbocchi al commercio, gli Achei nel 1270 a.C. diedero origine allo scontro con la potente città asiatica, assalendola più volte (guerre di Troia) e, dopo averla conquistata, i Micenei raggiunsero il momento più splendido della loro potenza. Pochi decenni dopo, proprio mentre gli Achei iniziarono a perdere la capacità d'iniziativa, subirono prima l'invasione dei Popoli del mare, poi nell' XI sec. a.C. l' occupazione graduale di popoli di stirpe indoeuropea - Dori nel Peloponneso, Ioni nell'Attica e nell'Eubea, Eoli nella Tessaglia e Beozia - che posero fine alla civiltà micenea. Un periodo oscuro, definito da alcuni storici Medioevo Ellenico. Forse le migrazioni di questi nuovi popoli furono dovute a delle carestie nei loro territori. E come se non bastasse, contemporaneamente o subito dopo, una grande peste colpì sia la Frigia che la Lidia. E in un territorio dove non c'era altro che morte e più nessuna speranza di sopravvivere se non come schiavi o servi, chi aveva a disposizione navi emigrò in lungo e in largo nel Mediterraneo. Alcuni si diedero alla pirateria (le cronache egizie che conosciamo oggi, ne sono piene) mentre altri si misero a cercare terre da colonizzare nell'intero bacino Mediterraneo, inizialmente costeggiando l'Africa, poi inoltrandosi nei mari della penisola italica. Oggi sappiamo che -oltre la carestia e la peste - da alcuni decenni c'era ben altro sul mar Egeo e in Asia Minore. L'impero Ittita era stato sconvolto ed era in piena decadenza sotto gli Assiri. Già nel 1190 a.C. con la distruzione di Hàttusas questo popolo era scomparso del tutto, mentre a Babilonia la fine dei Sumeri era avvenuta pochi decenni prima. Una "rivoluzione" traumatica di civiltà su tutto il Medio Oriente. E quindi di riflesso in tutto il mar Egeo e in Asia Minore. ANNO 1400-1100 a.C. - Ma se le migrazioni via mare stavano avvenendo a sud-ovest, a nord altre migrazioni su terra erano già in atto da alcuni decenni, forse da circa tre secoli, con delle graduali occupazioni di territorio sui Balcani; alcuni in Illiria altri risalendo il Danubio dalle Porte di Ferro scesero prima verso l'attuale Belgrado poi verso l'Istria; fanno parte di popolazioni di una civiltà ancora oggi del tutto sconosciuta: forse la Trace, che oggi sappiamo più antica e progredita di quella Mesopotamica e di quella Egizia. (?) Il centro di questa civiltà, era nei pressi del Mar Nero e del Mar Caspio (con forti presenze alle foci di quel Danubio, che questi gruppi nell'arco di una ventina di generazioni, poi lentamente risalirono il corso - sono infatti molte le tracce di brevi insediamenti lungo il percorso di tutto il lungo corso medio e alto del Danubio). Con gli ultimi scavi (del 1973-77) la datazione di alcuni interessanti reperti nei dintorni della foce del Danubio, nel mar Nero, risalgono al 5.000 a.C. Oggetti stupendi d'oro più antichi di oltre mille anni di quelli rinvenuti poi nell'antica Troia. Nel corso degli scavi archeologici da lui iniziati, Schliemann ebbe proprio questo dubbio, che proprio la civiltà trace (stile nella costruzione di templi, architettura della casa, ornamenti, ceramica, monili in oro (e ignorava il tesoro di Varna scoperto solo nel 1973) avesse già fondato Troia 1500-2000 anni prima che la seconda ondata di stessi Traci (Achei) la distruggessero e invadessero. Anche lo studioso Dimitar Dimitrov avanza l'ipotesi che i troiani siano da annoverare fra i primissimi emigranti traci in Asia Minore nordoccidentale che avrebbero attraversato in una precedente spedizione l'Ellesponto tra il IV e il III millennio a.C. . - E di questa data sono i primi villaggi palafitticoli poi abbandonati dai Traci nei successivi secoli. Che fossero progrediti ce lo conferma ancora Omero, quando parla dell'eroe "trace" Reso, che ha un armatura e un "cocchio tutto d'oro", il "cavallo più bello del mondo", "veloce come il vento"; lo fa spuntare fuori come un mitico eroe di tempi remoti. Ma non sbagliava Omero con i "tempi remoti"! Accenna a un "trace", e proprio a Varna sul Mar Nero è stata scoperta una necropoli con oggetti (monili, scettri ecc. ) in puro oro a 24 carati, e una armilla a lamine d'oro, come quelle (Achee) della maschera di Agamennone a Micene. Soltanto che i reperti trace sono di 2000 anni prima della caduta di Troia, 1000 anni prima della colonizzazione della Grecia, dell' Argolide, dell'Attica, di Creta, della Tessalia, dell'Elide, e dell'Illiria. E sempre a Varna scopriamo che non solo 4000 anni a.C. si era sviluppata l'agricoltura e l'allevamento del bestiame, compreso il cavallo; ma nacque quì la civiltà palafatticola; la ceramica a stile geometrico e a vivaci colori; le più antiche pitture su pareti intonacate (mille anni dopo comparvero a Creta); i primi lavori di tessitura nel mondo; il culto del toro (che riemergerà mille anni dopo sempre a Creta), che è diffusa già la metallurgia (il bronzo qui già noto nel terzo millennio a.C.) contemporanea con quella vicina di Hacilar in Anatolia); comparsa di lucerne a triangolo equilatero; e che l'incenerazione dei morti era una consuetudine trace (i famosi popoli dei Campi d'Urne non provenivano dunque dal centro nord Europa, ma -dopo aver risalito in Danubio dal Mar Nero - da questa antica civiltà che stiamo scoprendo solo ora nell'antica Tracia!). Gli dei Zeus, Dionisio, Cibele, Apollo, Orfeo erano traci, e perfino l'Olimpo era Trace 2000 anni prima che sorgesse la civiltà greca. Sconvolgente poi il ritrovamento delle Tavolette Tartaria, con un alfabeto più antico di quello geroglifico egiziano e di quello cuneiforme sumerico, e come se non bastasse, il ritrovamento a Karanovo dei sigilli a cilindro usati poi 500 anni dopo dai sumeri e un po' più tardi dagli stessi egiziani (che imitarono adottando il bassorilievo tipicamente sumerico). Insomma sembra che la cultura palafitticola provenga proprio dal Mar Nero I romani ce ne diedero una vaga testimonianza storica quando (con una civiltà già scomparsa, già da 6-8 secoli cancellata dai greci "che saltando da isola a isola si gonfiarono come otri") conquistarono la Tracia, a cui diedero poi il nome Roma-nia. Ma gli scavi di oggi ci testimoniano che erano presenti le case su palafitte nel 4.000 a.C. (sono tutt'ora visibili a Varna- come sono visibili quelle di età più tarda in Italia a Ledro e altre località padane (1500-1300 a.C.) che hanno le stesse caratteristiche di costruzione, circolari o quadrangolari, quasi una accanto all'altra e abitandole costituirono questi singolari "architetti dei pali infissi", dei veri e propri raggruppamenti, dando vita alle istituzioni sociali ed economiche. ANNO 1200 a.C. - Alcune di queste antiche popolazioni avrebbero in questo stesso periodo massicciamente colonizzato via mare le regioni dell'Adriatico settentrionale e, alcuni - via terra (risalendo il Danubio)- le regioni delle Venezie. La diffusione di una cultura palafitticola si diffonde su tutta la pianura veneta, nelle Valli e nei Laghi: Lago di Garda, Basso Veronese (Oppeano) ma soprattutto in quella zona che darà poi origine alla ricca Cultura d'Este (atestina). Nonché in altre zone come sul Lago di Costanza (detto anticamente "lacus venetus"- in latino venetus=azzurro - forse perché il colore azzurro era il colore nazionale dei veneti). Altri insediamenti ai piedi dei colli Euganei, a Padova, Vicenza (lago Fimon), Altino, Montebelluna ed altre località. Il sistema di bonificare il terreno mediante palafitte si perpetuò durante tutta l'età del ferro, e quasi sempre in prossimità di laghi, dove poi accanto in parallelo nascevano anche le prime strade, gli svincoli viari che portavano da un villaggio all'altro, anche lontanissimo. Ma non è che gli autoctoni originari (cui si aggiunsero alcune popolazioni celte) vivevano nella grotte, ma già avevano i locali delle caratteristiche abitazioni, che però costruivano non a fondovalle, in pianura, nei terreni paludosi (per il continuo tracimare dei grandi fiumi) ma costruivano dei caratteristici edifici sulle alture, sui colli, chiamati "castellari" ("castelo" o "castellaro"). Tanti castellari costituivano dei villaggi, che erano spesso anche fortificati. In seguito, quando le genti venete per sfuggire agli attacchi dei barbari cercarono rifugio nelle Insulae Venetiae, costruendo le loro abitazioni su palafitte, in piena laguna, non adottarono un mezzo di fortuna suggerito dalle contingenze del momento, ma usarono un sistema tradizionale, che nella pianura padana veneta come abbiamo appena detto, aveva origini antiche. ANNO 1000 a.C. - I palafitticoli improvvisamente (e le motivazioni ancora oggi non sono del tutto chiare) abbandonano le valli e si concentrano sulla pianura Veneta dando origine alla cultura Polada. Molte le tracce della cultura Tracia (preromana) e Micenea. La più singolare scoperta è il ritrovamento di un pugnale e asce di bronzo (i primi in quel periodo apparsi in Italia) di eccellente fattura. Quello rinvenuto a Peschiera ha la stessa foggia e caratteristiche di uno rinvenuto in una tomba di Micene (alla casa dell'olio - quindi entrambi databili nel 1500 a.C. - si possono oggi vedere in entrambe le due località). Ed è ancora singolare che nelle case su palafitte (soprattutto di Ledro, perchè il villaggio venuto alla luce dal lago è ancora integro) nelle anfore del 1000 a.C. ancora ben conservate, compaiono vinacce (la vite in Italia, in Francia, e in Germania era ancora del tutto sconosciuta - arrivò quindi dalle valli in Veneto, in Toscana verso l' 800-700 a.C. poi scese a Roma nel 600-500 a.C.). Inoltre (sempre a Ledro) compare il frumento di due specie, il Triticum csphaerococcum e il monococcum. Due ibridi che erano coltivati solo sul mar Nero e sul mar Caspio (il "paradiso" di tutte le specie di colture) non ancora presenti in Grecia, tanto meno in Puglia con i primi sbarchi dei greci, e del tutto sconosciuto questo tipo di grano nel centro Italia e negli Appennini umbro-bolognesi. A Barche di Solferino sono state reperite ben 6 varietà di frumento, delle quali una coltivata - ancora oggi - solo in India. I palafitticoli di questo antico periodo già coltivavano la canapa, producevano i legumi, raccoglievano frutti, bacche di ogni tipo, ed era presente perfino la tessitura del lino. Già si prendevano cura degli animali; oltre cani, gatti, allevavano pollame, cavalli (i primi in Italia), asini, buoi, maiali, capre e pecore (quasi tutti questi animali domestici provenivano dal Caspio). Ricavavano in questo modo il ricco fabbisogno alimentare, che non dipendeva più (già da un millennio) da una attività di caccia; infatti, le dispendiose energie nell'esercitarla infruttuosamente, perchè la selvaggina era piuttosto scarsa, furono per necessità tutte riversate nelle attività agricolo-pastorale e nell'artigianato, e iniziarono a formare in tal modo dei veri e propri villaggi, con gli abitanti diversificati nelle varie occupazioni e quindi con una ordinata gerarchia nei compiti. E se dominante era quella della vita di gruppo nelle varie occupazioni agricole e artiginali, accentuata era quella della difesa, con la formazione di gruppi non più di cacciatori di animali, ma con il compito di difendere il proprio villaggio dagli assalti non rari degli abitanti di altri villaggi vicini, indigeni o di nuovi arrivati. Da tutte queste considerazioni il grande studioso Zorzi (in "Preistoria veronese" e in "I palafitticoli nell'Italia settentrionale") giudica i palafitticoli come appartenenti ad una civiltà raffinata ed evoluta. va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=1&TOPIC_ID=2767
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?whichpage=3&ARCHIVEVIEW=&TOPIC_ID=2767
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/thread.asp?TOPIC_ID=2235
Palafite de Ledro (Trentino)
va' al sito: www.palafitteledro.it/attivita/palafittando.html Mostra a Trento
va' al sito: www.mtsn.tn.it/scimmia/ sselboi Modificà da - caixine el 15/08/2008 08:30:08 |
| caixine |
Subject: Re:

  A Este IX°

sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
Da ledhare: va' al sito: www.continuitas.com/grenoble.pdf
1 LA CRISI DELLA LINGUISTICA STORICA TRADIZIONALE E I NUOVI PARADIGMI Poche discipline umanistiche attraversano oggi una crisi profonda come quella della linguistica storica, a cominciare dalla specializzazione che ne rappresenta l’inizio storico e la base teorica, cioè l’indoeuropeistica. La causa diretta della crisi è stata il libro dell’archeologo inglese Colin Renfrew del 1987, ma la causa profonda sta nell’impossibilità di sostenere, dopo le certezze raggiunte dall’ archeologia e dalla genetica negli ultimi tre decenni sulla continuità etnica e culturale delle popolazioni europee, la tesi tradizionale di un’invasione di “pastori-guerrieri” IE avvenuta nel IV millennio a.C. E non essendo ancora disposti ad ammettere la loro sconfitta, i tradizionalisti continuano a preferire il silenzio alla discussione, per cui il dibattito internazionale è oggi dominato da due teorie alternative: (1) quella maggioritaria di Renfrew e Cavalli Sforza, detta della Dispersione Neolitica (DN), che contro l’evidenza archeologica da Renfrew stesso invocata per demolire la teoria tradizionale, ritiene possibile sostituire l’invasione dei pastori-guerrieri del Calcolitico con un’invasione di pacifici coltivatori medio-orientali all’inizio del Neolitico; (2) quella minoritaria, della Continuità dal Paleolitico (TCP), sostenuta da alcuni archeologi (e.g. Marcel Otte e Alexander Häusler) e da un gruppo di linguisti ed antropologi (oltre allo scrivente (Alinei 1991, 1992, 1996, 1998, 1998, 1999, 2000, 2001, 2001, 2001, 2001, 2002, 2004, 2004), Xaverio Ballester, Francesco Benozzo, Franco Cavazza, Gabriele Costa, Jean Le Dû, Henry Harpending ed altri; per la bibliografia v www.continuitas.com), che considera gli IE e gli altri popoli oggi presenti in Europa e in Asia come gli eredi delle prime popolazioni paleolitiche insediate in Eurasia. Come ho detto, la teoria della DN è oggi maggioritaria. E questo nonostante le sue difficoltà, già grandi all’inizio, non abbiano cessato di crescere. Questo, tuttavia, è dovuto al semplice fatto che le due lobbies di Renfrew e di Cavalli Sforza, insieme, sono state e sono tuttora in grado di controllare fondi, media e istituzioni. Ma ultimamente, due eventi l’hanno ulteriormente indebolita: la scoperta, da parte di un gruppo di ricercatori (Haak et al. 2005, cfr. Balter 2005)) (del quale, ironicamente, fa parte anche Renfrew), che il DNA degli scheletri di due importanti culture neolitiche centroeuropee è diverso da quello europeo (ciò che prova definitivamente che il Neolitico, dopo la prima ondata migratoria, si è diffuso culturalmente, e non demicamente), e la presa di posizione di uno dei più autorevoli preistorici inglesi, Clive Gamble (2005), che ha sostenuto la necessità di abbandonare il “pensiero agricolo” attualmente dominante con una visione che metta in primo piano l’evoluzione culturale e genetica diretta dal Paleolitico. Indipendentemente da quale delle due teorie alternative prevarrà nel futuro, tuttavia, è assolutamente certo, alla luce delle conclusioni archeologiche e genetiche, che la linguistica storica (celtica, venetica, slava, germanica, greco-latina ecc.) dovrà cambiare radicalmente, e che anche la linguistica romanza non potrà sfuggire al destino di questa profonda revisione (Alinei 1998, 1999, 2001, 2001,2001). sselboi Modificà da - caixine el 03/07/2007 22:04:31 |
| caixine |
Subject: Re:
va' al sito: www.continuitas.com/grenoble.pdfDa pajina n 6 : Come si vede, qualunque sia la nuova teoria IE che accettiamo, la conseguenza più importante per la linguistica romanza non può essere che una: essa sarebbe “romanza” soltanto marginalmente, mentre avrebbe una fondamentale componente preistorica, preromana. Roma, in effetti, non avrebbe più il ruolo primario per la formazione dell’area detta “romanza”, e questa rappresenterebbe, invece, il risultato dell’evoluzione locale di una popolazione ‘italoide’ (o, meglio, “ibero-occitano-italico dalmatica”, dato che l’Italia non ne sarebbe più il centro), composta da popoli parlanti lingue affini all’Italico, che dal Neolitico in poi avrebbe occupato la sponda settentrionale del Mediterraneo centrale e occidentale, e che avrebbe nella cultura della Ceramica Cardiale la sua migliore rappresentazione culturale sselboi Modificà da - caixine el 03/07/2007 22:05:22
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| caixine |
Subject: Re:
Par capir mejo, lexive anca sto doc. : va' al sito: www.continuitas.com/areagallega.pdf
sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
SOMEXE DAL MUXEO DE ESTELeoni Veneti xa dal I secolo daspò Cristo 




Na balança veneta (stadiera)


Strade venete vanti ani romani al de soto de 'e strade venete dei ani romani : i ne conta ke i romani i ne gavaria portà 'a çeveltà e 'e strade come ca i tajani ghe gà portà 'e strade a i etiopiçi e ai libiçi... ste fardàse...anca l'edraolega ghe ghemo ensegnà a sti gnorantoni de romani ke vivea 'ncora inte 'e caverne co nantri xa bonefegavemo 'e palùe venete e se fevimo i vilaji de palifiçi indoe xe nasesto el marangon (mara + angon = mara/marra/cortelasa/manara + angon/palo inte 'l fango, come ca conta el glotołogo Mario Alinei ?)...isteso come antan- paltan (antan/antana/altana = açero o opio, pianta ke tien sù 'e vixee, altana venesiana, antena de 'a nave, evc. e vanti cusì). "Ango" xe anca on bocabolo vecio ke vol dir legno-pianta-arbaro-palo-baston; pensè a l'arbaro e al fruto del "mango" (ke parò ne porta rente al bocaboło “magno/mando/magnar”; pensè anca a la "stanga" e a "stangon"; e pò pensè anca a 'l "tangon/tangone" de le barke a vela; pensè a "angaria/angheria" ke in orijine el jera on maltratamento fato col baston da cu vien anca "angosa/angoscia" = paura. L'angon xe on legno/na pianta ke crese visin l'acoa. Ma l’angon ciàma anca l’angoło ma anca l’onja (unghia) e i angagni (i primi angagni xe sta i bastoni, bakete). L’ongia pa i nostri antenai xe stà el primo stromento/angagno par gratar/scavar, daspò xe vegnesti i ciòpi/ciòki/sasi/prie, i baketi o toki de łegno, i òsi, e par oltimi i angagni de metało e de fero. Ciapè ła “sàpa” de sapar/zappare (ke ciàma ła sata/zampa) ke gà anca el nome de “màra/marra” (in acadego “marru”), se pol anca pensar ke “marangon” sipia na paroła aglutinà fata da “ma (man) + ara (tera, che laora ła tera) + angon (onja de fero, da cu angagno). “Ang/ong” xe raixe pristoreghe/preistoriche ke se cata in tute łe łengoe del mondo eke gà a far co i dei e łe ongje de łe man ke grata, scava, storxe e fa i angołi/cantoni, ke ciàpa pal coło e te sofega, ke fa angòsa e te angària co łe tàse o ła łeva obligatoria.


Pinsete/ciapete veneteghe

Sta ki xe 'a pì longa iscrision in venetego mai katà e mesa fora da poco




On favaro al laoro (cultura slavo veneta, mostra de Adria: Balcani)



Sto kì xe on vilajo de palifiçi de Arcoà


Vicus o vilajo conpagno de coelo sol lago de Costansa e de Revine(TV) e de Fimon e de on mucio de antri anca in Xloenia va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?TOPIC_ID=2235
va' al sito: livelet.provincia.treviso.it/default.asp
Parco del Livelet (TV) 




va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?whichpage=3&ARCHIVEVIEW=&TOPIC_ID=2767
va' al sito: cronologia.leonardo.it/mondo36b.htm
sselboi
Modificà da - caixine el 04/11/2007 17:09:32 |
| caixine |
Subject: Re:
Antri/altri leoni veneti: va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?TOPIC_ID=92
sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
Sora ła mostra BALKANI a Adria (Ruigo/Rovigo) va' al sito: blog.archeologia.com/60/mostra-balkani-adria/mostre-in-corso/
Come ca puì ben łedhare so ste pajine de sto sito, se parla de tuti fora ke dei veneti, inte ła nostra tera i veneti no xe mai existii, ghe jera de tuto foraké i veneti. Dal 1000 vanti Cristo al rivo dei Romani, inte ła Venetia i veneti no ghe jera, no ghe xe mai stasti. Sta ki xe ła połidega del Ministero dei Beni Culturai de Roma, scançełar i Veneti. Gnanca Virjiłio inte l’Eneide jera rivà a tanto ! (l' Eneide xe solké n’opara de propaganda del rejime roman, ordenà da Çexare, xjonfa de falbetà, e ke Virjiłio vanti de morir el gà dimandà ca no ła vegnese difuxa) ............ Balkani: antichi popoli tra Danubio, Drava, Sava e Mediterraneo A partire dall’VIII sec. a.C. – epoca intorno alla quale ha inizio il percorso espositivo della mostra di Adria - nell’aria alto e medio danubiana si diffonde la cultura di Hallstatt, cosi denominata dalla località austriaca in cui gli scavi archeologici riportarono alla luce i primi e significativi reperti. La sua fase centrale più riconoscibile (detta Hallstatt C e D) corrisponde alla prima grande cultura del ferro in Europa centrale e occidentale. Databile tra IX e V sec. a. C., è contraddistinta dal rinvenimento di grandi tombe aristocratiche coperte a tumulo, contenenti spesso ricchissimi corredi di guerrieri. Questi sono in gran parte composti da oggetti che richiamano la ricchezza, il prestigio e la potenza militare del defunto e denunciano una fitta rete di traffici commerciali di beni e materiali preziosi tra l’area danubiana e il Mediterraneo e anche il Mare del Nord, con un contributo locale fatto soprattutto di manodopera specializzata nella realizzazione e decorazione di oggetti in materiali metallici o preziosi (oro, argento e bronzo). E’ una cultura, la nostra, che si avvicina a quanto si è ritrovato nei kurgan in Ucraina, o nelle tombe proto-etrusche nella Toscana meridionale e a Verucchio, nei pressi di Rimini: cioè, una diffusa rete di villaggi fortificati con una casta dominante in possesso sia del potere religioso che di quello militare, che svolgeva nel proprio “palazzo” tutte le attività connesse ai propri interessi che, nella maggior parte dei casi, erano quelli del territorio da essa dominato. I “principi”, o capi-tribù, mantenevano buoni rapporti coi vicini, oppure intraprendevano guerre contro gli stessi, con l’intento di allontanarne il pericolo sulle proprie terre. Ospitavano commercianti carovanieri, dapprima quasi esclusivamente greci, offrendo il meglio e l’originale della produzione locale in cambio di beni di lusso e di tecnologie avanzate; organizzavano e celebravano sia riti religiosi che proteggevano la comunità che funerari. Le società tribali presenti allora in una vasta parte del territorio europeo, compreso tra la Francia meridionale e la Transilvania, compresa quindi l’area balcanica, erano sicuramente più complesse di quanto il dato storico ed archeologico di permetta oggi di apprezzare. Molto delle stesse ci sfugge, poiché si tratta di culture prive di scrittura e poco dedite anche alla raffigurazione artistica. Tuttavia la struttura delle stesse, le pratiche, i riti e le credenze religiose sembrano diffondersi con caratteri simili di lì, anche nella pianura sarmatica meridionale e in Crimea, grazie anche al contatto di queste popolazioni con i Greci. Il passaggio dalla cultura di Hallstatt alle culture celtiche più definite non fu, ovviamente, tranquillo e neppure diretto. Come ci ha indicato l’archeologia, esso avvenne durante il VI secolo a.C., quando è documentato il passaggio, proprio nell’area medio-danubiana, di popolazioni di cultura più orientale, di tipo Scitico. Si tratta di genti definite dalla letteratura antica greca anche col termine di Traci o di Cimieri, e che presentano aspetti simili a quelli delle popolazioni stanziatesi allora lungo la costa del mar Nero, dal delta del Danubio alla Crimea. Tra queste erano i Triballi, i quali provenire in origine dall’odierna Moravia per poi transitare nell’odierno Kosovo e successivamente fermarsi a lungo sul Danubio nell’area dell’attuale Vojvodina, dove vennero poi sottomessi dai Macedoni. Questi abitavano la Macedonia, regione nel nord dell’antica Grecia, confinante con l’Epiro ad ovest – coincidente grossomodo con l’attuale Albania - e la Tracia ad est. La loro origine etnica (greca o traco-illirica) è discussa, come lo è la lingua che inizialmente parlavano (un dialetto greco, ovvero una lingua differente dal greco) In ogni caso furono in seguito assorbiti nella koinè greca in periodo ellenistico. I Macedoni si trovarono isolati rispetto allo sviluppo della civiltà e della cultura greca fino al V sec. a.C. e le loro tradizioni religiose, politiche e culturali sembrerebbero derivare da quelle greche di epoca omerica, in accordo con il racconto di Erodoto. Durante il loro successivo isolamento subirono tuttavia influenze dalle popolazioni della Tracia e dell’Illiria e ciò spinse molti Greci a considerarli come stranieri o “barbari”. Sono numerose le testimonianze che ci parlano dei Geti, presenti lungo il basso corso del Danubio e attorno alle sue foci almeno a partire dal VII sec. a.C.: il precoce contatto coi Greci li portò a fondare colonie e a formare organismi statali più avanzati, dai quali sorse il “regno Odrisio”, che godette di un certo prestigio e potere tra V e III sec. a.C. nella penisola Balcanica, in corrispondenza del basso corso del Danubio. Da essi derivano direttamente i Daci (termine con cui i Romani definiscono in realtà i Geti), Il regno dacico, instauratosi intorno alla fine del III sec. a C. nella regione carpatico-danubiana, ebbe termine nel 102 d.C. ad opera dell’imperatore Traiano che intraprese più campagne militari contro questa popolazione piuttosto irrequieta, per sottometterla poi nel 102 d.C.. Alla cultura e al ceppo scitico appartengono invece gli Iazygi, che sono attestati sul mar d’Azov nel III sec. a.C. e, all’inizio del I sec. a.C., sulla riva del Danubio, dove saranno poi sconfitti dai Romani. Tuttavia le spinte maggiori di spostamento di popolazioni avvengono ancora da nord-ovest, dalle stesse aree di provenienza della cultura di Halstatt: di qui, grossomodo nelle stesse regioni, ha origine intorno al V secolo a.C. la cultura di La Tène - così denominata dai ritrovamenti effettuati nel villaggio omonimo nei pressi di Neuchatel in Svizzera - che è considerata la protocultura di tutti i popoli Celti. Da essa derivano le culture contro le quali combatteranno i Romani in pianura Padana, in Gallia, ma anche lungo il Danubio. Di cultura celtica erano gli Scordisci, che abitavano le basse valli della Sava e della Drava e la corrispondente parte della valle danubiana. Questi, presenti nella zona intorno metà del IV sec. a.C., sii scontreranno dapprima con i Greci all’inizio del secolo successivo (erano probabilmente i Galati, che violarono Delfi nel 279 a.C., per poi insediarsi, una volta ricacciati, nell’Anatolia centrale e probabilmente dell’area della Serbia attuale), poi coi Romani, tra 135 e 107 a.C.. Pur riportando alcune vittorie, infine furono sconfitti e, dopo diverse rivolte, nell’88 furono deportati ad est del Danubio, dove vennero sanguinosamente sottomessi dai Daci. Agli Stordisci si devono le fondazioni di numerose città dell’area danubiana, tra cui Singidunum, nome latino dell’odierna Belgrado. Negli ultimi anni del II secolo a.C. giungono sull’alto corso Danubio le popolazioni germaniche dei Cimbri e dei Teutoni le quali, di lì a poco, si sposteranno a depredare altri territori nei confini dell’odierna Francia e anche in Italia, dove saranno annientati da Mario nel 101 a.C. Sono questi gli ultimi sono gli ultimi passaggi traumatici di genti nomadi sulla sponda orientale del Danubio prima dell’arrivo definitivo dei Romani. Questi, dopo aver spesso combattuto contro le popolazioni della regione (ad esempio i Dalmati, i Narentani e gli Illiri, abitanti le regioni prospicienti l’Adriatico), sottomettono tra il 29 e il 9 a.C. tutte le regioni danubiane, dalla Mesia al Norico e alla Pannonia, nell’ambito di un progetto di conquista concepito e organizzato da Augusto. Il disegno politico dell’imperatore prevedeva il raggiungimento e il consolidamento della presenza romana fino al Danubio, il limes orientale dell’impero, di modo da ottenere una stabilità interna ottimale per tutto il Mediterraneo. da qui la velocità e la profondità della romanizzazione dell’area. La frattura tra Oriente e Occidente e la perdita di sicurezza del Mediterraneo, instabile anche su parte delle coste settentrionali avvenute durante l’alto Medioevo col crollo della frontiera danubiana e l’insediamento delle popolazioni Slave e poi degli Ungari durante il VII-IX sec. a.C. dimostrarono la lungimiranza del primo imperatore romano. ....................... sselboi Modificà da - caixine el 09/11/2007 21:19:34 |
| caixine |
Subject: Re:
Anca Wikipedia (“ła łibara ençiclopedia in linea”, łibara se fa par dir) in łengoa tajana, ła fa cào a na çentrałe romana, ke gà fiłi sconti col Ministero de ła Cultura tajan e co n’ofiço reservà de i Serviçi Segreti tajani par ‘l controło ideołojego de ła jente.Basta ke ocè łe voxi so wikipedia: Paleoveneti, Veneti, Veneto, Repubblica Serenissima, Lingua venetica, Venezia, Storia di Venezia e tuto coeło ke revarda el veneto e i veneti. Wikipedia in łengoa veneta xe ‘ncora pedho. sselboi
Modificà da - caixine el 09/11/2007 21:15:11 |
| caixine |
Subject: Re: Tejara, Lipa, Tiglio, Linde, Linta
Tejara, Lipa, Tiglio, Linte, Linta
A Vicenza il tiglio (nostrale e riccio) è dato come tajara, tejara, tajaro, tegio, tejo, tilio, linta, linte (da La Sapienza dei Nostri Padri);
A Verona taia/taja = grossa pianta (da La Terra e l'Uomo di Dino Coltro); In Tedesco linde; In Sloveno lipa; in ucraino lýpa; in turco ιhlamur; in lituano liépa; in inglese lime tre, linden; in francese tilleul; finlandese lehmus; Da I dizionari etimologici del latino e del greco di Giovanni Semerano:
Inglese lithe = flessibile; tedesco lind = mite, lieve; antico alto tedesco lindi; antico sassone lithi; antico alto tedesco linta = tiglio; latino "lentus" = che si piega, flessibile, striscienate ecc..; l'aggettivo latino in origine denotò le caratteristiche delle piante rampicanti, flessibili e tenaci, resistenti e lente; accadico lâtu, lâtu (cingere, piegarsi). accadico lidu, littum, liddatu = germoglio, figlio, ‘little’ in inglese. Il tedesco - cimbro linta (tiglio) e lo sloveno lipa (tiglio) ci rimandano e richiamano l’italiano linfa (succo, liquido, sangue, grasso, umore delle piante) che richiama il latino lympha(m), l'italiano ninfa (pianta acquatica e creatura mitica dell’acqua) e il greco nýmphē (con tutti i correlati); l’inglese life (italiano vita), live (veneto vivar/vivare); i tedeschi leben (vita), liebe (amore), lieb (caro), leib (corpo), ecc.; l’italiano vita , il latino vita(m), il venetico viv(oi) (da vivo o in vita), e l’italiano fito, fita (primo elemento di voci dotte come ‘fitofarmaci’) che rimandano al greco phitón (pianta) e a feto.... Lo sloveno lipa (tiglio); i tedeschi leben (vita), liebe (amore), lieb (caro), leib (corpo); ... ecc.; richiamano accadico lib, libbu( corpo, cuore come centro della vita, sentimento) e libbe (intestini budella, trippe), semitico libb, lubb, aramaico lēbāb (cuore, sentimento, organo interno...); italiano lip(o)- (lipidi, lipoma, ecc. grasso), greco lípos(grasso), in latino lĭpăra (impiastro grasso); E le feste, non solo latine, dei Lupercali (Da "Le Origini della Cultura Europea" de Giovanni Semerano): i lupercali: celebrazioni che affondano nel neolitico come feste propiziatrici della fecondità, dell'abbondanza ed anche feste dei giovani che toccano le soglie della virilità; Lupercus, l'antico dio latino, i luperci, confraternita di celebranti, sono nomi che non contengono né lupus, né arcere (Preller, Wissowa, Dеubnеr, Dumézil) e non hanno nulla a che vedere con i lupacchiotti " di cui fantasticò il Domaszewski (Abhandlungen zur römischen Religion, 1909, рр. 176 sg.). La base lu- di Lupercus è la stessa che ritroviamo in Lua, nome della paredra i Saturnus, e che, abbiamo visto, significa " abbondanza ". Lua corrisponde, con la nota caduta della -l- intermedia o finale, ad accadico lulû ('abundance') > *lu'a ; la componente -percus, -perca corrisponde ad accadico perḫu (' sprout, offspring, child ', ' Spross, Sprössling, Nасhkоmmе '): perciò « abbondanza di prole ». .... Ma la, base lu- si incrociò con altra, lup: Luperca, la leggendaria moglie del pastore Faustolo, fu collegata con Acca Larentia, cioè la mitica Lupa di Roma. Lupa in latino significa meretrice e scopre la base *lup- che corrisponde a quella che si ritrova in lubido, libido : semitico lubb, accadico libbu, nel senso di " desiderio " e anche di " interno del corpo " e in particolare " utero " ('wısh, desire, heart, abdomen, womb '). Da ricordare anche: il greco [laos] (λαός, popolo); l’antico babilonese li, abbreviazione di līwu (līmu: mille); l’ebraico l(e)’on (popolo). Da wikipedia: va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Tiglio Tilia (nome comune Tiglio) è un genere di piante della famiglia delle Tiliaceae (Malvaceae secondo la classificazione APG), originario dell'emisfero boreale. Il nome deriva dal greco ptilon (= ala), per la caratteristica brattea fogliacea che facilita la diffusione eolica dei grappoli di frutti. Il greco ptilon = ala: Da Giovanni Semerano (Dizionari etimologici del greco e del latino): Italiano ala, latino āla, -ae (braccio, ascella, ala) = accadico a’ālu (che congiunge e connette, congiungere, connettere). Il greco ptilon è quasi allotropo del greco πτερόν (pteron) = piuma, plurale ali: ὲρετμά, τά τερὰ νηυσί (Od., 11, 125) remi, ali alle navi: accadico petû (spalancare), pētû (quello che apre), seguita dalla voce che è calcata su accadico erum, arum (dalla cui base deriva ὲρέσσω, remigo), urûm che ha il senso di “palma” e di “ramo di palma”...ecc. Da:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=3872 L'ORDINAMENTO VENETO Le origini «Non seguono la legge, ma vivono soltanto secondo la loro consuetudine» . ... Arengo: il popolo che governa e che giudica. Somiglianze inspiegabili - se si prescinde da profonde radici comuni - legano l'Austria, la Slovenia, il Triveneto, l'Istria (da tempi immemorabili avanti il periodo romano): queste terre portavano i nomi di Raetia, Noricum, Venetia et Histria (tutti toponimi antichissimi adattati alla morfologia latina) e formavano il grande comprensorio alpino-adriatico, connotato da profonde affinità etniche. Durante il Medioevo, in queste zone operarono assemblee popolari quali strutture di natura costituzionale, deliberative e/o giudiziarie, dotate di articolazione interna e collegate con ulteriori organi. Se si considera il famoso rito di intronizzazione del Duca di Carantania, che si teneva in lingua slovena presso Krnski grad/Karnburg in Carinzia si coglie una concezione dell'autorità pubblica ed uno stile di governo assai vicini a quello veneziano. Più che come sovrano, infatti, la figura del duca si atteggia a capo di Stato, titolare della sovranità in quanto rappresentante eletto dal popolo. Il giuramento di fedeltà che è obbligato a pronunciare è un atto pubblico: la sua autorità, quindi, discende dalle leggi e dai diritti che il popolo gli trasferisce. Il potere politico non risponde ad una concezione soggettiva, ma esprime una dimensione oggettiva e collettiva tipica di un vero Stato, essendo inoltre frutto di un'elezione popolare. A Venezia persino le leggi erano deliberate con il sistema delle Promissioni: gli organi di governo e l'assemblea popolare, quando dovevano approvarle, giuravano pubblicamente il rispetto di una certa norma, sicché gli storici del diritto parlano di "concezione pattizia del diritto" a somiglianza dei pacta germanici, in contrapposizione con le concezioni autoritarie del diritto romano. Ma le coincidenze abbracciano anche i minimi particolari. In tutti i territori sopra descritti vi erano organi di governo con dodici membri: come la civanajstija era l'antico collegio di saggi tipico della Slovenia (vigeva anche presso le comunità slovene di Antro e Merso in Friuli), così anche l'antico Consesso tribunizio veneziano - di cui ci parla Vettor Sandi - contava dodici membri, a reggere una confederazione di dodici isole lagunari. Ancora, in tutti questi territori le riunioni pubbliche si tenevano in prossimità di una particolare specie di albero: il tiglio. Tanti paesi sloveni ed istriani serbano ancora un esemplare di tiglio in piazza o vicino alla chiesa, mentre un paesetto del Friuli porta tuttora il suo nome in sloveno, "Lipa". Esso però nell'antichità figurava anche nei paesi veneti: San Vito di Cadore e de Lusevera (Udine), ad esempio, lo portano ancora sul loro stemma. Nel Medioevo, sia l'elezione del Duca di Carantania, sia quella del Dux Venetiarum era salutata dal canto di ringraziamento Kyrie eleison, che il popolo elevava al Cielo. ... Stema del comun de San Vito de Cador (Belun/Belluno):
 Stema del comun de Lusevera (Udine)
 Anche in: Val Resia - Resiutta (Friul Venezia Juilia) - al confine con la Slovenia Piazza Tiglio (ovviamente in italiano)

 Altre çità Oropee łigà a ła tejara (tiglio, linta, linda) Lindau in Europa
va' al sito: de.wikipedia.org/wiki/Lindau Lindau Ła tejara, stema de Lindau (Costansa)
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Lindau_%28Lago_di_Costanza%29
 Lindau (Sasonia)
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Lindau_%28Sassonia-Anhalt%29
 Lindau, comun xvisero (canton de Zurigo)
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Lindau_%28Svizzera%29 In relazione a Lipa (che in sloveno è il tiglio, antico albero ‘sacro e totemico’ attorno cui si riuniva la comunità) sono da ricordare per ulteriore ricerche:
il cognome Lippa, diffuso al nord della penisola italica; il gioco della Lippa (senza etimologia e dato come voce infantile?); la città di Lippa: va' al sito: hu.wikipedia.org/wiki/Lippa (Nevének eredeti formája az ősszláv *lipova(vъsъ 'hársas (hely)'. (Vö. Tapolylippó, Lippó – 1903-ig Lipova, Kislippa – 1908-ig Lippa.) Német neve a magyarból, román neve a szerbből származik. Első említése: Lipwa (1315 v. 1316); e la città di Lipsia: Lipsia o Leipzig (in tedesco Leipzig, in sorabo-lusaziano Lipsk) è una città di 501.103 abitanti della Sassonia, in Germania; Il nome deriva dalla parola slava Lipsk. va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Lipsia sselboi Modificà da - caixine el 07/12/2007 21:15:42 |
| nonogigio |
Subject: Re:
...ma come casso ti fà a zontar tute quele foto e le pagine dei livri?Anca mi ne gò da poder metar, ma no so come che se fà! Confesso la me ignoransa... |
| caixine |
Subject: Re:
Mi a no so pì tanto jovine e gò inparasto co fadiga. Pantalon te gheva postà na drita ke ghè ki sol filò, ma deso ke me vien inamente, anca ti no te si mia pì tanto jovine, anca se te si pì intelijente de mi, prasiò xe mejo se te ve da calkedun ke xe bon de far el tramacio, cusì ociando, te inpari pì in presia (pressia).Sta kì xe la drita de Pantalon: va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?TOPIC_ID=1901
sselboi |
| nonogigio |
Subject: Re:
gò capio. me sò copià tuto e ancuo o diman provo... comunque, par mi i xè 68... purtropo... |
| caixine |
Subject: Re:
I xgràfi de la Val D'Asa:
va' al sito: picasaweb.google.it/pilpotis/XgrafiValDAsa
sselboi Modificà da - caixine el 29/06/2010 18:16:46 |
| caixine |
Subject: Re:
On fià de date:Pałeołetego Arcaego (choppers e primi bifaçałi afrigani) 2.5 Maf (Maf = miłioni de ani indrio) Pałeołetego Inferior (bifaçałi, Levałoxiano) 730 Kaf (Kaf = miara de ani indrio) Xe stà catà tràçe omane de sti ani a : Quinsan, Monte Gàzo e Lughesan (Vr); Isolian (Trieste). Pałołetego Medio (Musteriano) 200 Kaf Xe stà catà tràçe de sti ani a : Grota A de Veja, Riparo de Fumane, Riparo Xanperi, Riparo Tajente, Grota de la Jàsara, Grota del Brojon, Grote de S. Bernardin (Vr e Vi). Pałeołetego Suparior (Leptołetego) 35 Kaf Xe sta catà tràçe omane on fià dapartuto inte la nostra tera Venetiana: da la Grota de la Tartaruga (Tr) a Stufles (Bl) a Siti peri lagonari veneti (Tv e Ve); da Grota Paina a Riparo Soman (Vr); in pì de 30 siti/posti. Mexołetego (endostrie microłeteghe) 11 Kaf Tràçe omane xe sta catà inte on mucio de posti ke no sto kì a nomàr. Neołetego( pria łisià e scuminsio agricoltura e pastorisia) VII/VI miłenio vanti Cristo Età del Rame, o calcołetego o eneołetego V/IV miłenio v.C. In tera Venetiana se cata vilaj palafitegoli on fià da partuto. Ła nostra tera jera abità da i nostri avi caçadori, pescadori e rancuradori xa da miara de ani a scuminsiar da ła fin de la glaçasion dita de Wurm (11.500 ani v.C.), ste jenti se pol ciamarle Euganee, simiłi a quełe ciamà Liguri. Nostri Havos pì dei migranti rivasti daspò e ciamà Veneti. A partir dal III miłenio: par ke sipia rivà a ondà minoranse de pastori e de metałorghi dai balcani (i cusideti endoropei par ła teoria tradisional e non endoropei ma altaiçi e uraliçi par la Teoria de la Continuità de Alinei) e tra łuri par ke ghe sipia (stando a çerte lejende) coełi ke daspo par ke i gabia dà el nome a ła nostra tera e a tute łe so jenti, i cusìditi Veneti. Tuta na storia ancora no ben s-ciaria. Tra ste minoranse de migranti xe posibiłe ke ghe sipia anca calkedun rivà via mar da l’ara medoriental e pełoponexega (calkedun i li ciamaria feniçi o greçi xbajando, parké i saria caxo mai pregreçi). Età del Bronxo II miłenio v.C. Se cata vilaj e casteleri on fia dapartuto, in tera IstroVeneta. Età del Fèro I miłenio v.C. In sti ani xe atestà da li scritori antighi ke le jenti dite venete le ghea almanco 50 bele çità in 'olta pa' la tera veneta. Iscrision Veneteghe (Este) dal VI secoło v.C. Iscrision reteghe e çelteghe dal IV secoło v.C. Tito Livio ono dei pì grandi storeghi dei ani romani (veneto de Padoa) (nato intel 59 v.C. e morto intel 17 d.C) el conta ke łe jenti de ła so tera jera ciamà Venete dai tenpi antighi (xa da secołi). Çitadinansa romana a łe jenti de ła Venetia 49 v.C. El nome etnego Veneti nòma anca ła tera Veneta defati torno al setemo ano dapò Cristo, in età “romana”, vien fata ła X rejo o VENETIA et ISTRIA, 7 ani dapò Cristo. A partir da sti ani vanti Cristo tute łe jenti de sta tera se ciamava VENETI (anca i eugani, i çelteghi e i reteghi o i vari migranti greghi e feniçi o ilirigo-xlavi, evc.) e i çeti łibari i jera anca çitadini romani, come ancò i omani de sta tera Veneta xe anca çitadini tajani. Fondasion de Venesia: 25 marzo del 421 par ła cronega “Altinate”. Secondo la Chronica Altinate scritta intorno al 1000 d.C., il primo insediamento a Venezia sulla Riva Alta (Rialto) avvenne il 25 marzo del 421 con la consacrazione della chiesa di San Giacometo a Rialto, sulle rive del profondo canale navigabile oggi Canal Grande. Gli abitanti della terraferma vi cercarono rifugio a seguito delle varie ondate di invasioni barbariche che si succedettero dal V secolo, in particolare quella unna del 421. Fine de l’inpero roman 476 dapò Cristo. A partir da sto ano i Romani xe solké i çitadini de Roma. E i Veneti xe restai senpre Veneti e xe devegnesti çitadini o suditi de altri stati con antri nomi, ma no pì romani.
Nomaro dei omani so ła tera
Da Claudio Beretta I nomi dei fiumi, dei monti, dei siti Strutture linguistiche preistoriche La densità abitativa, cioè il numero degli abitanti del globo. Tabeła fata dal pałetnołogo Emmanuel Anati del Çentro Camuno de Studi Pristoreghi 
Oggi gli uomini si contano in circa cinque, sei miliardi. La penisola italica oggi ha circa 58 milioni di abitanti. Più arretriamo nel tempo, più questi numeri diminuiscono: in epoca napoleonica la penisola italica arrivava a malapena a 18-20 milioni di abitanti. In epoca augustea (epoca florida per l’Impero Romano) gli abitanti della penisola italica potevano essere ca. 12 milioni (Il terzo censimento di Augusto (14 d.C.) dava 4.937.000 capita civium romanorum, pari a circa quindici milioni di abitanti se si comprendono le donne, gli schiavi, i bambini. Era un periodo molto florido. Ed era anche un periodo di massima densità della popolazione rispetto ai periodi precedenti e ad alcuni dei susseguenti). Inte l’ara (area) veneta (de ła Venetia) ai ani de Augusto podea esarghe o saerghe 2/2,5/mioni de abitanti. Do, tri secułi in vanti i veneti podea metare in pie n’exerçito de 120.000 soldà (a scoltar n’otor/scritor de kei ani) prasiò ghe doea esarghe/saerghe almanco 4/600.000 (siesento mia) omani/abitanti. Secondo la tabella di Anati (1992) gli uomini potevano essere in tutto il mondo circa 8 milioni nell’epoca mesolitica, cioè circa 15.000 anni prima di Cristo. Nel Paleolitico inferiore gli uomini si contavano forse in circa 1 milione su tutto il globo. sselboi
Modificà da - caixine el 04/02/2008 10:49:06 |
| caixine |
Subject: Re:
Coalke xgràfo o grafito de la Val Camonega, ke ghe someja a coalke xgràfo de la Val D'Assa.
Na somexa trata fora dal bon livro del Paleolengoesta Claudio Beretta, intitolà :I nomi dei monti, dei fiumi, dei siti Strutture linguistiche preistoriche Hoepli 
sselboi
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| Lorenzo |
Subject: RE:Re:
Grasie par el post Caixine,propio el sabo pasà so sta in Val d'Assa, Roana (al museo de la cultura cimbra). Ghe tornarò sto istà par vedar i sgrafi. D'inverno xe difisie rivarghe. S-ciao, Lorenzo |
| caixine |
Subject: Re:
Da Le Origini della Cultura Europea del filologo Giovanni Semerano
L§¡ RELIGIONE DEI GERMANI Da ¡°Le origini della cultura europea¡± di Giovanni Semerano La Svezia preistorica, intorno al 4000 a. C., vede fiorire una cultura agricola, che viene caratterizzata come ¡®Funnel Beaker Culture¡¯, la cultura del bicchiere imbutiforme, la quale trasforma la primitiva societ¨¤ di cacciatori: si parl¨° esattamente di una provenienza dalla Valle del Nilo e dal vicino oriente. ...
Trasferio k¨¬: I nostri havos jermani e longobardi
va' al sito: www.centrostudilaruna.it/forum/viewtopic.php?t=696
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=7728 Modificà da - caixine el 25/12/2009 10:04:01
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| caixine |
Subject: Re:
Iscrision veneteghe:de (Gurina-Valle de Zeglia-Gailtal GT 1) -.a..t.to.dona/.s.to./a..i.su[.]ś. atto donasto aisus (Gurina-Valle de Zeglia-Gailtal GT 2) a) ]o.a..i.su.n.per.volterk[.] a)donast]o aisun per volterk[on vontar b) ]to.a..i.su.s/ ] e [ b) donas]to aisus [per volt]e[rkon vontar] (Cadore 14) -kellospittamnikostolertrumusicateidonom//d( )a( )?
kellos pittamni(kos) toler trumusijatei donom //d(onasto) a(aisum )?? Lessico venetico, da Lingua Venetica di Prosdocimi e Fogolari, da p 411 6. LA POSIZIONE DEL VENETICO 6.1. IL LESSICO
aisu- è stato interpretato sia come ‘dio’ sia come ‘offerta (< sacrum)’ (cfr. Prosdocimi 1961-62 in “AIV”, LV II s.v.) e rapportato ad italico ais-. Si ritiene ora probabile la vecchia ipotesi di un germanismo secondo una lettura Ahsu- (ad Gt 1, 2 § 2.1.3). Ciò risolverebbe la complicazione interna di singolare ~ plurale o della dimorfia del plurale (allora uno morfologicamente germanico!) e la presenza di deivo- in Vicenza 1. Qui la forma seguita da aggettivazione (Termonios) richiama il tipo latino diva Angeron(i)a, diva Palalua, deus Terminus che indica un preciso stato semantico, riflesso di una speciale condizione ideologica, non esattamente corrispondente alla traduzione ‘dio’. È possibile che i devo- nell’onomastica ‘gallica’ del Noricum mascherino un deivo- venetico: cfr. deivo-laijio- in Agordo 1. Nota mia: no existe in ara veneta na distinsion (neta e contraposta) tra veneti e gàli, parkè inte i secoli i se gà xmisià. Gran parte de le iscrision veneteghe dei monti xe çelto-veneto-jermaneghe e reteghe Culti e divinità dei Veneti antichi: novità dalle iscrizioni de Anna Marinetti (2008) 
................ Propongo una tabella in cui riporto nomi e caratteri delle divinità menzionate nelle iscrizioni venetiche; restano esclusi, per prudenza, quei casi in cui la identificazione come figure divine (piuttosto che personaggi umani) è stata supposta ma è incerta o poco probabile, come per i nomi Laivna Vrota a Idria della Baccia e Vebelei a Este; inoltre si omettono le dediche di Gurina a (pl.) Ahsus/(sing.) Ahsun in quanto, nonostante la veneticità di lingua, formulario e tipologia materiale, le dediche promanano da un ambito culturale con influssi prettamente germanici, non fosse che per quanto riguarda il nostro tema, dal momento che gli dèi Asi fanno parte della più radicata tradizione religiosa dei Germani. ................................. Dati i limiti e i rischi delle eccessive schematizzazioni, e l’attribuzione solo probabilistica e non certa per alcune voci, la sintesi dei dati così presentata non vuole portare a conclusioni affrettate. Tuttavia la constatazione che emerge con evidenza è che, allo stato attuale delle conoscenze, il numero delle divinità maschili documentate nel Veneto antico appare di gran lunga superiore a quello delle divinità femminili. Il dato numerico potrebbe venir ulteriormente dimensionato se si considera che il supposto culto delle Matres di Asolo potrebbe essere attribuito – alla pari degli Ahsus di Gurina – ad influenza culturale di provenienza “esterna”; come pure certamente di origine non locale è Louderai Kanei di Valle di Cadore, in cui si è ravvisata -- per via etimologica nel valore di “Libera-Fanciulla”-- la Kore/Persefone di ambito misterico (cfr. anche nota 55). L'unica divinità femminile solidamente fondata sembra essere Reitia Pora di Este. .............................. Nota mia: no ghemo pì da dividar i çelti e i jermani de la tera veneta dai veneti, come anca no ghemo da scançelar i preveneti o euganei ke xe tuti nostri antenài (havos). Sti siensà de Roma i vol ligàr i veneti solké ai romani e al latin, riduxendo tuto coelo ke xe çeltego e jermanego, par ideoloja e polidega de marcadura del teritorio, ligà a rivendicasion polideghe sora le raixe (el dirito ogniversal de preçedensa). sselboi Modificà da - caixine el 26/04/2008 07:34:41
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| nonogigio |
Subject: Re:
Mi gò fato diverse volta sta domanda, ma nissun me gà mai risposto. Alora torno a farla: Posto che da fonti segure i Veneti i xè nel teritorio da 1200 ani a.C., sospensendo i Euganei nei monti o insembrandoli fra de lori; posto che i Veneti no i xè mai andàai d'acrodo coi Celti ma, ansi, i jera nemisi; posto che da 3200 ani el Veneto xè sempre stà tera de conquista e de pasajo de barbari e de eserciti imperiali vari, che xè quelo che se pol dir de essar Veneto puro?Nantra roba: come ben tuti i sà i livri se lassa scrivar: ghe xè quei che scrive esaltando robe no vere, che che scrive col cuo e col spirito de parte, che che scrive imaginadose le robe e trando spunto da un reperto i ghe scrive sora un livro de fantasia, ecc. E sti quà, purtropo, i xè quei che gà più seguito parchè i trova zente che xè in bona fede e ghe crede coma a un evangelio. mi dirìa, ivessi, de far 'na bea roba - che mi fasso de solito - lezar i livri che parla pro e i livri che parla contro, e pò dopo tirar tressa par conto porprio. Scuseme se sbaglio... |
| caixine |
Subject: Re:
Caro nono jijioa te ghé scrito: Mi gò fato diverse volta sta domanda, ma nissun me gà mai risposto. Alora torno a farla: Posto che da fonti segure i Veneti i xè nel teritorio da 1200 ani a.C., sospensendo i Euganei nei monti o insembrandoli fra de lori; posto che i Veneti no i xè mai andàai d'acrodo coi Celti ma, ansi, i jera nemisi; posto che da 3200 ani el Veneto xè sempre stà tera de conquista e de pasajo de barbari e de eserciti imperiali vari, che xè quelo che se pol dir de essar Veneto puro?
le to afermasion, xe solké na sfilsa de loghi comun, a scuminsiar de coela ke i veneti jera contro i çelti, par no dir del resto. Coelo ke se pol dir xe lomè ke i veneti o i çelto-veneti de l'ara venetiana jera contro i gàli o çelto-gàli ke xe vegnesti da la Galia e ke se gheva stansià in "Lonbardia" torno al V-IV secolo v. C. xmisiandose co i çelto-liguri-camuni-euganei ke xa ghe jera. In Friul e in Cador ghe jera i çelti come in Baviera e in Carinsia, fin xo a Verona e a Mantova.
le culture dele teremare, dei canpi d'urne, de Halstatt, de Vilanova, de la Tène, dei Castelieri, ..., da kì jerele fate?
No ghè gnente de interesante e de poxitivo intel to intervento, caro nono jijo, te fe solké vedare la to gran 'gnoransa e la to gran prexunsion so ste robe, mi no te vegno gnanca pì drìo co i discorsi. Studia ke xe mejo! E ricordate ke nosion come "euganei, liguri, camiuni, çelti, reti, veneti, istri, latini, evc." xe tute "categorie" da ciapàr co le pìnse. Ki nesun gà mai parlà de "ràse pure", forse te te confondi co i to amighi de "venesia.com", piena de neri-fasisti-filoromani e gnoranti come la fame ke ciàma "ncora" la lengoa veneta dialeto (e ke a mi no me parmete de iscrivarme intel so forum, kisà parké?). Co jente come ti ke gà 'ncora in boca parole come "barbari" no ghe pol esar scanvio de idee, te si màsa 'gnorante e prexontoxo. Sora le iscrision dite "paleovenete", na parte le se s'ciàrise co le lengoe çelto-jermaneghe pì ke col latin. E so ste robe xe mejo ke te taxi pitosto de dir casade e studia ca xe mejo! E coando ke te fe "afermasion" come coele ke gò riportà, te si pregà de çitar ste "fonti segure". Parké al mondo de seguro ghe xe solké la morte e 'l bon senso, sol resto come ca tuti pol vedare e sentire xe pien de ladri, de buxiari, de menarosti, de fanfaroni e de gnoranti. I stesi to amighi tajani come Proxdocimi, Pellegrini e la Marinetti i dixe ke le scrite de Gurina e çerte del Cador se pol s'ciarirle col çelto-jermanego. Coele de Verona le se s'ciarisce con reto-çelto-veneto; coele vixentine col reto-çelto-veneto. E se te vol discorare e confrontarte co mi, falo co respeto, intelijensa, omeltà e bon senso se no xe mejo ke te staghi con i to pàri ke sà xa tuto a scuminsiar da i to maistri come la Fogolari e i so coleghi kademiçi ke fin déso no i xe sta boni de darghe voxe a la lengoa venetega, kisà parké!. Mi inte i me interventi a porto docomenti e testimonanse, no fàso tante ciacole e tuti pol ledharli e far le so considerasion, creteghe e descusion. Studioxi come Semerano i merita el pì gran respeto, par l'enpegno, la fadiga e 'l gran contribùo ke i gà dà ala cultura e se no te si bon de capire, cogna ca te studi come ca fàso anca mi, mi seito a studiare sensa darme arie de sapienton. Stame ben, caro jijo e scuxame se so stà on fià dureto co ti! sselboi
Modificà da - caixine el 26/04/2008 13:35:17 |
| nonogigio |
Subject: Re:
Gò capìo: oltre che a dimostrar la to arogansa, ri domostri anca la to ignoransa ofendendo che che no la pensa come de ti! Alora xè mejo lassarte perdar parchè ti sà solo che tuto ti e ti te ritien de essar l'unico depositario de la verità. Và vanti cusì che ti farà el ben de Veneti.... ma de quei più ignoranti! |
| caixine |
Subject: Re:
I nostri havos, le jenti de ła nostra tera veneta o venetiana.De tra i nostri antenai ghè i omani de łe montagne ke xe coełi ke gà scuminsià a łaoràr i metałi e a vivar de pastorisia ciàma RETI o RETEGHI. va' al sito: www.valledinon.tn.it/Interne/interna.aspx?ID=2081

Sora de łuri ve posto on toco scrito da on profasor de Sandrigo Silvano Lorenzoni. El viłajo de Rotzo recostruio co ła tenega de arkeołoja sperimental xe retego (ociè kì: va' al sito: www.archeidos.it/bosteldirotzo ). Ła iscrision de Ixola Vixentina : [(Vi 3) Iats venetkens osts ke enogenes laions meu fagsto] xe retega e anca coełe de Magrè sora Skio. No ste formałixarve màsa sora i conçeti ke dopara Lorensoni: “veneti preromani”, “euganei”, “indoeuropei”, "italici" .... parké coeło ke conta xe ła “omanetà” e ła cultura materiałe, el resto come i nomi confonde ł’ocio e xe enfloensà da l’edeołojia. Xa el conçeto de “veneto-preromano” xe on conçeto fortemente ideołojexà, come coeło de “veneto-roman” e de “veneto-post-roman”. Anca el profasor Lorenson łè condisionà da ła vixion tradisional de ła invaxion endoropea intel I miłenio vanti Cristo età del fèro. Secondo el glotołogo Mario Alinei e ła so Teoria de ła seitansa (Teoria della Continuità dal Paleolitico) no ghè nesuna prova arkeołojega de ste gran envaxion, coełe ke ghe xe sta łe jera de minoranse ke se gà integrà intel teritorio e co łe altre xenti) sensa gràn sconvolximenti (vardeve ste pajine: va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=3096 ). I Veneti preromani nel contesto europeo venerdì 05 ottobre 2007
'Veneti' ce ne furono non solo nell'Adriatico settentrionale ma anche in Armorica (Bretagna) [ va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?ARCHIVE=&whichpage=1&TOPIC_ID=2767], sulle Alpi (Lago di Costanza) [ va' al sito: www.tourismusbw.it/lago_di_costanza.239168.237275,237277,238907,239147.htm], alla foce della Vistola (Prussia occidentale), nel Lazio e anche in Asia Minore, ma gli unici sul conto dei quali si sappia qualcosa - per quanto poco - di storicamente fondato sono i veneti del Veneto... essi sarebbero venuti dalla Paflagonia guidati da certo Antenore, troiano, dopo la caduta di Troia proprio come i romani sarebbero arrivati nel Lazio da Troia guidati da Enea, secondo l'Eneide di Virgilio - si tratta di un'invenzione lanciata inizialmente da Plinio, che a sua volta faceva riferimento a Catone, poi continuata da Livio in un clima di esaltazione politica della grandezza di Roma. Come dappertutto in Europa, e non solo, la genesi delle diverse nazioni e culture, quali grosso modo sono riconoscibili ancora adesso, risale alla dominazione del continente da parte di signori indoeuropei che si imposero su popolazioni paleoeuropee non certo tutte uguali. Dal punto di vista culturale ed etnico il Veneto arcaico - fino, grosso modo, al secolo XI - apparteneva all’ecumene centroeuropeo, del quale la Padania viene a essere il meridione. Il tipo umano predominante era ed è quello alpino (cioé: il tipo alpino della razza bianca o europide), che non è quello mediterraneo e neppur quello nordico o quello balcanico. Esso assomiglia piuttosto a quello prevalente nel Baltico e, in generale, nell’Europa Nord-orientale, e anche le lingue pre-venete/pre-indoeuropee parlate nel II millennio dovevano essere di tipo finnico-uralico. Incomincio perciò con dare un'idea di quali potessero essere le caratteristiche del Veneto pre-veneto. - Sia fatto l'appunto che fin dai tempi preistorici le genti alpine ebbero come caratteristica la laboriosità, la serietà nell'impegno preso e l'ingegno tecnico; e questo si riflette nei tempi moderni quando le zone trainanti dal punto di vista economico (economia reale, non virtuale all'americana) sono quelle dove c'è un forte elemento alpino: quindi la Padania, l'Austria, la Germania meridionale, la Francia centrale. Anche in Spagna, le zone più forti in questo senso, tipo la Catalogna, rivelano un'importante presenza genetica alpina. Viceversa, gli alpini, di massima, furono genti chiuse, poco aggressive e anche poco portate alla cultura astratta e alla creazione artistica brillante. Non a caso i razziologi dell'anteguerra tendevano a dimostrare una scarsa stima per le genti alpine - salvo vedersi costretti a contraddirsi spesso, obbligati dall'evidenza. Gli abitanti pre-veneti della pianura veneta furono i cosiddetti euganei (parenti del liguri o ingauni), sul conto dei quali non si sa praticamente niente, mentre le zone montagnose erano abitate dai reti, che si estendevano in tutto il Tirolo fino alla Baviera meridionale (ociè kì: va' al sito: www.palafitteledro.it/didattica/attivita.html e kì va' al sito: www.palafitteledro.it/villaggio.html e kì va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/thread.asp?TOPIC_ID=2235 e kì va' al sito: www.reitia.it/archeologia_dei_laghi.html ). Queste due popolazioni dovevano essere virtualmente identiche e si dice che con il sopraggiungere degli indoeuropei gli euganei siano fuggiti e si siano attestati sulle montagne assieme ai reti. È invece molto più probabile che la stragrande maggioranza degli euganei siano rimasti dov'erano e abbiano continuato la loro vita come vassalli dei veneti indoeuropei dei quali, un poco alla volta, essi adottarono la lingua. I reti continuarono ad avere un'esistenza politicamente indipendente per molto tempo - fino al I secolo, e dal punto di vista culturale anche dopo. In riguardo, su di loro ci sono delle informazioni, che ci lasciano intravvedere come dovettero essere anche gli euganei. Già nei secoli XVIII - XI nel Veneto c'era un'importante industria del bronzo, che veniva importato grezzo dal Trentino e lavorato localmente in diversi luoghi. A quei tempi venivano già fatti i bronzetti votivi tipicamente veneti che si continuarono a fare anche dopo l'avvento degli indoeuropei (secondo la Teoria tradizionale) - non a caso, nel Veneto, gli ex-voto furono sempre di bronzo e non di ceramica come nel resto dello spazio geografico italico. L'industria del bronzo continuò a essere, anche in tempi romani, particolarmente importante nel Veneto: le cosiddette situle, vasi di bronzo ornati di scene quotidiane, di contro agli stili geometrici in vigore in quasi tutto il resto dell'Europa, incominciano a essere prodotte nel VI secolo e rappresentano una continuazione ed evoluzione di un artigianato del bronzo già in pieno rigoglio agli inizi del II millennio. Già in tempi preindoeuropei, è chiaro, c'era una florida attività artigianale e commerciale. I reti, lo si è già detto, ci danno un'idea di come potesse essere il Veneto pre-indoeuropeo nel suo insieme. Dopo l'arrivo dei veneti, fra reti e veneti ci fu un nteressante intercambio culturale. I reti (e quindi probabilmente gli euganei) utilizzavano la tecnica architettonica di fabbricare case semiinterrate usando blocchi di pietra (se ne trovano resti in tutta l'Europa alpina), adottate anche dai veneti (ociè kì: va' al sito: www.archeidos.it/bosteldirotzo ). In margine alle zone indoeuropeizzate, i reti - che erano veneti pre-veneti - continuarono ad avere una fiorente società ancora in tempi romani. Valpolicella, nel I secolo, era ancora un centro retico e centro retico era stata Verona prima della sua celtizzazione, come lo fu Trento. I reti, oltre a ottimi contadini e artigiani, costituivano società fortemente organizzate dove vivo era il senso della proprietà, della casa e della famiglia: qui si intravvedono molte delle qualità che distinguevano i veneti fino a tempi molto recenti. Già molto presto i reti avevano adottato l'alfabeto etrusco e rimangono alcune iscrizioni, di epoca romana. Si tratta di una lingua non indoeuropea, non ancora decifrata (lo si è già detto, probabilmente di tipo uralico). È stato detto che essa presenta affinità con il ligure; ma l'unica affinità di cui si possa essere sicuri è che ambedue erano lingue non-indoeuropee (il ligure era una lingua mediterranea, di tipo, se vogliamo 'etruscoide'). (No ste formałixarve màsa sora sti conçeti łengoesteghi del bon Lorensoni parké i xe diti cusì ciapando par bone robe dite da łengoesti pitosto scarseti). Dal lato religioso, i reti avevano l'abitudine di accendere grandi fuochi cultuali e i veneti indoeuropei sembra abbiano mutuato queste abitudini. In Lessinia, zona di forte presenza retica, ancora circa un secolo fa si accendevano verso il Solstizio d'inverno dei grandi falò sulle cime dei monti, e i carboni che ne risultavano servivano a proteggere contro il fulmine. A questi fuochi erano anche legate pratiche divinatorie. Fra dicembre e gennaio si bruciavano sterpi per 'aiutare' il Sole nel processo stagionale dell'allungamento delle ore di luce. Altra fenomenologia arcaica pre-indoeuropea è quella architetturale dei castellieri, grandi costruzioni di pietra a secco e di terra battuta in cima a certe colline, difese da fossati (ociè kì: va' al sito: www.archeidos.it/bosteldirotzo ). Fino a tempi romani, in Istria e in Dalmazia, furono luoghi fortificati e di abitazione, ma ne esistevano anche in Tirolo, orientati secondo criteri astrologici, e nella pianura, fino al Garda e oltre (quindi identità, in tempi pre-indoeuropei, fra le genti della montagna e della pianura veneta). C'è chi ha voluto vedere nei castellieri un'influenza mediterranea - né la cosa è impossibile, visto che le genti mediterranee erano dei grandi costruttori in pietra, ma questo è ancora da dimostrarsi. Il Veneto indoeuropeo esordisce con l'insediamento dei veneti nei secoli XI - X. Si trattava di indoeuropei di ceppo italico, come testimonia la loro lingua, molto simile al latino e della quale incominciano a trovarsi documenti a partire dal secolo VI, scritti in alfabeto veneto, derivato dall'etrusco chiusino (di massima, come sempre e dappertutto, si tratta di iscrizioni funerarie). Dei veneti si è anche detto che fossero celti o protocelti, ma si tratta di un fatto ambiguo, in quanto ancora alla fine del II millennio la distinzione fra celti e italici non era del tutto chiara. Tratto celtico, ma anche italico (si ricordi il particolare rapporto fra Numa Pompilio e la ninfa Egeria) è l'importanza religiosa data alle fonti e agli spiriti acquatici, su di cui si riverrà anche più avanti, e che fu caratteristica anche dei veneti (il ricordo delle anguane, spiriti acquatici, era vivo nelle popolazione veneta ancora meno di un secolo fa). I templi veneti erano quasi sempre vicini a fonti o a corsi d'acqua; e libagioni d'acqua erano offerte ai loro dei. Come tutti gli indoeuropei, anche i veneti costruivano in legno. Le genti mediterranee erano state grandi costruttori in pietra, quelle centroeuropee usavano, a quanto sembra, tecniche miste. Non a caso tutte le città venete – principalissime Padova ed Este, ma anche Vicenza, Montebelluna, Oderzo, Treviso, ecc. - furono città di legno delle quali sono rintracciabili soltanto le fondamenta (ociè kì: va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?whichpage=3&ARCHIVEVIEW=&TOPIC_ID=2767 ). La vitalità e l'intraprendenza indoeuropea portò a un fiorire culturale e commerciale che nel veneto antico era stato meno dinamico. L'alto Adriatico, crocevia fra l'Europa settentrionale e orientale e il mondo etrusco e greco e poi romano, divenne un centro artigianale e un crocevia commerciale di tutto rispetto. Attraverso il Veneto passava la via dell'ambra, proveniente dal Baltico, ma si commerciava anche in sale, vino, metalli grezzi e lavorati, ceramica (il Veneto, fin da llora, fu terra di grandi ceramisti) e in cavalli, i cavalli veneti essendo fra i migliori d'Europa - i veneti furono grandi allevatori di cavalli (tratto, questo, fortemente indoeuropeo). Già nel secolo VII c'era una moneta veneta, l'aes rude, sostituita nel secolo III dalla dracma venetica di tipo massaliota e poi, nel I secolo, dalla monetazione romana. Per quel che riguarda il lato religioso, le informazioni che abbiamo sono scarse. Come dappertutto in Europa - e anche in Asia - lo stabilirsi delle aristocrazie dominanti indoeuropee portò a sincretismi religiosi per cui la religione uranica dei dominatori convisse e acquistò caratteristiche delle religioni dei paleoeuropei sottomessi. Se per il mondo greco molti studi sono stati fatti e, entro ragionevoli limiti, si è riusciti a districare fra ciò che c'era di ellenico e di pre-ellenico nella religione greca, nel resto dell'Europa le cose si presentano molto meno chiare; e quale fosse la religiosità delle popolazioni preindoeuropee non-mediterranee è quasi sconosciuto. Aggiungiamo che, specificamente nel Veneto, i luoghi di culto dovevano essere solo eccezionalmente dei templi veri e propri, e generalmente recinti sacri posti nella prossimità delle fonti - comunque, si trattava sempre di strutture in legno delle quali adesso sono riconoscibili soltanto i tracciati. La prossimità delle fonti, se ne è già parlato, potrebbe essere un carattere indoeuropeo, di tipo italo-celtico. Non c'è dubbio che i veneti dovevano avere una struttura religiosa non dissimile da quella paleoromana, improntata dalla tripartizione indoeuropea (Juppiter, Mars, Quirinus). Ma notizie in riguardo non ne rimangono. I lasciti archeologici puntano invece, con ogni probabilità, essenzialmente alla religione popolare del substrato pre-indoeuropeo della popolazione (come, del resto, è il caso anche in tutta l'area italica, dove però la fabbricazione di templi e di aree cultuali in pietra, per non parlare di una abbondante documentazione scritta, permise agli studiosi contemporanei di farsi un'idea migliore di quali relazioni intercorressero fra fra le diverse stratificazioni religiose). Prettamente indoeuropeo - anzi, identico a certe pratiche comuni in Lituania fino alla fine del Medioevo - è il sacrificio del cavallo, che poi veniva sepolto sotto tumuli artificiali di terra - diversi scheletri di cavalli sono stati trovati sotto tumuli del genere in terra veneta. Tendenzialmente indoeuropeo potrebbe essere il fatto che le tombe trovate sono prevalentemente a cremazione e poche quelle a inumazione, probabilmente di servi. Anche se sia indoeuropei che paleoeuropei usavano l'una e l'altra pratica funeraria, la prevalenza della cremazione potrebbe indicare una predominanza indoeuropea. Per il resto, quanto ci è dato di sapere sulle pratiche cultuali nel Veneto pre-romano suggerisce che si tratti in massima parte, come già detto, di sopravvivenze pre-indoeuropee - 'euganee' - e magari anche di influenze mediterranee o di sincretismi a esse legati. La dea più conosciuta del culto veneto preromano era Reitia (radice veneta rekt = tedesco richten = raddrizzare), anticamente Pora, dea del guado o del passaggio, verosimilmente verso le regioni dell'Oltretomba (tratto essenzialmente pre-indoeuropeo). I suoi principali santuari furono a Este e a Vicenza (ociè kì : va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=2859 ) , dove essa aveva l'attributo di sanante e facilitava le guarigioni e i parti. Nei siti dei suoi luoghi di culto sono stati trovati un numero grandissimo di ex voto, dalle cui iscrizioni si può dedurre che devote a Reitia erano soprattutto le donne. L'aspetto religioso di Reitia (ociè kì: va' al sito: www.freewebs.com/wicca_veneta ) sembra coincidere, sia per quel che riguarda la sua attività che per il tipo di culto che le si rendeva, con quello di Esculapio, anch'esso un dio vicino agli umani e verosimilmente di origine pre-indoeuropea. Ad Abano si venerava un non meglio identificato Apono e a Lagole (in Cadore), la tricefala Trumusiate (o Icate), forse affine all'infernale Ecate pre-ellenica: qui, forse, ha da vedersi un influsso mediterraneo. Stranamente, in tempi romani, Trumusiate divenne Apollo. Storicamente, i veneti gravitarono sempre nell'orbita di Roma, che era un alleato naturale per affrontare gli attacchi dei galli della Padania occidentale e meridionale e contro i quali sia i veneti che i romani si dovettero difendere per secoli. Né si escludono affinità naturali di tipo culturale e linguistico, per cui i veneti, anch'essi italici, si sentivano più vicini ai romani che ai celti. Nel I secolo il Veneto passò, in modo più o meno indolore, a formare parte dell'Impero Romano. Buona parte dei caduti nella battaglia della foresta di Teutoburgo furono veneti. Bibliografia essenziale: Giulia Fogolari, I veneti, in AA.VV., Antiche genti d'Italia, De Luca, Roma, 1994; Giorgio Chelidonio, Le feste e le tradizioni del fuoco in Lessinia, edizione della Comunità montana della Lessinia, Verona, 1999; Giulio Romano, Archeoastronomia italiana, CLEUP, Padova, 1992; Raffaele Mambella e Lucia Sanesi Mastrocinque, Le Venezie, itinerari archeologici, Newton Compton, Roma, 1988; Roberto Guerra, Antiche popolazioni dell'Italia preromana, Aries, Padova, 1999; Jean Haudry, Gli indoeuropei, Ar, Padova, 2001; Hans F. K. Günther, Tipologia razziale dell'Europa, Ghenos, Ferrara, 2003; Marija Gimbutas, Die Balten, Herbig, München, 1982.
Silvano Lorenzoni Par ła cronaga ghe xe anca ki ke dixe ke i reti riva da i etruski:
va' al sito: www.altarezia.com/storia.htm Anca sti ki i xe condisionà da ła storia tradisional otosentesca co tuti i credea ke se fuse de derivasion romana, etrusca, grèga, endoropea...no ste farghe màsa caxo, na olta i gheva solké łe iscrision etruske e coełe latine, daspò xe rivà anca tute kealtre e lora łe storie xe on fià canvià e łe canviarà senpre de pì. Sora i Reti se gà xontà anca i Çinbri :
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?TOPIC_ID=2697
va' al sito: www.cimbri.it
va' al sito: www.cimbri7comuni.it
Nota : łe parti in łengoa veneta xe mie de mi caixine.
sselboi
Modificà da - caixine el 28/04/2008 21:33:30
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| caixine |
Subject: Re:
Altre jenti, nostre avie:La religione dei Celti Da: Le origini della cultura europea, di Giovanni Semerano; (da pag 292 a pag 298) ... Trasferio kì:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=8103
Modificà da - caixine el 25/12/2009 10:01:47 |
| caixine |
Subject: Re:
Storia de Viçensa (Storia di Vicenza) va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=4889
sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
Curta storia dei Longobardi: va' al sito: it.geocities.com/kenoms3/longobardismi13.html
Storia dei longobardi de Paolo Diacono (in latin)
va' al sito: it.geocities.com/kenoms3/longobardismi6.html
Storia dei Goti de Jordanes
va' al sito: it.geocities.com/kenoms3/longobardismi15.html
Resti longobardi e goti nelle nostre lingue
va' al sito: it.geocities.com/kenoms3/longobardismi.html
Resti longobardi e gori nelle nostre lingue
va' al sito: it.geocities.com/kenoms3/altorenotoscano/altorenotoscano.htm
sselboi
Modificà da - caixine el 08/06/2008 16:43:31 |
| caixine |
Subject: Re:

 sselboi
Modificà da - caixine el 08/06/2008 16:51:12 |
| caixine |
Subject: Re:
.sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
.sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
.sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
Hallstatt
va' al sito: de.wikipedia.org/wiki/Hallstatt
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Hallstatt Na pristotega via del sałe oropea. El borgo o statt (posto-luogo): 





... Trasferio kì: va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=8103
Modificà da - caixine el 25/12/2009 09:59:53 |
| caixine |
Subject: Re:
Orijine dei Selti (2 ipotexi)1) Ipotexi tradisional endoropea: (varianti: a - Colin Renfrew; b - Marija Gimbutas) a - Colin Renfrew
... Trasferio kì:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=8103
Modificà da - caixine el 25/12/2009 10:00:29 |
| caixine |
Subject: Re:
Lo stendardo di UR da confrontare con le secie (situle) hallstattiane e venetike: va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Ur_(Mesopotamia)


sselboi
Modificà da - caixine el 23/02/2009 15:40:26 |
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Subject: Re:
Sora ła ibridasion turçega (turcica) carpato-danubiana dei Reti e dei Etruski, ... ke par forsa saria pasà anca par ła tera veneta, a manco ke no i sipie vegnesti xo solké da ła val de l'Adexe; Danubio, Drava, Adexe, Po, Arno: va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Danubio
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Drava
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Adige
(I nomà goerieri a cavajo dei kurgan, no i jera de łengoa endoropea ma turçega. Nomi come Oderso, Jexoło, Zero Branco (TV) podaria esar on segno ... e anca parte de ła jenetega de Lamon (i lamonexi i se dixe caucaxiçi o da ke łe bande) ?)
Da Mario Alinei:
va' al sito: www.continuitas.com/addenda_etrusco.pdf
... Qui illustro la mia tesi in termini più schematici che non nel mio libro, augurandomi che anche i genetisti la prendano in considerazione: la Lidia, e in particolare Lemno, dove dopo le ricerche di de Simone sappiamo con certezza che nel VI secolo abitava una comunità etrusca, rappresentano la prova dell’esistenza di DUE correnti etrusche, come già ventilato, naturalmente in altri termini, da Hugh Hencken (1968), il principale studioso di Villanova: (1) la prima corrente etrusca, cioè turco-ugrica, sarebbe quella, già ricordata, formata dalle elite di guerrieri a cavallo della cultura turcofona dei kurgan, che alla fine del III millennio, dalle steppe eurasiatiche invasero l’area carpato-danubiana, durante la cultura di Baden detta ‘classica’, alla guida di popolazioni ugriche ormai stacccate dagli altri Ob-Ugri e divenute quindi Ungheresi, anche secondo la teoria tradizionale (a parte la cronologia). Per cui, nel quadro della mia teoria, le influenze carpato-danubiane che nel II millennio sono già così evidenti in Italia settentrionale, per crescere sempre di più fino a spingere gli archeologi ad ipotizzare una “vera e propria invasione dell’alta Italia” (Barfield 1971, Cardarelli 1992), (e sottolineo ‘alta’, anche per ricordare che si tratta di infiltrazioni e di un’eventuale invasione avvenute via terra), sarebbero tutte manifestazioni turco-ugriche, destinate a trasformarsi nei Proto-Villanoviani e Villanoviani della fine del II e principio del I millennio, cioè nei Reti (che da qualche tempo sappiamo essere di lingua etrusca) e negli Etruschi del Nord Italia; (2) la seconda ondata etrusca o turco-ugrica sarebbe invece costituita da quei gruppi di metallurghi del Bacino Carpatico - “il cuore industriale dell’Europa nell’età del Bronzo” (Barfield 1971) -, per me già Ungheresi, che gli stessi archeologi ungheresi – pur non riconoscendoli ancora come loro antenati - vedono espandersi verso la Grecia e sull’Egeo, per partecipare alle battaglie dei Popoli del Mare (e.g. Kovacs 1977). Questa seconda ondata etrusca, dunque, dal Bacino Carpatico, attraverso i Balcani, sarebbe scesa direttamente sul Mediterraneo orientale. E di lì, probabilmente dopo aver fondato una o più colonie come quella di Lemno, avrebbe raggiunto, via mare, le sponde ell’Adriatico e del Tirreno, riunendosi con quella dell’entroterra e dando inizio alla fondazione delle città etrusche del centro, come aveva già ipotizzato, in maniera diversa, Hencken (1968). ... 1) Teoria de la seitansa o continuità:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=3096
2) Toponomastega veneta:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=3766 sselboi Modificà da - caixine el 02/09/2008 07:35:37
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Subject: Re:
Sui RETI:È possibile che l'antica Berua sia Vicenza? Storia di Vicenza:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=4889 

Introduzione (di Giulia Fogolari) Ringrazio vivamente gli amici organizzatori dell'incontro, i membri del Comitato direttivo del Convegno su "i Reti" per avermi dato l'onore di essere qui stamattina con loro e di pronunciare brevi parole di introduzione ai nostri lavori. So di dovere questa chiamata alla mia anzianità di servizio nel campo archeologico e anzianità, consentitemi di dirlo subito, anche di passione, di interesse, di amore per questi problemi. Oggi, in particolare direi per queste genti alpine dell'età del Ferro, che sono lungamente vissute nella nostra regione e attorno, entro un'area centro alpina orientale così vasta. Inizio riandando ai fasti di Sanzeno di tanti anni fa. Sanzeno resta per noi, interessati ai Reti, un punto luminoso. Sanzeno vuol dire le case, vuol dire gli strumenti, moltissimi; vuoi dire anche l'"arte delle situle", la scrittura, gli oggetti di culto, vuol dire in sintesi tutte le espressioni più genuine, più ricche della vita di questo popolo antico. A Sanzeno si è operato, come or ora è stato detto, dagli anni '50. Ma Sanzeno ha una lunga storia. Sanzeno retica ha cominciato ad essere nota, purtroppo, quando si videro gli oggetti archeologici raccolti in loco migrare lontano su carretti pieni, migrare in musei lontani. Poi si destò l'interesse della Soprintendenza alle Antichità di Padova, ci furono gli scavi del Soprintendente Ghislanzoni negli anni 30, quindi i miei degli anni 50 e seguenti. Oggi, lo dico con molta soddisfazione, assistiamo agli scavi di Marzatico, cosi metodologicamente corretti, impostati secondo la moderna tecnica dell'indagine archeologica, legata con fedeltà che vorrei dire puntigliosa alle unità stratigrafiche. Uno scavo perfettamente scientifico di cui abbiamo visto con molto piacere la pubblicazione nel volume "Archeologia delle Alpi" di quest'anno, che è una bella nuova iniziativa della Provincia di Trento alla quale io auguro molto successo. Mi si consenta di dire in apertura anche una parola di plauso a queste iniziative: Mostra dei Reti, pubblicazione del grosso volume bilingue su "I Reti", Convegno su "I Reti". Si è cosi affrontato in forma massiccia un problema che è delicato e difficile e lo si è affrontato su di un ampio orizzonte, con concorso di mezzi e di forze, in modo egregio. La mostra ha voluto dire portare a conoscenza di molta gente la cultura materiale e spirituale di queste popolazioni. Molti l'hanno visitata, poiché molti sono affluiti a Coira, a Padova, a Como e penso anche a Stenico. Con dispiacere ho però dovuto constatare che non ne è stato fatto il catalogo. Una mostra senza catalogo si dissolve, va in fumo; il catalogo è la pietra miliare. C'è stato, è vero, a presentarla l'ottimo volumetto di Paul Gleirscher, che è un forte sostegno alla comprensione della esposizione, ma certamente non sostituisce un catalogo. Un plauso, ripeto, per questo vostro agire insieme, bellissimo esempio di collaborazione fra studiosi di vari paesi. Mi vien fatto di ricordare quando realizzammo la "Mostra dell'arte delle situle". Qualcuno dei meno giovani forse ne ha memoria. Erano gli anni '60; la facemmo a Padova, a Vienna, a Lubiana con i cataloghi nelle tre lingue e fu, a mio giudizio, una forte sollecitazione a proseguire nello studio in quel settore. Bene avete fatto a porre sul manifesto, su gli inviti il "cavaliere" di Sanzeno, splendido oggetto di bronzo assunto così a logos di tutto il convegno. È un pezzo di grandissimo interesse. Io sono grata a Ciurletti di averlo pubblicato all'inizio del grosso volume con un suo scritto molto bello, sciolto, pregnante perché è un oggetto ricco di significato. Grata a Ciurletti di avermene voluto fare omaggio, facendo lui omaggio al "cavaliere". Grati poi tutti gli dobbiamo essere per averci lui segnalato quell'altro cavaliere di bronzo, immagine speculare di questo nostro pezzo, presente nel Kunst Haus di Zurigo. Tanti punti interrogativi si aprono attorno a questi bronzetti, al loro significato ed è cosa di molto interesse. Per introdurci ai lavori di oggi io penso di riandare brevemente con loro a quella che è stata l'esperienza mia o di chi ha lavorato circa quarantanni fa in relazione al problema dei Reti. Da dove partivamo per interessarci a questo mondo? Era necessario partire dalle fonti. Io mi interessavo di Verona, nell'ambito della Soprintendenza delle Venezie, e Plinio mi diceva "Euganeorum et Raetorum Verona est". Circa gli Euganei non c'era problema. Si tratta della nobiltà di origine, un nome nobile per queste genti; c'è una intenzionalità, un programma. Ma i Reti? Perché Verona "Raetorum est"? Mi interessavo di Feltre, di Trento, di Berua. Berua veramente la cercammo qua e là invano. Carlo Anti la segnalò a Pieve di Cadore, l'ipotesi non fu accolta, né forse ne era del tutto convinto lo stesso Anti. Comunque per Feltre, Trento ancora Plinio mi diceva: "Raetica oppida". Allora occorre guardare alle fonti. Saranno poche, saranno confuse, ma ci sono. E ci sono grossi, strani interrogativi che ancora restano aperti. Leggiamo il nome di tutti i popoli elencati nel "trophaeum Alpium" a La Turbie. Sono tanti popoli alpini, i Reti non ci sono. La piantina che ha accompagnata la mostra dei Reti giustamente ci presenta la zona centrale delle Alpi con i nomi degli antichi popoli meticolosamente precisati. I Reti non ci sono. Eppure le fonti non si possono far tacere e obbligano ad individuare per i Reti uno spazio. Dobbiamo pensare a un grande rettangolo nelle Alpi Centro-orientali, possiamo dire dal Lago Maggiore al Piave, dal lago di Costanza alla valle dell'Inn. Si poteva forse, mi domando, con un po' di coraggio, forse con molto coraggio, segnare su di una carta geografica, magari a tratteggio, magari un po' sfumato il nome dei Reti entro questo riquadro? Si poteva forse, seguendo Plinio, segnare attorno al lago di Como il nome dei Reti? Prudenza volle che questo non fosse fatto. E allora continuiamo ad andare avanti in questa ricerca. Io ritengo che lo studio delle fonti sia ancora da perseguirsi fortemente. Ora guardo al programma nostro di questi giorni. Bellissimo e anche molto ben congegnato, ma forse sarebbe stata auspicabile una maggiore presenza dello storico. Noi archeologi presumiamo un po' tutti di essere anche storici. È la fonte, il nocciolo, a mio giudizio, del nostro lavoro; guai se non avessimo coscienza di voler fare, se pure modestamente, un po' di storia. Però gli specialisti sono necessari. Quelli che studiano in modo tutto particolare le fonti, sono necessari. C'è nel volume sui Reti, cui continuo a fare riferimento, un saggio di Regula Frei-Stolba. E Marzatico ha fatto di recente una bella silloge di queste fonti. Comunque credo che questo settore, fonti e storia, vada intensamente curato. Passiamo ad un altro problema: l'espansione geografica accertata, in base ai reperti archeologici, come pertinente alla cultura retica. Da un punto di vista italiano, la mia esperienza mi dice che in questi ultimi decenni l'area si è molto dilatata. E così mi risulta nei vari paesi europei, nei nostri paesi cioè interessati al problema. Per me agli inizi area retica voleva dire, lo ribadisco, Sanzeno; poi Serso, i Montesei di Serso. Vi cominciammo gli scavi come Soprintendenza, li proseguì Perini. Oggi noi ringraziamo Perini per i grossi risultati raggiunti. Inoltre retica risultava la zona veronese dei Lessini. Facevo ricerche a Sant'Anna di Alfaedo. Poi vi continuò a scavare Salzani e mise in luce altri centri significativi, Castelrotto, San Giorgio di Valpolicella, dilatando la zona retica veronese. Nell'Altopiano di Asiago io scavai a Rotzo. Proseguì le ricerche Mariangela Ruta e quindi scavò a Montebello, Montorso, Trissino. Si venne così definendo quella cultura peculiare degli abitati d'altura fra Adige e Brenta che oggi, nell'ambito retico, chiamiamo per antonomasia il "gruppo Magré". Ma occorre io proceda per accenni. L'ampliamento si è certo verificato anche nella zona lombarda, si è verificato ovunque anche oltre le Alpi con il procedere delle ricerche. Vien fatto di chiedersi ora in che cosa consisteva per noi studiosi ieri e in che cosa consiste oggi questo mondo retico. Come definirlo? A me pare che noi lo definivamo, per così dire, in negativo. E mi spiego. Eravamo all'interno della cultura paleoveneta, ma in alcune zone venivamo a contatto con una cultura locale che ci appariva diversa, che, pure legata al mondo paleoveneto, non era paleoveneta. Eravamo all'interno di una cultura sostanzialmente golasecchiana, ma in quell'area si riscontrava qualcosa di diverso. Andavamo per es. a Vadena e sentivamo arrivare influssi da sud, dal mondo villanoviano emiliano etrusco, però non era cultura villanoviana, né etrusca. Verso oriente, parlo sempre da un punto di vista veneto, eravamo a contatto con la cultura hallstattíana, però con notevoli varianti. Quindi quel mondo che chiamavamo "retico" ci appariva, in sostanza, come qualcosa che si differenziava dal paleoveneto, dal golasecchiano, dall'etrusco, dal celtico. Dico dal celtico perché, nell'epoca più tarda, era evidente il contatto con il mondo dei Galli. Oggi siamo gradualmente arrivati a definire il "retico" non più con il negativo, ma con qualcosa di estremamente proprio. Si tratta per es. di un certo tipo di armatura, di chiavi tipiche come quelle di Sanzeno, di boccaletti, di vasi tripodi tipo Magré, delle tazze tipo Fritzen-Sanzeno. Si sono cioè precisati tanti aspetti peculiari di una cultura che ha assunto così una sua autonomia, che si definisce per se stessa. E il cammino che oggi si va percorrendo all'interno, mi sembra, di tutta la vasta area geografica che siamo soliti chiamare "retica". Voglio accennare ora ad un altro problema relativo all'aspetto cronologico. Decenni fa, pensare alla cultura retica voleva dire riandare al sesto, quinto, quarto secolo a.C.. L'orizzonte Sanzeno, quello dei centri sui Lessini era dí questa fase. Naturalmente si scendeva anche più giù. Continuavamo a vedere questa cultura nel terzo secolo e all'interno della romanizzazione e c'era il problema, molto evidente, del contatto con la cultura dei Galli. Per quanto riguarda i Galli noi da un lato abbiamo ridimensionato la questione, ossia abbiamo esclusa la loro presenza massiccia sul territorio trentino, per es., cui un tempo si credeva. Richiamo in merito l'ottimo saggio di Marzatico su Trento fondata dai Galli. Oggi nessuno ci crede più. D'altro canto siamo andati invece scoprendo una intensa presenza di elementi culturali gallici anche nel territorio che ci interessa. Sono dati che la Mostra dei Galli, tenutasi a Roma nel 1978, ha contribuito ad approfondire mettendo in luce antiche documentazioni di cultura celtica in Italia, molto precedenti l'invasione di Roma. Dati che la mostra su "I Celti", tenutasi a Venezia nel 1991 ha pure aiutato a comprendere nel loro più profondo significato. Ma la novità nei riguardi dei Reti, ossia del loro inquadramento cronologico, rispetto ai decenni passati, consiste nell'avere individuata una loro presenza molto antica. Oggi cioè distinguiamo una loro fase antica, una media e una tarda. Quando io cominciai ad occuparmi dei Reti esisteva solo quella che possiamo chiamare la fase media, con una sua appendice fin dentro l'età romana. Oggi si comincia a parlare di Reti - e la vostra grossa pubblicazione scientifica lo attesta - a partire dal Bronzo recente, finale, a partire dal XIII sec. a.C.. Si studia la cultura Luco-Melauno come quella che sta al di sotto della cultura Fritzen-Sanzeno. E questo è un dato importante e acquisito. Ma ci sentiamo di accogliere come "retica", in tutta l'area presa in esame, questa fase antica? E certo importante indagare e quindi conoscere le culture che precedettero quella retica sullo stesso suolo. Ma possiamo sovrapporre le due piantine che hanno ovunque accompagnata la mostra (le figure 1 e 2 della Premessa al volume che continuamente chiamo in causa) asserendo che la seconda, ove sono presentati i gruppi archeologici nella zona retica attorno al 400 a.C., ossia i gruppi retici classici, ben noti, è la prosecuzione, dal punto di vista della cultura, della prima, ove sono rappresentati, nella stessa area, i gruppi presenti intorno al 700? Possiamo cioè sovrapporle parlando di continuità culturale? Se il gruppo Luco-Meluno continua nel Fritzen-Sanzeno, c'è ben poco invece della cultura Angarano-Garda nel gruppo Magrè. Sono quesiti, sono problemi che ci poniamo, mentre stiamo per iniziare i nostri lavori. Se non temessi di approfittare troppo della loro attenzione vorrei, prima di chiudere, porre ancora un altro interrogativo. Ossia domandarci quanto possiamo parlare di unità e quanto di differenziazioni all'interno dell'area retica. Ci sono certo forti collegamenti, ma sono indizio di vera unità culturale? Mi vien fatto di pensare a motivi di unità che sono naturali, che derivano dall'ambiente, che possono non significare unità di formazione. Faccio qualche esempio. Queste popolazioni presentano caratteristiche che nascono da una situazione geografica di montagna, per lo più comune. Ne può derivare, per esempio, la sollecitudine a costruire le case in un dato modo. Le case seminterrate si fanno in montagna e si fanno di pietre perché la pietra abbonda. Si fanno con molto legno: travi orizzontali fra corsi di pietra, travi verticali negli angoli dei muri a sorreggere il tetto, pavimenti in legno. Perché il legno abbonda. Richiamo qui io studio di Migliavacca e Ruta Serafini, sempre nel nostro volume che ha per titolo: "Casa retica" o abitazione alpina dell'età del Ferro? Ecco, l'uniformità di questa casa alpina dell'età del Ferro può essere dovuta alla comune situazione ambientale. Dalla stessa può derivare la sollecitazione ad accendere fuochi su alture. Ha poco senso accendere fuochi in campagna, bisogna accenderli sui monti perché si vedano da lontano. È facile accenderli perché ci sono gli alberi dei boschi. Così si richiameranno da altura ad altura, nella notte, sotto le stelle e accompagneranno verso il cielo le invocazioni dei devoti imploranti protezione. Anche la presenza dell'acqua, facile in montagna, solleciterà ad azioni di culto comuni alle genti alpine. Così potrà divenire comune l'uso di erigere grossi cumuli di pietre, espressione di culto anche questa. La presenza di metalli sarà un altro elemento unificante derivante dall'ambiente. La presenza dei metalli vuol dire un certo tipo di attività economica, di artigianato, di commercio. Mi si consenta di dire che la trattazione dell'aspetto metallurgico è molto carente nel programma dei nostri lavori. Può riguardare altre discipline, ma noi non possiamo ignorarlo. E qui oggi con noi il prof. Sebesta, che è all'avanguardia negli studi archeometallurgia, e ritengo la sua presenza molto importante, ma in complesso non siamo ricorsi agli specialisti della metallurgia. Sarà per un'altra occasione. Altro motivo unificante mi sembra offerto dal trovarsi molti di questi popoli alpini in zone vicino ai passi, ossia zone di transito che possono favorire iniziative comuni. Di Ludwig Pauli c'è un bell'articolo alla fine del nostro volume che mi sembra un po' la sintesi del problema dei Reti, ma io qui mi rifaccio ad un altro suo studio, nel catalogo della mostra su "I Celti"; con considerazioni sui passi alpini. Non sempre essi sarebbero stati forte via di trasmissione, per es. fra Celti a nord ed Etruschi a sud. Comunque è certo che il trovarsi in luogo di passaggio favorisce gli scambi commerciali, l'assorbimento di elementi di una cultura da parte di un'altra. Nel nostro caso è chiaro che l'impulso della civiltà si è verificato, per lo più, da sud verso nord. Lungo le vallate longitudinali esso si è verificato soprattutto verso la zona orientale. Tenuti presenti questi elementi che fanno unità, che possono essere, come detto, in buona parte spontanei, di carattere ambientale più che culturale, io ritengo che il nostro compito oggi sia quello di cogliere le differenziazioni interne cogliere il "proprio", come ho già detto e come effettivamente si va facendo. Termino con un auspicio. Si continui nella direzione intrapresa. Ricordo, ad es., il bello studio di Amei Lang (sempre in questo volume) che sottolinea l'arrivo nella Valle dell'Inn, da sud, di elementi di cultura spirituale, come la scrittura, come le espressioni artistiche. Continuiamo anche con molto senso dei nostri limiti. Io ritengo che, se non arriveremo a fare chiarezza assoluta sui Reti, arriveremo tuttavia a scoprire tante cose. Continuiamo a studiare le fonti - è un voto particolare - i documenti epigrafici, i culti (ricordo al proposito gli ottimi studi di Gleirscher), la cultura materiale. Penso al grosso contributo di Nothdurfter attraverso il suo "corpus" degli strumenti in ferro di Sanzeno. Cerchiamo di scoprire le necropoli. Con poche necropoli gli elementi di conoscenza sono ridotti, mortificati. C'è Vadena e qui vorrei ringraziare Dal Ri per quel bellissimo elemento di arte delle situle, un frammento di cinturone, che ci ha fatto conoscere. Ogni tanto si illumina qualche luce qua e là e ci vengono presentate cose molto ricche e molto belle. Come necropoli c'è Rasun, c'è Innsbruck, c'è Gillsen. Oggi sentiremo una comunicazione, che si presenta molto interessante, su di un tipo di tomba mista (cremazione e inumazione) a Sant'Orsola. E importante che anche il settore necropoli venga sempre più studiato. Voi vi siete certamente accorti che io ho affrontato i problemi dei Reti da un'ottica italiana e me ne scuso, ma penso che ogni persona non possa e non debba prescindere dalla propria esperienza. Nel contempo sono convinta che i problemi di fondo sono comuni alle diverse aree. L'augurio allora è soprattutto che si continui a lavorare insieme. Inoltre ho visto qui tanti giovani studiosi e me ne rallegro. Ci si rinnova mentre si costruisce insieme. È cosa molto bella. Vi ringrazio. Giulia Fogolari Sui Reti e Muxei reteghi:
Muxei: va' al sito: www.exibart.com/notizia.asp?IDCategoria=204&IDNotizia=24246
va' al sito: www.brentapaganella.it/sito/museo_reti.php
va' al sito: www.raetischesmuseum.gr.ch/it
va' al sito: www.valledinon.tn.it/Interne/interna.aspx?ID=2081
Sui Reti: va' al sito: books.google.it/books?id=paUBAAAAQAAJ&pg=RA1-PA70&lpg=RA1-PA70&dq=I+RETI&source=web&ots=18FtudC6uS&sig=FVxwIu5--n54SpzZ2eMNkQei8zw&hl=it&sa=X&oi=book_result&resnum=9&ct=result
va' al sito: www.trentinocultura.net/radici/identita/dove_veniamo/reti_retitudine_h.asp
va' al sito: www.tangram.it/merano/storiaepreistoria/reti.htm
va' al sito: alpiantiche.unitn.it/storia/roman/roman4.htm
va' al sito: www.comune.sanzeno.tn.it/archeologia/reti.html
va' al sito: www.altoadige-suedtirol.it/arte_storia/arte/tempo_antico8.php
va' al sito: gianfrancopintore.blogspot.com/2008/06/quelle-curiose-somiglianze-con-i-reti.html
Rotzo:
va' al sito: www.archeidos.it/bosteldirotzo/confstamp.htm
Iscrision retega de Ixola Vixentina: VI 3 Iats venetkens osts ke enogenes laions meu fagsto Iscrision Vicenza 3 (?) su stele paleoveneta ritrovata a Isola Vicentina. La famosissima Lastra di Isola Vicentina ove con la forma Venetkens compare il primo caso certo di attestazione in lingua venetica dell'etnia dei Veneti; ancora iscrizioni in retico, come quelle sui corni da Magrè e sulla stele da Castelcies, ecc. sselboi Modificà da - caixine el 28/09/2008 21:13:34 |
| caixine |
Subject: Re:
Il platanoera l'albero sacro degli armeni. Il platano, il ciliegio, il susino e l'ermelin (albicocco) pare siano provenienti dall'Armenia. L'albero più vecchio del Veneto, è attestato in scritti da almeno 700 anni (? data da verificare), però dovrebbe averne più di 1000 (?):
è un platano che sta nel paese di Platano (Vr) va' al sito: digilander.libero.it/trombealvento/indicecuriosi/platano.htm

va' al sito: www.europaoggi.it/content/view/1635/1
Da:
 Nella copertina Caterina Cornaro, veneta-veneziana, ultima regina di Cipro, di Gerusalemme e d'Armenia, di Tiziano Vecellio (pittore veneto)
Sino a un passato non molto lontano (2.000 anni circa) gli armeni praticavano una variante del culto iranico di Zoroastro o Zarathustra e avevano come massima divinità, Anahit, dea della fertilità, eletta a imperitura Madre Armenia. Il cristianesimo fece la sua comparsa in Armenia, nella II metà del I secolo d.C. con la predicazione di S. Taddeo, ma fu solo nel IV secolo che divenne religione popolare e di stato, con la predicazione di Grigor che convertì e battezzò il Re armeno Tridate III e sua moglie. Si racconta che sotto i ghiacciai del monte armeno Arat, si trovi l'arca di legno di Gofer, della genesi. Il cristianesimo armeno considera l'apostolo Pietro, al pari di tutti gli altri, per cui non riconosce al papa cattolico, alcun diritto di superiorità gerarchica. I preti armeni si possono sposare e i cristiani armeni praticano la confessione pubblica e ammettono il divorzio. Come gli antichi veneti, gli armeni amavano i cavalli e secondo le antiche leggende sulla Paflagonia ai tempi di Troia, i cavalieri veneti al seguito di Pilimene combatterono a fianco dei cavalieri armeni a difesa di Troia. Come il berretto dei dogi veneti, anche gli antichi armeni avevano un copricapo simile, entrambi si richiamano a quello dei Frigi.
 Fu la badessa del convento di monache (le cronache parlano di vergini armene, che in precedenza donarono i campi in cui poi sorse la Basilica di San Marco) costruito accanto alla chiesa di San Zaccaria, madre Agnesina, a donare, verso la metà del IX secolo, al doge Pietro Tradonico (nome poi trasformato in Gradenigo) quel corno ducale, o "berretta" per l'incoronazione dei dogi, tutto d'oro, ornato di due dozzine di perle orientali, di un grosso rubino e di 23 smeraldi disposti a forma di croce. In alcuni antichi cognomi veneti-veneziani risuona la desinenza "ian" che caratterizza la maggior parte dei cognomi armeni.
A Venezia si celebra "il giorno del bocolo" (bocciolo di rosa), per gli armeni c'è il Vardavar, il giorno delle rose. In Armenia si celebra la festa della "sorte", a Venezia "lo sposalizio del mare". I cavalli di bronzo, della Basilica di San Marco, sono quelli che il bellisssimo Tiridate donò a Nerone, quando questi lo incoronò Re dell'Armenia e sorse la dinastia degli Arsacidi. (Da Roma i cavalli finirono a Costantinopoli e da lì, nel 1204, Enrico Dandolo lì mandò a Venezia).
 Nel 1214, a seguito di molteplici disgrazie (innondazioni, incendi, ecc.) il doge Pietro Ziani, propose al Maggior Consiglio, di prendere le reliquie di San Marco e di trasferire Venezia nelle terre del Levante, fu solo per 2 voti e l'opposizione del procuratore di San Marco Angelo Falier che Venezia restò nella laguna veneta.
Elementi armeni nella Venetia:


1) Parte della fortuna mercantile veneta ci viene grazie al buon rapporto che Venezia abbe con gli armeni : Molti degli imperatori bizantini furono armeni (almeno 20 dal VI al XI secolo), tra cui Basilio I (867-886) che diffuse la tipologia delle chiese cristiane a pianta quadrata sormontata da 5 cupole a cui si rifà la stessa Basilica di San Marco. La leggiadra nipote di Basilio I andò in sposa al doge Orso Partecipatio (864-881, XIV doge). Gran parte dei generali bizzantini furono armeni, a cominciare da Narsete, che sul finire del I secolo della formazione di Venezia, contribuì alla costruzione delle due chiese di S. Teodoro e di S. Geminiano che costituirono i presupposti per la formazione di Piazza S. Marco. È molto probabile che fin dalle origini alla formazione di Venezia oltre ai veneti vi siano stati anche degli armeni, che in qualità di bizzantini (soldati, amministratori, mercanti) stazionavano a miliaia a Ravenna (la cui fondazione viene attribuita al capitano armeno Naven): nel (...) il governatore bizantino, esarca di Ravenna, l'armeno Isaccio, fece costruire a Venezia, al Torcello, la basilica di Santa Maria Assunta. Narra una leggenda che quando i veneti si rifugiarono nelle isole della laguna, su in'isolotto creduto deserto trovarono un armeno che stava pescando e che ivi si era costruito una casetta di legno dove vi viveva con moglie e figlia, il suo nome era Grigor; egli salutò i nuovi venuti con un'espressione augurale squisitamente armena: "che crescano le rose ove voi passate" e poi tirò fuori dal sacco pepe, cannella, babbucce e perle che dispose per terra per venderle ai veneziani.
2) La Nuova Armenia di Cilicia, da cui partì Marco Polo per il suo viaggio in Cina:
 Armenia storica (accanto alla Paflagonia):
 3) Gli antichi tappeti orientali dei veneti non erano persiani ma armeni, maestri nel tesserli, fin dalla più remota antichità;
4) Il nome di Eraclea, città veneta che un tempo si chiamava Melidissa, viene dall'imperatore armeno di Bisanzio Eraclio, uno dei più grandi imperatori dell'impero d'oriente, con cui i veneti di Venezia ebbero più che ottimi rapporti.
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Eraclio_I_di_Bisanzio 5) El piron (la forchetta) ci viene dalla nipote dell'imperatore armeno Basilio II, principessa Maria Argiros, che andò in sposa a Giovanni Orsoleo figlio del Doge Pietro (nel 1003), infatti fu proprio lei a usare questo arnese a due punte e d'oro, che poi tutti imitarono. Tre anni dopo, nel 1006, la peste si prese Giovanni Orsoleo, la moglie Maria Argiros e il loro figlioletto. Le cronache poi ci raccontano che nel 1077, il doge Domenico Selvo, sposò Teodora, sorella d'Alessio, imperatore d'Oriente (di Bisanzio e di origini armene) e anche costei faceva uso del "piron" contribuendo come dogaressa alla diffusione di questo nuovo costume. 5) Caterina Corner, giovinetta veneta che andò in sposa al re armeno di Cipro, divenendone Regina.
Dizionario VENETO-ARMEN ARMEN-VENETO (pdf gratis)
va' al sito: www.raixevenete.com/libri-veneti.asp
sselboi
Modificà da - caixine el 11/10/2008 20:42:42 |
| caixine |
Subject: Re:
Gò catà bone ste pajinete:Da:
va' al sito: www.antrocom.it/index.php?name=MDForum&file=viewtopic&p=3375#3375 L’esplosione demografica nel neolitico di Armando Boccone
Questo lavoro affronta il fenomeno dell’esplosione demografica che si ebbe a partire da 10.000 anni fa, facendo soprattutto delle ipotesi sulle cause che la determinarono e sull’obiettivo che si volle raggiungere. Alcune informazioni preliminari (e approssimative) Il periodo in cui le popolazioni umane vivevano di caccia e raccolta di vegetali selvatici viene denominato Paleolitico, cioè l’età della pietra grezza, in riferimento al materiale (oltre che al suo stato di lavorazione) di cui erano fatti la maggior parte degli utensili creati e utilizzati dall’uomo. Questo periodo termina circa 12-10.000 anni fa. Il Paleolitico ricade nell’era geologica del Pleistocene (che termina pure essa circa 12-10.000 anni fa). Dopo il Paleolitico si ha il Neolitico, cioè l’età della pietra levigata, in riferimento alla levigatura a cui erano soggette le pietre che servivano a fare asce e lame per tagliare gli alberi e per fare altro. Il Neolitico ricade nell’era geologica dell’Olocene (che è l’era, iniziata circa 12.000 anni fa, in cui viviamo) ed è il periodo in cui le popolazioni umane iniziano a domesticare le piante e gli animali e, quindi, a praticare l’agricoltura e l’allevamento. Alle volte viene utilizzato il Mesolitico come periodo di cesura (e della durata di alcuni millenni) fra il Paleolitico e il Neolitico. La situazione alla fine del Pleistocene Alla fine del Pleistocene (era geologica terminata circa 15-10.000 anni fa) le popolazioni di Homo sapiens sapiens aveva ormai occupato tutta la terra, quindi anche le Americhe e l’Oceania, non raggiunti in precedenza dalle popolazioni di Homo erectus. E’ bene esporre preliminarmente la situazione ambientale e climatica alla fine del pleistocene prima di affrontare il tema dell’esplosione demografica che si ebbe nel Neolitico, cioè nell’era geologica dell’Olocene (che è l’attuale periodo geologico iniziato circa 12 mila anni fa). “Gran parte delle zone temperate d’Europa, Asia e America era soggetta a un clima molto aspro, caratterizzato dalla presenza di tundre e steppe, mentre le regioni più calde – subtropicali, tropicali ed equatoriali – avevano una temperatura da 5 a 8° C inferiore all’odierna, ma una minore piovosità, per cui presentavano, rispetto a oggi, meno foreste e più savane. Nei limiti delle possibilità offertegli dall’ambiente, l’uomo viveva essenzialmente di caccia e di pesca, ma quasi certamente doveva integrare la sua alimentazione con i prodotti della raccolta, anche se i dati concreti di cui disponiamo al riguardo sono scarsi. Così come la fauna e la flora, anche l’uomo era ovunque sottoposto alle leggi dell’equilibrio biologico: diventato un predatore già a partire dal paleolitico inferiore, esso non aveva nulla da temere da parte degli altri predatori, grazie alla padronanza del fuoco e all’invenzione delle armi da lancio, e non contava più, quindi, molti nemici naturali. I gruppi umani rimanevano comunque troppo poco numerosi per spezzare l’equilibrio biologico degli ambienti fisici in cui vivevano (biotopi). Per quanto riguarda l’organizzazione sociale, poiché la caccia ai grandi animali, che l’uomo praticava di preferenza, richiede la collaborazione di un numero di cacciatori di gran lunga superiori al ristretto nucleo familiare, è probabile che l’unità sociale di base fosse composta da più famiglie, di cui non siamo in grado di stabilire il numero” (1) “ I cambiamenti climatici, profondi e relativamente rapidi, della fine del Pleistocene e dell’inizio dell’Olocene, provocarono un po’ ovunque importanti modificazioni tanto nella geomorfologia quanto nella flora e nella fauna, ed ebbero enormi ripercussioni sul modo di vita degli umani. Lo scioglimento relativamente rapido della calotta glaciale boreale e degli enormi ghiacciai che ricoprivano l’alta montagna diede luogo a un notevole innalzamento del livello dei mari, ma non solo: vaste distese di terre basse furono sommerse e in alcune zone i movimenti di assestamento della crosta terrestre innalzarono notevolmente gli antichi litorali. L’intero volto del pianeta ne fu profondamente modificato. In Eurasia e nel Nord America, le zone periglaciali dell’ultima glaciazione godevano di un clima temperato, mentre le steppe e le tundre che in queste regioni avevano lasciato il posto alle foreste, occupavano adesso le regioni più settentrionali, non più ricoperte dalla calotta artica. Nelle zone meridionali, la temperatura media si era innalzata da 5 a 8° C e la maggiore piovosità aveva favorito l’estendersi della foresta a scapito della savana. Anche la fauna aveva subito cambiamenti; alcune specie che nel corso delle epoche precedenti avevano avuto un ruolo preponderante nella sussistenza dell’uomo, come il mammut, il rinoceronte lanoso, l’orso delle caverne, in via di estinzione già verso la fine del pleistocene, scomparvero del tutto, mentre altre specie, adatte come le renne ad un ambiente periglaciale, migrarono più a nord, dove ritrovarono le tundre. L’estendersi delle foreste in vaste aree delle zone temperate, subtropicali, tropicali, ed equatoriali aveva provocato notevoli cambiamenti nella fauna di queste regioni. Soltanto nelle zone in cui diverse circostanzi naturali – natura del terreno, altezza, piogge meno abbondanti – avevano favorito la steppa, la prateria o la savana, la fauna non differiva affatto da quella del pleistocene finale. Si aggiunga che la desertificazione di immense regioni dell’Africa e dell’Asia sarebbe iniziata soltanto molti secoli più tardi. Colpite da questi profondi cambiamenti verificatisi nel loro ambiente, la maggior parte delle comunità umane si trovarono a dover affrontare una situazione critica. Alcune di esse, restii nell’adattarsi alle nuove circostanze, avevano seguito la loro selvaggina abituale – i branchi di renne – nella migrazione verso nord, e si stabilirono nelle regioni dell’Europa del nord, dell’Asia e dell’America lasciate libere dalla calotta glaciale, dove proseguirono ancora per molto tempo nel loro tradizionale modo di vita di predatori, basato sulla pesca e sulla caccia di renne, agli alci e ad altre specie della fauna artica...............Gli Altri gruppi umani, in particolare quelle che abitavano le regioni ora ricoperte dalle foreste nelle zone temperate conobbero un periodo di crisi (che si riflette nelle culture del Paleolitico finale di cui abbiamo accennato) ma pervennero in seguito ad adattarsi piuttosto rapidamente al loro nuovo ambiente. Assistiamo innanzitutto ad un grande cambiamento nelle fonti di sussistenza di tali comunità: la caccia svolge ancora un ruolo importante nell’approvvigionamento, ma non ne costituisce più la parte essenziale. In seguito alla scomparsa o alla migrazione dei grandi branchi di selvaggina delle steppe e delle tundre, gli uomini avevano iniziato a cacciare nelle foreste dove le prede erano costituite da animali che vivevano in gruppi meno numerosi, o addirittura da esemplari isolati (cervi, caprioli, uri, cinghiali). Soltanto nelle regioni che abbiamo sopra ricordato, dove dominavano le savane e le praterie, essi potevano continuare la caccia alle specie che vivevano in grandi mandrie, come i bisonti e le gazzelle. Nelle foreste era anche più difficile bloccare le prede, fu quindi naturale che i cacciatori adottassero sempre più frequentemente, quando non esclusivamente, l’arco e la freccia, la cui invenzione risale al paleolitico superiore. Tale ipotesi è confermata dalla presenza, nelle industrie litiche di queste comunità, di una grande quantità di microliti usate come armature di frecce. Queste stesse condizioni di caccia spiegano perché, in diverse regioni, piuttosto distante le une dalle altre, l’uomo arrivò progressivamente ad addomesticare il lupo e l’antenato del cane divenne per il cacciatore un ausilio prezioso, in grado di stanare le prede nella foresta e nella boscaglia.........La caccia nelle foreste era senz’altro più difficile e meno fruttuosa rispetto alla caccia alle renne praticata durante l’epoca precedente e fu per questo motivo che divenne sempre più frequente la caccia alla piccola selvaggina, come gli uccelli acquatici. La minore resa della caccia ebbe conseguenze anche sul piano sociale; le comunità furono composte da un numero minore di famiglie rispetto al passato poiché la caccia nelle foreste richiedeva la partecipazione di un numero più limitato di cacciatori e le prede uccise non erano sufficienti ad assicurare la sussistenza di un gruppo numeroso. ............Alcune comunità giunsero persino a stabilirsi lungo le rive di fiumi e laghi, altre lungo le zone costiere dove vivevano essenzialmente di pesca, della raccolta di conchiglie e della caccia alle foche. I cambiamenti subiti dall’ambiente, infine, fornirono nuove fonti di sussistenza alle quali l’uomo non tardò a ricorrere, saccheggiando i nidi degli uccelli, raccogliendo lumache e altri molluschi e variando la sua dieta con l’apporto di frutta, di un gran numero di piante commestibili e di radici estratte dal terreno.” (2) L’adozione della coltivazione delle piante e dell’allevamento del bestiame L’esplosione demografica che si è ebbe nel neolitico fu una conseguenza dall’adozione della coltivazione delle piante e dell’allevamento al posto della caccia e della raccolta di vegetali spontanei. A parità di territorio la coltivazione e l’allevamento furono in grado di sostenere una popolazione umana notevolmente superiore a quella che sarebbe stata possibile sostenere con la caccia e la raccolta. Ma per quale motivo vennero adottati l’agricoltura e l’allevamento? Quale obiettivo si volle raggiungere? Saranno presentate adesso alcune ipotesi fatte al riguardo, per presentare alla fine una ipotesi alternativa. Ipotesi sul passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali selvatici alla coltivazione delle piante e all’allevamento Dopo avere esposto per sommi capi la situazione ambientale e umana alla fine del pleistocene, si cercherà di esporre le ipotesi finora fatte sul passaggio dal Paleolitico al Neolitico, quindi del passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei alla coltivazione delle piante e all’allevamento. L’adozione dell’agricoltura e dell’allevamento come conseguenza degli sconvolgimenti climatico-ambientali Alcune spiegazioni danno molta importanza ai cambiamenti climatici ed ecologici dovuti alla fine del Pleistocene, che corrisponde alla fine della glaciazione di Würm (che inizia circa 100 mila anni fa e termina circa 15-10 mila anni fa). Viene detto per es. che i grandi erbivori, in conseguenza dei cambiamenti climatici ed ecologici, si spostarono verso nord. Questo motivo viene visto come molto importante, se non fondamentale, per il passaggio dalla caccia e dalla raccolta di vegetali spontanei alla coltivazione delle piante e all’allevamento. Ma le popolazioni umane allora erano nomadi e/o seminomadi per cui avrebbero potuto seguire i grandi erbivori nel loro spostamento verso nord, senza cambiare stile di vita. Alcune popolazioni, del resto, fecero questa scelta, seguendo la loro abituale selvaggina nello spostamento verso il nord, nelle zone che vennero occupate dalle tundre dopo lo scioglimento dei ghiacci in buona parte dell’emisfero boreale. Inoltre le variazioni climatiche ed ecologiche avvennero in tempi abbastanza lunghi (almeno in riferimento alla vita umana). Senza volere sminuire il contesto naturale in cui le popolazioni umane vivevano, si ritiene valida un’altra spiegazione, che sarà esposta alla fine della trattazione. Nella spiegazione che verrà data gli sconvolgimenti climatici-ambientali avvenuti alla fine del pleistocene sono da vedersi come concausa (ma con una motivazione ben particolare). L’agricoltura e l’allevamento come risposta all’incremento demografico Un’altra spiegazione “tradizionale” sul passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei alla coltivazione delle piante e all’allevamento degli animali, che si aggiunge alla precedente che si basa, come abbiamo visto, sui cambiamenti climatici ed ecologici, è che l’agricoltura e l’allevamento furono adottati per problemi demografici. “...conviene chiedersi perché si è sviluppata l’agricoltura e anche perché si è sviluppata proprio in certi luoghi e in un determinato momento della storia. E’ ragionevole pensare che in alcune zone si sia venuta a determinare una densità più elevata di abitanti, che rese difficile sostenere la popolazione locale con la vecchia economia di caccia e raccolta. Si deve essere creato insomma un problema di sovrappopolazione. Probabilmente ciò è andato di pari passo con un cambiamento delle condizioni ambientali che ha interessato in quel periodo l’intero globo terrestre. Il clima è diventato decisamente più freddo, la flora e la fauna sono mutate. In America, per esempio, intorno a 11.000 anni fa si sono estinti i mammuth, per la scomparsa delle loro fonti di cibo vegetale oppure perché sterminati dai cacciatori. Nelle pianure dell’America settentrionali sono stati sostituiti dai bisonti, che è diventato il nuovo cibo, ma non dappertutto l’avvicendamento è stato rapido e indolore; in altri luoghi le popolazioni umane devono essersi trovate in grandi difficoltà. Questi due fattori possono spiegare perché l’agricoltura ha avuto inizio più o meno in una stessa epoca in punti diversi del mondo, probabilmente nelle zone le cui condizioni favorirono una densità di popolazione più elevata, perché disponevano di un ambiente più ricco, e soprattutto di piante e animali facili da coltivare e allevare.” (3) Le due forme di procacciamento di quanto necessario alla sopravvivenza, si dice, non bastavano più a sostenere le popolazioni umane, stante l’incremento demografico. Ma intorno ai 15-10 mila anni fa è stato ipotizzato che la popolazione umana nel mondo ammontasse a circa 5 milioni di individui per cui, considerando che allora le popolazioni umane insistevano su tutto il pianeta (anche quindi sul continente americano e sull’Oceania, territori non raggiunti dalle popolazioni di Homo erectus), è pur sempre molto rada. Per quantificare il problema si pensi che in Italia avrebbero insistito 10 mila individui su 300 mila Km2 (il valore viene fuori dalla seguente proporzione: 5 milioni [abitanti della terra circa 10-15.000 anni fa] : 150 milioni [km2 delle terre emerse] = X [abitanti in Italia]: 300 mila [km2 dell’Italia]. E’ anche vero che solamente parte delle terre emerse è abitabile. Anche considerando che solamente due terzi delle terre emerse siano abitabili ciò significa che è come se in Italia avessero insistito non 10 mila ma 15 mila persone. Questo calcolo però è solamente teorico ed è stato fatto senza tenere conto delle differenze fra le varie parti del mondo e non si basa su dati archeologici. “Ma come si fa a valutare la densità della popolazione in base a dati archeologici? In linea di massima si conta il numero di insediamenti, di siti archeologici individuati, e si valuta il numero di individui che vi abitavano in base al numero di capanne e alle loro dimensioni. Aiuta molto l’esame delle situazioni etnografiche simili. Moltiplicando il numero dei siti per il numero delle persone per sito ci si può fare un’idea della densità. Naturalmente vi sono varie sorgenti di errore possibili, fra le quali il fatto che ovviamente non tutti i luoghi abitati che esistevano ci sono noti e che comunque dobbiamo limitarci a basare i nostri calcoli su esempi che sono stati ben studiati, su aree esaminate così minuziosamente da poter pensare che tutto quello che c’era sia stato trovato, mentre nella maggioranza delle aree una ricerca così completa non é possibile o non è mai stata compiuta. I mesoliti (abitanti del periodo mesolitico, che va da 10.000 a 6.000 anni fa, [mia nota]) in Inghilterra andavano a caccia di cervi; le ossa di cervi ritrovate vicino agli accampamenti dove venivano mangiati sono state contate e in base a questo è stato possibile stimare quella che doveva essere la popolazione mesolitica, cioè preagricola, dell’Inghilterra intera (Gran Bretagna [mia nota]). Era tra le 5.000 e le 10.000 persone, un numero ridottissimo se si pensa che oggi gli abitanti sono quasi 10.000 volte di più. Che si tratti di un numero ragionevole lo dimostra però un parallelo storico: è stato possibile contare , benché molto approssimativamente, una popolazione che viveva, ancora nel 1800, di caccia e raccolta. In Tasmania, quando è stata occupata dai coloni bianchi, vivevano in tutto 2.000 o 3.000 indigeni, su un’area che era circa un terzo di quello dell’Inghilterra e presentava condizioni climatiche simili” (4) Anche ricerche comparate fra le attuali popolazioni di scimmie (soprattutto babuini) e le popolazioni umane preagricole portano a risultati simili. É stato ipotizzato che la consistenza dei gruppi umani nelle società preagricole fosse di 50-60 individui, che ogni individuo disponesse di 8-16 chilometri quadrati e che l’areale di pertinenza di tali gruppi fosse fra i 400 e i 960 chilometri quadrati per ogni gruppo.(16) Con popolazioni in cui gli uomini erano specializzati nella caccia e le donne e i bambini nella raccolta, non tutto il territorio di una vasta area geografica è utilizzabile. Bisogna escludere zone desertiche, zone montuose e, in ogni caso, altre zone che, in un modo o nell’altro, non sono utilizzabili. Applicando i dati suddetti all’Italia e ipotizzando che per l’Italia un terzo della superficie non sia utilizzabile verrebbe fuori, come popolazione insistente sulla penisola nell’epoca preagricola, il seguente valore: 200.000 (Km2 di superficie utilizzabile in Italia) : 680 (superficie media [in Km2 ] fra 400 e 960) x 55 (consistenza gruppo [media fra 50 e 60]) = circa 16.000 individui. Come si vede il valore che viene fuori da questo ulteriore calcolo è quasi uguale al risultato del calcolo fatto in precedenza in riferimento alla stessa Italia. “Il problema delle “cause” del passaggio dalla caccia-raccolta alla produzione di cibo non è tale da potersi risolvere univocamente: cause ed effetti, fattori indipendenti e dipendenti si intrecciano e sono malamente misurabili data l’insufficienza “statistica” dei dati e data la loro griglia spazio-temporale ancora troppo larga. In linea generale sembra errata la spiegazione per pressione demografica: sia nella fase di raccolta intensiva e caccia specializzata, sia nella fase di produzione incipiente, la popolazione è ancora talmente rada che le risorse disponibili sono comunque sufficienti. Quanto ai mutamenti climatici (e conseguentemente ecologici) cui abbiamo già accennato, essi costituiscono verosimilmente lo scenario del mutamento tecnologico ed economico, ma non la sua causa”. (17) Come si vede chiaramente non c’era nessun problema demografico e quindi l’adozione della coltivazione delle piante e dell’allevamento degli animali al posto della caccia e della raccolta di vegetali spontanei avvenne per altri motivi. L’adozione dell’agricoltura e dell’allevamento per migliorare le condizioni di vita dell’uomo Un’altra ipotesi che è stata fatta, per spiegare il passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei all’agricoltura e all’allevamento, è che gli uomini, in questo modo, poterono migliorare le loro condizioni di vita. Ma come erano le condizioni di vita delle popolazioni che si procacciavano da vivere con la caccia, la pesca e con la raccolta di frutti, semi e radici di piante selvatiche? “In genere si cita a questo proposito una frase di Hobbes, secondo cui l’esistenza di questi primitivi era `disgustosa, brutale e breve ´ . Dovevano lavorare davvero sodo, alla ricerca quotidiana di che sfamarsi, sempre sull’orlo della morte per inedia, privi di comodità così scontate come letti e divani, ed erano condannati a morire giovani. In realtà l’equazione `agricoltura = meno fatica, più comodità, vita più lunga ´ vale solamente per noi ricchi cittadini del Primo Mondo, a cui i prodotti della terra (coltivati da altri al nostro posto) arrivano in tavola da chissà dove. La grande maggioranza dei contadini e dei pastori di oggi, cioè la grande maggioranza della popolazione mondiale, non se la passa poi così bene. Secondo alcuni studi sull’occupazione del tempo, un contadino lavora in media più ore di un cacciatore, e non viceversa! Le testimonianze archeologiche ci mostrano che i primi agricoltori erano spesso più gracili e malnutriti dei loro colleghi cacciatori - raccoglitori, erano soggetti a malattie più gravi e morivano in media prima.” (5) Con le grandi civiltà dell’antico Medio Oriente ormai la base economica è costituita saldamente dall’agricoltura e dall’allevamento. Di queste grandi civiltà si è avuto fino a non molti anni fa l’idea che esse fossero costituite da bellissimi palazzi con una lussuosa vita di corte, di splendidi templi, di gioielli d’oro e pietre preziose, di stupende opere d’arte, ecc. Questa però è stata una idea molto parziale delle antiche civiltà del Medio Oriente, perché esse consistettero in “un mondo che fu nella stragrande maggioranza di villaggi e di economia agro-pastorale.....un mondo che fu analfabeta al 90% (se non al 99%).....un mondo che fu alle prese con un endemica penuria (di cibo, di risorse, di lavoro, di uomini)....” (6) La situazione era invece completamente diversa quando l’uomo nel paleolitico superiore praticava la caccia, integrata dalla raccolta di frutti, semi e radici di piante selvatiche. “Le testimonianze lasciate dai nostri antenati che abitavano l’Europa 15.000-20.000 anni fa suggeriscono una elevata qualità di vita. Attraverso la caccia e la pesca e la raccolta di piante, frutta, radici, gli uomini si procuravano il necessario per il sostentamento di comunità di piccole dimensioni e vivevano bene: lo testimoniano strumenti perfezionati, oggetti ornamentali e opere d'arte che ci lasciano ammirati ancora oggi." (7) ... e dipinsero, fra l’altro , la grotta di Lascaux in Dordogna, Francia, quella grotta che è stata definita la Cappella Sistina della preistoria. Ugo Plez nel suo saggio “La preistoria che vive” dice che il 99% della vita umana si è svolta nella preistoria per cui i nostri comportamenti e le nostre idee sono stati elaborati in quel periodo. “La Preistoria è la vera storia dell’uomo. Essa abbraccia un arco di tempo che oltrepassa di gran lunga il milione di anni, di fronte a cui i 5.000 anni della storia ufficiale sono una ben misera cosa. ........................... Tutti i nostri istinti, i nostri atteggiamenti, i nostri problemi psicologici, sociali, culturali, le nostre razze, le nostre lingue, i nostri atteggiamenti sessuali, le nostre concezioni artistiche, estetiche, filosofiche e religiose si sono formate in questo periodo.”(8) “Fin dalle elementari, quando noi siamo andati a scuola, ci hanno spiegato che la storia dell’umanità si suddivide in quattro età: età della pietra grezza (Paleolitico [ mia nota]), età della pietra levigata (Neolitico [mia nota]), età del bronzo, età del ferro. Una analoga suddivisione del tempo la si trova presso le leggende classiche e le leggende di tanti altri popoli; si inizia con l’età dell’oro, che è seguita da quella dell’argento, poi del bronzo, poi del ferro. Oro, argento, bronzo, ferro: questa è la sequenza delle innovazioni tecniche e coincide perfettamente con il ricordo che gli uomini creatori delle leggende hanno conservato. Non è certo un caso, questa coincidenza. Perché l’età che noi chiamiamo della pietra nelle antiche leggende corrisponde all’età dell’oro e dell’argento? Noi usiamo un termine tecnico, le leggende ne adoperano uno simbolico. All’età dell’oro gli antichi attribuivano un periodo senza guerra e senza dolore, l’uomo viveva secondo ciò che la natura offriva, in armonia con essa e mai contro di essa, non esistevano ricchi e poveri e l’uomo era una creatura tra le altre, e con esse divideva i frutti e le prede nei boschi. Questo periodo corrisponde a ciò che noi conosciamo del “Paleolitico”, ossia della prima età della pietra (la seconda è il Neolitico [mia nota]), di cui il nuovo Homo sapiens fu il protagonista. Per molto tempo i nostri antenati furono consumatori di cibo, ma non produttori di esso, conducevano una vita nomade in cui non esisteva nemmeno il concetto di proprietà del suolo, non avrebbero infatti potuti sopravvivere se non inseguendo di continuo le mandrie di animali di cui essi si nutrivano; per lo stesso motivo è assolutamente impossibile attribuire loro un’attività bellica al di là della rissa e forse del duello: infatti le prime armi di difesa appaiono più tardi. L’uomo non ne aveva bisogno. Un’età senza dolore. Infatti è dimostrato dalle tribù che oggi vivono nello stesso modo che, a parte una potente selezione alla nascita, le malattie frequenti e fastidiose o quelle gravi erano quasi sconosciute. L’uomo cacciatore si mantiene sano e vigoroso, finché l’età e i pericoli lo schiantano definitivamente.” (9)
E’ la cultura che in Europa, ma non solo, sarà chiamata Magdaleniana (dal sito La Madeleine in Dordogna, Francia) e il periodo in cui si sviluppò (dal 18.000 all’11.000 a.C. circa) è l’età che in molte leggende sarà ricordata come l’età dell’oro. “La civiltà magdaleniana fu tramandata come il periodo dell’età dell’oro. ...................... I magdaleniani potevano sopravvivere con pochissime ore di caccia. Le caverne di questo periodo sono ricchissime di disegni e lasciano intuire che doveva esistere una grande quantità di tempo libero. Inoltre alcuni disegni ritornano con la stessa forma e le stesse dimensioni in tante grotte diverse. Questo presuppone l’esistenza di “modelli” fissi che, probabilmente, alcuni artisti già specializzatisi portavano con se facendo il giro delle regioni. Con questi modelli decoravano le caverne di chi lo richiedeva, in cambio di qualche cosa. L’arte dei Magdaleniani raggiunse alti vertici, erano ormai state scoperte le regole della simmetria, della rappresentazione del movimento mediante il tratteggio, ecc. ecc. Si sono superate in audacia le immaginazioni dei più moderni pittori, come l’uso di sfruttare protuberanze naturali per disegnare in “rilievo”, a “tre dimensioni”, delle cose, degli animali e delle persone. ..................... I Magdaleniani avevano vestiti assai simili ai nostri......Inoltre questi vestiti non erano affatto sbrindellati, ma cuciti benissimo con aghi di osso. “ (10) Forse anche nella Bibbia è possibile intravedere il passaggio fra una età dell’oro e dell’argento, che corrisponde al paleolitico, cioè al periodo in cui l’uomo viveva di caccia, pesca e raccolta di frutti, semi e radici, ad una età del bronzo e del ferro, cioè al neolitico, che corrisponde al periodo in cui l’uomo domestica le piante e gli animali e pratica l’agricoltura e l’allevamento. Dio dopo avere creato il cielo e la terra, la luce, il firmamento, le acque, le piante, i pesci e gli animali, ecc. alla fine del sesto giorno disse : “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi capitolo 1-26). Poi Dio disse: ” Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.” (Genesi 1-29) Ma l’uomo trasgredì l’ordine divino di non mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dio allora lo cacciò dal giardino dell’Eden e disse: ” Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dall’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. (Genesi 3-17) Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre (Genesi 3-18) Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;...(Genesi 3-19) Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto (Genesi 3-23). Riguardo all’ultima ipotesi sull’adozione dell’agricoltura fatta per migliorare le condizioni di vita dell’uomo bisogna dire che, se fosse valida l’interpretazione fatta di questi passi della Bibbia, l’agricoltura fu la condanna che Dio dette all'uomo per aver trasgredito al suo ordine di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. La coltivazione delle piante e l’allevamento del bestiame come strumento per ottenere incremento demografico Stante così le cose bisogna farsi con più vigore la domanda: cosa spinse le popolazioni di Homo sapiens ad abbandonare quella che le leggende classiche e di tante popolazioni primitive ricordano come età dell’oro? quell’età in cui gli uomini praticavano la caccia e la raccolta di piante selvatiche? Per poter dare una risposta è necessario definire preliminarmente l’uomo. Esso viene visto come l’esperimento, il tentativo, all’interno del mondo biologico e in un determinata situazione ambientale, del raggiungimento della vita eterna, cioè del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei suoi bisogni. La caratteristica delle diverse specie biologiche precedenti e contemporanee alla comparsa dell’uomo è quella di non essere padroni del proprio destino, di essere sempre a rischio di estinzione, di non essere coscienti della vita eterna, cioè dell’obiettivo del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei propri bisogni, e quindi non essere in grado di mettere in atto delle azioni per raggiungere questo obiettivo. La dialettica nella natura Perché l’esistenza dell’esperimento umano? In una visione dialettica della realtà biologica l’esperimento umano è appunto la risposta dialettica alla mancanza di vita eterna: l’assenza di vita eterna nel mondo biologico e l’esperimento del suo raggiungimento col genere umano (quindi all’interno dello stesso mondo biologico) sono i due aspetti della realtà che si giustificano a vicenda. All’assenza di vita eterna nel mondo vivente si contrappone dialetticamente la comparsa della coscienza del desiderio della vita eterna; l’esperimento umano è la coscienza del desiderio della vita eterna che si cala nella natura o che si evolve dalla natura, è il tentativo del raggiungimento, nel tempo e nello spazio, dell’obiettivo del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei bisogni umani. Nel concreto avviene che, come sintesi dei caratteri della natura e della coscienza del desiderio di vita eterna, l’uomo cerca di raggiungere le migliori condizioni di vita e per tempi più lunghi possibili. Ricordo che quando ero all’università trovavo difficoltà a comprendere, così come dicevano i testi che studiavo, la stretta correlazione fra metodo e contenuto. Adesso, invece, con difficoltà riesco a capire come si possa trattare separatamente di metodo e contenuto. L’esperimento umano, la storia umana, è il frutto di un rapporto inscindibile, nel tempo e nello spazio, di natura e coscienza del desiderio della vita eterna. Solo con un artificio e per motivi di analisi è possibile scindere i due aspetti della storia umana. La coscienza, in questa visione della natura, viene vista come lo strumento dell’uomo che serve all’uomo stesso per rapportarsi in modo progressivo all’interno della dialettica nella natura. E’ bene chiarire che i concetti sopra esposti saranno da considerare validi solamente se renderanno conto di ciò che è successo e aiuteranno a creare delle prospettive future valide per l’umanità!! Vediamo di saggiare la validità di questi concetti applicandoli ai fenomeni del passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei all’agricoltura e allevamento e dell’esplosione demografica nel neolitico. Se ciò che guida le scelte dell’uomo è il desiderio della vita eterna o, per essere più concreti, l’idea, il desiderio del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei suoi bisogni, allora il passaggio dalla caccia e raccolta di vegetali spontanei alla coltivazione delle piante e all’allevamento degli animali e l’esplosione demografica nel neolitico potrebbero inquadrarsi in quell’obiettivo. Con l’agricoltura e l’allevamento si ha un notevole incremento demografico. I gruppi umani non vivono più nelle caverne e, soprattutto, non sono più composti da un massimo di 40-50 individui. Per gruppi sparuti della consistenza massima di 40-50 individui il rischio di estinzione era all’ordine del giorno e ciò, con l’idea, con il desiderio della vita eterna, è in ovvia e aperta contraddizione. “Una comunità di ridotte dimensioni ha minori probabilità di sopravvivere nel tempo: è più esposta a soccombere a crisi violente, ed è anche meno atta a perpetuarsi in un gioco combinatorio alterato da vincoli fisici e culturali (incompatibilità matrimoniali, endogamia, età matrimoniale, ecc.). Certamente una comunità più vasta è più in grado di riassorbire crisi minori (di esserne cioè decurtata ma non estinta) conservando una adeguata base di ripresa, ed offrendo ai suoi membri una più larga scelta e più frequenti compensazioni.“ (11)
“Il primo effetto dell’agricoltura è stato quindi la possibilità di nutrire molte più persone nella stessa regione e di consentire un aumento della densità della popolazione. Le abitudini, i costumi, che determinano la natalità, sono sempre molto radicati. Prima dell’agricoltura questi costumi permettevano una crescita lentissima della popolazione. L’agricoltura ha reso possibile, e utile, un aumento della natalità. Una volta che essa è salita diventa difficile arrestarla. I cacciatori-raccoglitori di allora presumibilmente si comportavano come quelli di oggi, che hanno in media cinque figli, uno ogni quattro anni circa. Con un intervallo di quattro anni fra le nascite possono sempre viaggiare portando con sé, in braccio o sulle spalle, l’ultimo nato, mentre i precedenti sono già in grado di camminare, se non a un passo veloce, almeno a un’andatura ragionevole. Distanziando le gravidanze è possibile proseguire l’allattamento finché il bambino ha tre anni di età, e questo a sua volta diminuisce la possibilità di una nuova gravidanza. Con una media di cinque figli per donna, in pratica la popolazione si mantiene all’incirca costante, perché di questi cinque figli più della metà muore prima di arrivare all’età adulta, in genere nei primi anni di vita. Ogni coppia di marito e moglie tende così ad avere solo due figli che raggiungono l’età adulta e si riproducono a loro volta; la popolazione rimane stazionaria, cioè non aumenta, o tutt’al più aumenta molto lentamente. Il contadino non ha più motivo di limitare il numero dei figli come il cacciatore-raccoglitore. E’ diventato sedentario, non ha il problema di spostarsi con figli troppo piccoli né quello di averne troppi e di non riuscire a nutrirli tutti, anzi ha bisogno di averne molti per potere coltivare la terra.” (12) L’uomo “A parità di condizioni, cerca di massimizzare la quantità di calorie o di sostanze nutritive rivolgendosi ad alimenti che danno il massimo risultato con la massima certezza, nel minimo tempo e con il minimo sforzo. Cerca anche di assicurarsi contro i rischi della morte per fame: una quantità modesta ma sicura e costante di cibo è preferibile a quantità in media maggiori ma assai fluttuanti. L’orticello del nostro proto-contadino di 11.000 ani fa poteva servire proprio a questo: era una assicurazione contro i tempi di magra, una dispensa utile nel caso la caccia fosse stata scarsa.” (13) Col neolitico e con la coltivazione delle piante e dell’allevamento degli animali, i gruppi umani abitano in capanne circolari seminterrate e raggiungono la consistenza di 250-500 individui per villaggio. Con la dilatazione spaziale del gruppo umano si ha anche la sua dilatazione temporale, nel senso che sono superati i rischi di estinzione del gruppo umano stesso. La scelta dell’agricoltura e dell’allevamento avvenne quindi non per rispondere ad un preesistente incremento demografico ma per creare un incremento demografico, condizione essenziale per evitare il rischio di estinzione di piccoli comunità umane. Con l’agricoltura e l’allevamento le popolazioni umane si sono messi alle spalle il rischio di estinzione. Il rischio di estinzione per piccole comunità di cacciatori-raccoglitori era all’ordine del giorno. Intorno a 15.000-10.000 anni fa “L’insediamento è ancora in caverne, per piccole comunità di 40-50 individui al massimo, caratterizzati da mobilità al seguito degli animali che forniscono il principale contributo alla dieta. La sopravvivenza è ancora un problema di portata quotidiana: non si hanno tecniche né per la produzione di cibo né per la sua conservazione” (14) Nei millenni successivi le cose cambiano notevolmente. Nel Medio Oriente antico, in quella zona che successivamente sarà chiamata Mezzaluna fertile. “...il periodo 7500-6000 può ormai dirsi pienamente neolitico: comunità di villaggio (di 250-500 persone) sedentarie, con abitati in case di fango o mattoni crudi, di pianta quadrangolare, e con un’economia basata sulla coltivazione di graminacee e leguminose e sull’allevamento di caprovini e suini (alla fine del periodo anche bovini).” (15) Ulteriori considerazioni Si aggiungono altre quattro considerazioni (da considerarsi concause) per definire con più compiutezza il contesto che portò prima poche comunità umane e poi molte altre, ad abbandonare la caccia e la raccolta di frutti, semi e radici di piante selvatiche, e a “scegliere”, seppure in modo graduale e in modo non esclusivo, l’agricoltura e l’allevamento.
1a considerazione Con le variazioni climatico - ambientali avvenute alla fine del pleistocene i grandi erbivori si spostarono verso nord. La caccia sarebbe dovuta avvenire nelle foreste e avrebbe riguardato animali isolati. Questo tipo di caccia richiedeva pochissimi individui e quindi non sarebbe stato più necessario che l’uomo vivesse in gruppi familiari di 40-50 individui ma in gruppi più ristretti, per cui il rischio che i gruppi umani potessero andare incontro all’estinzione sarebbero aumentati se non si fosse scelto l’agricoltura e l’allevamento. 2a considerazione Il tipo di caccia che si svolgeva nelle foreste (che aveva preso il posto delle precedenti tundre e steppe) riguardava animali di stazza inferiore a quelli cacciati in precedenza nelle tundre e nelle steppe e quindi aveva una resa capace solamente di sostenere gruppi umani ancora più piccoli. 3a considerazione Con le variazioni climatico – ambientali avvenute alla fine del Pleistocene aumentò notevolmente l’areale di diffusione di quei cereali selvatici, come il grano e l’orzo, che costituiranno, una volta domesticate, insieme alle leguminose e ad altre poche piante, la base dell’alimentazione delle popolazioni neolitiche. 4a considerazione Questa concausa è molto generica ed è rappresentata dalla considerazione che gli sconvolgimenti climatico-ambientali avvenuti alla fine del pleistocene, avevano dimostrato che la vita basata sulla caccia e sulla raccolta significava per l’uomo che la propria esistenza, come specie, fosse appesa ad un filo sottilissimo. Era urgente quindi dare più stabilità alla specie con la creazione di un rapporto più stabile con la natura e questo obiettivo si raggiunse con la domesticazione di piante ed animali e quindi con l’´invenzione´ dell’agricoltura e dall’allevamento. (1)AA.VV. La Storia, 1 Dalla preistoria all’antico Egitto, Mondatori 2006, pagg. 99-100; (2)idem pagg. 101-104; (3)Luca e Francesco Cavalli Sforza, Chi siamo – La storia della diversità umana, Oscar Saggi Mondatori, 1995, pagg. 207 e 209; (4)idem pagg. 206 e 207; (5)Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, 1998 e 2000 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, pag. 77; (6)Mario Liverani Antico oriente – Storia società economia, 1988-2006, Editori Laterza, pag. 16; (7)Luca e Francesco Cavalli Sforza, Chi siamo – La storia della diversità umana, Oscar Saggi Mondatori, 1995, pag. 189; (8)Ugo Plez, La preistoria che vive, 1992 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, pag. 5; (9)idem pagg. 270 e 271; (10)idem pagg. 274 e 275; (11)Mario Liverani Antico oriente – Storia società economia, 1988-2006, Editori Laterza, pag. 40; (12)Luca e Francesco Cavalli Sforza, Chi siamo – La storia della diversità umana, Oscar Saggi Mondatori, 1995, pagg. 199 e 200; (13)Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, 1998 e 2000 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, pag. 80; (14)Mario Liverani Antico oriente – Storia società economia, 1988-2006, Editori Laterza, pag. 64; (15)Idem pag. 66 e 69; (16)S.L. Washburn e Irven DeVore, Il comportamento sociale dei babuini e dell’uomo preistorico, in Sherwood L. Washburn, Vita sociale dell’uomo preistorico, 1971, Rizzoli Editore, Milano; i dati sono presi dalla tabella di pag. 169; (17)Mario Liverani Antico oriente – Storia società economia, 1988-2006, Editori Laterza, pagg. 69-70; NOTE mie: L'età dell'oro paleolitica e la condanna biblica dell'agricoltura neolitica ... bello, ... resta il mistero della mela, dell'albero della conoscenza che forse è individuabile nella scoperta che anche il maschio umano contribuisce alla generazione dei figli ... mentre prima c'era solo la donna ... la Grande Madre Paleolitica. sselboi |
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Subject: Re:
El nomaro dei omani inte ła Venetia:I nostri Havos (avi) pristoreghi Secondo sta riçerca: L’esplosione demografica nel neolitico di Armando Boccone Intorno ai 15-10 mila anni fa è stato ipotizzato che la popolazione umana nel mondo ammontasse a circa 5 milioni di individui per cui, considerando che allora le popolazioni umane insistevano su tutto il pianeta (anche quindi sul continente americano e sull’Oceania, territori non raggiunti dalle popolazioni di Homo erectus), è pur sempre molto rada. Per quantificare il problema si pensi che in Italia avrebbero insistito 10 mila individui su 300 mila Kmq (il valore viene fuori dalla seguente proporzione: 5 milioni [abitanti della terra circa 10-15.000 anni fa] : 150 milioni [kmq delle terre emerse] = X [abitanti in Italia]: 300 mila [kmq dell’Italia]. E’ anche vero che solamente parte delle terre emerse è abitabile. Anche considerando che solamente due terzi delle terre emerse siano abitabili ciò significa che è come se in Italia avessero insistito non 10 mila ma 15 mila persone. Questo calcolo però è solamente teorico ed è stato fatto senza tenere conto delle differenze fra le varie parti del mondo e non si basa su dati archeologici. “Ma come si fa a valutare la densità della popolazione in base a dati archeologici? In linea di massima si conta il numero di insediamenti, di siti archeologici individuati, e si valuta il numero di individui che vi abitavano in base al numero di capanne e alle loro dimensioni. Aiuta molto l’esame delle situazioni etnografiche simili. Moltiplicando il numero dei siti per il numero delle persone per sito ci si può fare un’idea della densità. Naturalmente vi sono varie sorgenti di errore possibili, fra le quali il fatto che ovviamente non tutti i luoghi abitati che esistevano ci sono noti e che comunque dobbiamo limitarci a basare i nostri calcoli su esempi che sono stati ben studiati, su aree esaminate così minuziosamente da poter pensare che tutto quello che c’era sia stato trovato, mentre nella maggioranza delle aree una ricerca così completa non é possibile o non è mai stata compiuta. I mesoliti (abitanti del periodo mesolitico, che va da 10.000 a 6.000 anni fa, [mia nota]) in Inghilterra andavano a caccia di cervi; le ossa di cervi ritrovate vicino agli accampamenti dove venivano mangiati sono state contate e in base a questo è stato possibile stimare quella che doveva essere la popolazione mesolitica, cioè preagricola, dell’Inghilterra intera (Gran Bretagna [mia nota]). Era tra le 5.000 e le 10.000 persone, un numero ridottissimo se si pensa che oggi gli abitanti sono quasi 10.000 volte di più. Che si tratti di un numero ragionevole lo dimostra però un parallelo storico: è stato possibile contare , benché molto approssimativamente, una popolazione che viveva, ancora nel 1800, di caccia e raccolta. In Tasmania, quando è stata occupata dai coloni bianchi, vivevano in tutto 2.000 o 3.000 indigeni, su un’area che era circa un terzo di quello dell’Inghilterra e presentava condizioni climatiche simili” (4) Sto ki xe on grafego de Emanuel Anati, ebreo (apresà studioxo lonbardo deła pristoria e fondator del Centro Camuno di Studi Preistorici):
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Emmanuel_Anati
va' al sito: www.artepreistorica.it/autori/biografia.asp?id=551
va' al sito: www.istituticulturali.it/moduli/istcult/istituto.jsp?s=2&idIstituto=139
va' al sito: www.simbolisullaroccia.it

Sto grafego, xe suparxò xe in linea co i dati de sta çerca (ricerca). Secondo sto grafego, intel mexoletego (tra el Pałeołetego Suparior e el Neołetego, va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Mesolitico) i omani so ła tera i dovea esar suparxò 8.000.000.
In area venetiana, da 10.000 a 6.000 ani pasà ghe dovea esar suparxò da 1.500/2.000 (intel 10.000 a.C.) a 3/4.000 (intel 6.000 a.C.) omani, nomadi, divixi in clan de 20/30 omani. Daspò intel neołetego (co xe rivà ła pastorisia, l'agrecoltura e xe sorxesti i primi insediamenti sedentari, i primi viłaji) e inte i ani dal rame a coei del fero i omani inte ła penixla tałega i xe pasà a suparxò: In epoca augustea (epoca florida per l’Impero Romano) gli abitanti della penisola italica potevano essere ca. 12 milioni (Il terzo censimento di Augusto (14 d.C.) dava 4.937.000 capita civium romanorum, pari a circa quindici milioni di abitanti se si comprendono le donne, gli schiavi, i bambini. Era un periodo molto florido. Ed era anche un periodo di massima densità della popolazione rispetto ai periodi precedenti e ad alcuni dei susseguenti). Inte l’ara (area) veneta (de ła Venetia et Istria, X Regio) ai ani de Augusto podea esarghe o saerghe 2/2,5/mioni de abitanti. Sti dati ne vien confermà anca da Strabon ( va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Strabone) e da Pseudo Scymno (geografo greco forse vissuto nel III/II secolo a.C., autore, come Scilace, di un portolano/periegesi sulla navigazione antica). Do, tri secułi in vanti i veneti podea metare in pie n’exerçito de 120.000 soldà (a scoltar n’aotor/scritor de kei ani, Strabone) prasiò ghe doea esarghe/saerghe almanco 6/800.000 omani/abitanti, s-ciavi conprexi; parte de sti soldà i podea esar merçenari de l'ara balcana, jermana, balta e çelta. Inte l'ara venetiana, a dita de Pseudo Scymno ghe jera, inte ła parte interna del golfo veneto, almanco 50 viłaj (çità) dei Eneti, co almanco 1.500.000 omani, ke lu ciàma barbari. Da: I Veneti dai bei cavalli: capitolo a cura di Luigi Malnati
 va' al sito: www.storia.unibo.it/italia/italia.htm La popolazione in area italica: ... Per la verità sulle cifre assolute degli abitanti dell'Italia nei primi secoli dell'impero la valutazioni sono molto discordanti, andando da un minimo di 6 o 7 milioni ad un massimo di 14 milioni. Il dato di partenza è offerto da un discusso passaggio delle Res Gestae divi Augusti, va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Res_Gestae_Divi_Augusti il celeberrimo resoconto delle imprese di Augusto redatto dallo stesso imperatore poco prima della sua morte e a noi noto principalmente da un'iscrizione proveniente dal tempio di Roma e Augusto ad Ancyra, la moderna Ankara. L'iscrizione di Ancyra riportava sia il testo latino sia la traduzione in greco; trascriviamo qui il passaggio concernente il censimento degli abitanti dell'Italia nella sola versione latina, anche se in alcuni passaggi si è potuto stabilire il testo unicamente grazie alla versione greca: Testo 14 - Res Gestae divi Augusti, 8: le cifre dei censimenti di età augustea Lustrum post annum alterum et quadrangensimum fec[i]. Quo lustro civium Romanorum censa sunt capita quadragiens centum milia et sexaginta tria millia. Tum i[teru]m consulari cum imperio lustrum [s]olus feci C(aio) Censorin[o et C(aio)] Asinio co(n)s(ulibus), quo lustro censa sunt civium Romanoru[m capita] quadragiens centum millia et ducenta triginta tria m[illia. Et] t[er]tium consulari cum imperio lustrum conlega Tib(erio) Cae[sare filio meo feci] Sex(to) Pompeio et Sex Appuleio co(n)s(ulibus); quo lustro ce[nsa sunt civium Ro]manorum capitum quadragiens centum mill[ia et nongenta tr]iginta et septem millia. [Testo tratto dall'edizione a cura di H. Malcovati, Imperatoris Caesaris Augusti Operum fragmenta, Torino 19472] Celebrai il lustrum dopo 42 anni (28 a.C.). In occasione di quel lustrum vennero censiti 4.063.000 cittadini romani. E per una seconda volta celebrai, da solo e dotato di poteri consolari, il lustrum, sotto il consolato di Caio Censorino e di Caio Asinio (8 a.C.), in occasione del quale vennero censiti 4.233.000 cittadini romani. E per una una terza volta, dotato di poteri consolari e avendo come collega mio figlio Tiberio Cesare, celebrai il lustrum, sotto il consolato di Sesto Pompeo e di Sesto Appuleio (14 d.C.); in occasione di quel lustrum vennero censiti 4.937.000 cittadini romani.
L'imperatore ricorda dunque di aver compiuto il censimento dei cittadini romani in tre occasioni (il riferimento è propriamente al lustrum, il sacrificio di purificazione che chiudeva le operazioni di censimento; poiché il censimento avveniva di regola ogni cinque anni, il termine "lustro" in italiano ha assunto il significato, appunto, di quinquennio), dopo una lunga interruzione: l'ultimo censimento dell'età repubblicana risaliva infatti agli anni 70-69 a.C. Il dibattito si è concentrato sul significato da dare all'espressione civium capita: in età repubblicana certamente designava solamente i maschi adulti in possesso della cittadinanza romana, ma Julius Beloch, lo studioso tedesco che ha segnato una tappa fondamentale nello studio della demografia antica, riteneva che l'espressione avesse mutato di senso in età imperiale: in effetti, a parere del Beloch, non si poteva giustificare altrimenti l'enorme aumento nel numero dei cittadini romani rispetto al censimento del 70-69 a.C. Riguardo a quest'ultimo censimento abbiamo due testimonianze: la prima ci viene dall'Epitome dell'Ab urbe condita di Tito Livio, un riassunto assai stringato della grande opera liviana, compilato forse nel IV d.C.: nell'Epitome del libro 98, 3 si ricorda che vennero censiti 900.000 cittadini romani; leggermente discordante il dato riferito da Flegonte di Tralles, autore di età adrianea, che scrive di 910.000 cittadini (l'opera di Flegonte ci è conservata solo in citazioni di autori posteriori, dunque in frammenti; il passo che ci interessa è nel frammento 12, 6, che si consulterà nella monumentale opera di F. Jacoby, Die Fragmente der griechischer Historiker, II B, Leiden 1962, p. 1165). Sia che si accolga il dato dell'epitome liviana, sia che si accordi preferenza a quello di Flegonte, in ogni caso il totale dei cittadini censito nel 70-69 a.C. è di circa quattro volte inferiore rispetto a quello del 28 a.C. Il Beloch ritenne dunque che l'espressione civium capita nelle Res Gestae designasse tutti i cittadini romani, compresi dunque le donne e i bambini. La posizione del Beloch, ripresa recentemente da un altro autorevole esperto di problemi demografici dell'Italia antica, il Brunt, portava a concludere che il totale complessivo della popolazione dell'Italia romana in età augustea non doveva superare i 6 o 7 milioni: alle cifre dei censimenti sarebbero infatti da aggiungere gli schiavi, certamente molto numerosi, ma da sottrarre i cives romani residenti nelle province, che il Brunt valuta tra 1.200.000 e 1.800.000 in età augustea. Contro le interpretazioni di Beloch e Brunt, altri studiosi, come Tenney Frank e Arnold Jones, hanno rilevato che il forte aumento delle cifre dei censimenti tra il 70-69 a.C. e l'età augustea poteva essere giustificato in larga misura dall'estendersi della cittadinanza romana negli ultimi decenni dell'età repubblicana (ricordiamo infatti che nel 49 a.C. Cesare aveva concesso i pieni diritti agli abitanti della popolosa Transpadana), dall'altro alla decentralizzazione e al significativo miglioramento delle operazioni di censimento in età augustea, che avrebbe ridotto ad una proporzione trascurabile il numero dei non censiti, molto alto in occasione degli ultimi rilevamenti di età repubblicana, quando ancora per essere registrati occorreva recarsi a Roma. Queste argomentazioni sono state recentemente riprese da Elio Lo Cascio, che da parte sua ha rilevato l'implausibilità di uno stravolgimento delle operazioni di censimento da parte di Augusto, un rivoluzionario che amava presentarsi come un tradizionalista. Per Lo Cascio dunque la cifra dei civium capita dei censimenti di Augusto non può che riferirsi, come in età repubblicana, ai soli maschi adulti: valutando che questi rappresentassero circa il 30% della popolazione totale e tenuto conto dei cives romani che abitavano nelle province, Lo Cascio ha concluso che in età augustea la popolazione libera dell'Italia doveva presumbilmente avvicinarsi ai 12 milioni di abitanti, il che ci porterebbe ad una densità vicina ai 50 abitanti per kmq., tenendo conto che la superficie dell'Italia romana era minore rispetto a quella della nostra nazione e doveva aggirarsi intorno ai 240.000 kmq. Il confronto tra queste cifre e quelle relative agli ultimi dati sulla popolazione dell'Italia diffusi dall'ISTAT, relativi al 1997 (al 31 dicembre di quell'anno il nostro paese aveva circa 57.500.000 abitanti, distribuiti su una superficie di 301.401 kmq., per una densità di circa 190 abitanti per kmq.) sarebbe ingannevole: le cifre assolute e la struttura della popolazione dell'Italia di oggi sono il risultato di una rivoluzione demografica relativamente recente, dovuta al forte aumento dell'età media di vita e al drastico calo della mortalità infantile. I dati dell'Italia romana andrebbero piuttosto confrontati con quelli di altre regioni del mondo antico, riguardo alle quali, purtroppo lo stato delle nostre conoscenze è ancora più frammentario è incerto. L'impressione è che l'Italia fosse un paese densamente abitato, sia nel confronto con le altre regioni del Mediterraneo, sia in rapporto ai paesi dell'Europa centrale e settentrionale. Sti primi 1.500/4.000 omani del mexołetego (tra omani done e putei, veci e xovani) xe i nostri primi Havos (avi in venetico). Ke da nomadi xe devegnesti sedentari, pastori e agricoltori, oltrechè caçadori, pescadori, rancuradori, artijani, comerçanti e soldà. Par senplificasion e convension, ciàmo veneti tuti i abitanti, de sta nostra tera, fin da ła Pristoria, anca sel nome Veneti, xe rivà daspò (tardo bronxo o primo fero ?) e forse par caraterixar dei migranti vegnesti da Nord o Nord-Est o da Est o da Sud-Est. Par darghe on nome ai nostri Havos pristoreghi del Mexołetego łi ciamo convensionalmente Euganei, anca se luri, magari e de seguro i se ciamava e i jera conosesti in volta par l'Oropa co nantro nome. Secondo questi numeri (per quanto molto approssimativi), nei primi secoli avanti Cristo, quando l'area veneta iniziò a integrarsi nell'orbita di Roma, nella Venetia vivevano oltre 1.000.000 di persone (forse 1.500.000); con una base etnica indigena Paleolitica che chiamiamo per comodità veneto-euganea e successive stratificazioni/integrazioni di varia provenienza etnico-geografica (sopraggiunte e/o integratasi nei millenni precedenti, fin dal neolitico): retica, celtica, veneta propriamente e tradizionalmente detta, illiro-istriana, slavo-balcaniche, balto-germaniche, uralico-caucasiche, ecc. con una prevalenza dominante o politicamente e culturalmente influente dell'etnia o ceto veneto, almeno nella parte centrale e piana, con integrate minoranze greche, etrusche, italidi e mediorentali (...) nelle città lungo le coste della laguna, l'Adige e il Po. Nei pochi secoli che costituiscono l'epoca romana si sono aggiunte alcune decine di miliaia di migranti che chiamiamo per comodità latinidi, le quali non hanno di molto alterato la composizione etnico-culturale dell'area veneta se non in alcuni insediamenti come forse nell'Aquileja d'epoca romana. Anche le possibili miliaia di veterani dell'esercito romano, di provenienza varia (balcanica, gallica, ecc.) insediatisi nelle zone disabitate e incolte (di alcune centuriazioni romane), non dovrebbero aver granchè alterato la fisionomia etno-culturale dell'area veneta in epoca romana. Sui veterani dell'esercito romano, ai quali veniva dato un'appezzamento di terra, come buona uscita e pensione dopo decenni di servizio militare, è da ricordare che come tutti gli uomini della terra, essi tendevano a tornare nella patria ove erano nati, per poter ritrovare la famiglia e la loro gente, passare la vecchia e morire in pace. Solo quelli, scacciati dalla loro terra natia o quelli che si erano ammogliati altrove, potevano accettare di insediarsi in luoghi diversi dalla loro patria originaria. Da:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=5731 Ai tempi di Augusto, nell'area urbana aquilense, probabilmente vivevano almeno 500.000 persone, tra cittadini residenti, stranieri e schiavi. Varie fonti antiche ci dicono che per popolazione, dopo Roma, Aquileia era la II città dell'impero. Dati gli attuali ritrovamenti archeologici, si può ritenere che gran parte della popolazione vivesse in edifici di legno che i secoli hanno disfatto. sselboi Modificà da - caixine el 10/01/2009 19:48:34
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Subject: Re:
I dati di Strabone e di Pseudo Scymmo, relativi al numero degli abitanti in area venetiana nei secoli precedenti il periodo detto romano: (1.000.000 di persone, forse 1.500.000, e le 50 città venete, nonchè i precedenti 34 oppida euganei (affini ai liguri e citati da Plinio (III, 134) riportando Catone) sono costituiti dal fondo autoctono euganeo (continuità dal Paleolitico e dal Neolitico con sovrastratificazioni/integrazioni/migrazioni/ibridazioni denominate come venetiche, celtiche, germaniche, retiche, illiriche e relative culture (vasi, urne, sepolture, incenerazioni, tipologia di insediamenti, ecc,); ci vengono indirettamente confermati dai dati archeologici sul numero degli insediamenti, in area venetiana, nell'età del bronzo finale o recente e del ferro: Da: I Veneti Antichi di Aldo Luigi Prosdocimi e Giulia Fogolari



Da: I Veneti dai bei cavalli
Siti de l'età del ferro:


 Siti dell'età del bronzo finale:
Il successivo apporto, in età romana, di coloni italici (meridione italico), di latini (Italia centrale, Lazio) e di romani (Roma città e dintorni), relativi alle deduzioni di colonie e di assegnazioni di terre ai veterani (centuriazioni) è stato quasi irrilevante, da un punto di vista numerico e quindi di apporto etnico:


Si consideri che le centuriazioni (conosciute) sono state circa poco più di una ventina; che la media degli insediamenti di coloni era nell'ordine del centinaio e che buona parte degli assegnatari (coloni e veterani) erano autoctoni (a parte qualche caso come Aquileia).
va' al sito: www.centuriazione.it/la_centuriazione.html
Repertorio delle centuriazioni:
 Le Centuriazioni sono un fenomeno le cui caratteristiche tecniche e le specificità socio-culturali si radicano nella suddivisione delle terre in epoca preromana, quantunque si faccia risaltare solo l'epoca romana e si attribuisca ai romani questa usanza o istituto agro-urbano; in epoca romana proseguì e si evolse quanto esisteva in precedenza e si è andato formando a partire dal Neolitico con l'affermarsi dell'agricoltura, dell'allevamento e relative proprietà del suolo. va' al sito: geomatica.como.polimi.it/corsi/catasto/storia2a.pdf
va' al sito: www.old.provincia.modena.it/gitas/contributi/2004/spallanzani/pagine/g_3d.htm

va' al sito: legioneromana.altervista.org/ita/news.php?subaction=showfull&id=1142083778&archive=&start_from=&ucat=11&
Tutte le città venete più importanti e antiche sono costruite su un impianto urbanistico veneto, preromano e non romano come vuole l'assurda vulgata ideologica tradizionale, secondo la quale tutto viene da Roma.
Par aprofondir:
 La topografia delle città venete si sta rivelando frutto di scelte urbanistiche molto antiche, precedenti l'età romana. All'origine della urbanistica veneta non è l'impianto a scacchiera delle città colonie di Roma, bensì la scienza gromatica e idraulica dei Paleoveneti. Oltre che a Padova, criteri urbanistici paleoveneti sono individuabili a Vicenza e Treviso, mentre un'altra opera idraulica anitichissima è il fossato di Cittadella, scavato a difesa di un abitato dell'età del bronzo.
va' al sito: www.procittadella.it/photo.htm Le origini di Cittadella risalgono all'età del bronzo. Lo dimostrano anche i recenti scavi nell'area in cui ora si trova il centro di Cittadella, esisteva un villaggio esteso per circa 18 ettari, dell'età del Bronzo Recente. Probabilmente il sito era già allora difeso da un argine - una sorta di prototipo delle mura - costituito da sedimenti argillo-sabbiosi e ciottoli, presi dallo scavo del fossato che correva attorno al villaggio.
va' al sito: www.bibliotecacastellodigodego.it/antiquarium/bronzo.php

L'ideologia italica filoromana e la relativa corruzione mentale (specialmente degli intellettuali) arriva a tali assurdità e aberrazioni:
va' al sito: www.antrocom.it/index.php?module=Calzone&view=event&eid=923&date=08/29/2006
Entra per un giorno in un antico villaggio romano e prova l’emozione di rivivere il mercato antico fra gruppi di legionari, danzatrici, riti sacri e i giochi del circus, fra centinaia di personaggi in costume. Gli antichi Romani hanno gettato le basi culturali della maggior parte degli Stati Europei sia con l’originale contributo della loro civiltà latina, sia riproponendo con forza modelli culturali greci e in minor misura di altri popoli facenti parte dell’Impero. Villadose, ormai per l'undicesimo anno consecutivo, propone una manifestazione rievocativa dell’antichità romana che ha portato singoli studiosi, gruppi archeologici, scuole, ecc. a studiare e riprodurre oggetti, ambienti, vestiti, modi di vita, cerimonie, cibi, musiche degli antichi romani. va' al sito: www.adoces.it/files/salviato.doc
Studio delle migrazioni e fenotipi rari (in area veneta): EPOCA ROMANA A partire dal secondo secolo A.C. viene registrata la colonizzazione romana del territorio veneto con le centuriazioni, ovvero la suddivisione agraria del territorio e l’assegnazione di ogni centuria a circa un centinaio di coloni. I coloni erano popolazioni provenienti da tutta l’area del Mediterraneo. Anche se risulta difficile risalire al numero effettivo di coloni, stime approssimative permettono di ritenere l’apporto di tali genti considerevole (presumibilmente dell’ordine delle centinaia di migliaia). Le centurie erano sparse per tutta la pianura. sselboi
Modificà da - caixine el 08/11/2008 21:13:51 |
| caixine |
Subject: Re:
La groma usata dagli agrimensori in età romana (odierni geometri) non è invenzione romana o di epoca romana, essa è strumento antico di derivazione mediorientale, da millenni in uso nella Mesopotamia e nell'antico Egitto: va' al sito: legioneromana.altervista.org/ita/news.php?subaction=showfull&id=1142083778&archive=&start_from=&ucat=11&

va' al sito: www.fisicamente.net/index-1550.htm
STRUMENTI DELL'ASTRONOMIA Ogni osservazione non ingenua del mondo che ci circonda deve prescindere dalle momentanee sensazioni e dare risultati il più possibile oggettivi. Ciò è possibile solo se si hanno a disposizione degli strumenti che ripetano nel tempo le loro caratteristiche di giustezza. Gli strumenti di cui si disponeva nell'antichità preclassica, come ausilio alle osservazioni astronomiche, erano: lo gnomone, il polos (solo mesopotamico), la clessidra, l'alidada ed il compasso. Lo gnomone era una semplice asta verticale che veniva piantata in terra che, dalla sua ombra, forniva la posizione del sole (una sorta di orologio solare).
 Principio di funzionamento dello gnomone
 Gnomone egiziano
Il polos è qualcosa di molto più raffinato. Questo strumento consiste in una mezza sfera scavata nel suolo o in un blocco di pietra; un globo, portato da un'asta o sospeso ad una catena, è fisso al centro della sfera.
 L'ombra del globo sulle pareti della cavità è l'immagine del Sole sulla volta celeste. Quest'ombra gira uniformemente, e si può graduare l'apparecchio una volta per tutte: la graduazione è valida qualunque sia la stagione, contrariamente allo gnomone. La clessidra, orologio ad acqua (da non confondersi con il sabbiere, orologio a sabbia, conosciuto oggi come clessidra ma introdotto posteriormente in Grecia), serviva per la misura di tempi brevi (per altri tempi vi era la posizione del sole nel giorno o il numero dei giorni).
 Principio di funzionamento di una clessidra ad acqua.
 Clessidra ad acqua egizia del XV - XIV secolo a.C. trovata a Karnak. Museo del Cairo. Si tratta del vaso inferiore che, ha vari segni che indicano il livello dell'acqua. Lo strumento era basato sulla caduta d'acqua da un recipiente ad uno sottostante: la quantità d'acqua caduta è proporzionale al tempo, se questo è sufficientemente breve. La clessidra, fatto di notevole importanza, poteva segnare il tempo anche la notte e perfino l'ora se si tarava con il tramontare e sorgere del Sole o di certe stelle.
L'alidada è un righello di legno (con un altro, disposto a croce, per l'impugnatura) che serve a puntare la direzione in cui si trova un qualunque
 oggetto ed in particolare una stella in cielo. Legando insieme, in modo articolato, due alidade ad un estremo si dispone di un compasso. Con tale strumento, a cui si può connettere un cerchio graduato, è possibile risalire all'angolo tra due direzioni (ad esempio tra quella del piano del punto d'osservazione e quella a cui si trova una stella), in tal caso si ha un compasso.
 Un compasso. Una delle sue aste si punta verso la stella mentre l'altra si mantiene su di un piano orizzontale. Si individua così, nell'arco graduato, l'angolo sotto il quale si individua la data stella.
Altri strumenti di cui disposero gli antichi astronomi furono: fili a piombo (per la verticale del luogo), livelle ad acqua (per determinare il piano orizzontale del punto d'osservazione), specchi di metallo, viti, leve, argani e pulegge (queste ultimi essendo strumenti per un'astronomia ricca che si serviva di grandi apparati che dovevano essere manovrati). Da ultimo, poiché i fatti del cielo, come vedremo, erano ritenuti di grande importanza per il Paese e per il re, furono costruite molte torri d'osservazione a lato dei templi. Una di esse, a Babilonia, era alta 91 metri. Matematica Mesopotamica:
va' al sito: www.fisicamente.net/index-1540.htm sselboi Modificà da - caixine el 08/11/2008 20:16:23
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Subject: Re:
El całiero de (la caldaia di) GundestrupDella famiglia delle secie, situle, seste di Este, Hallstatt, Bologna, Vace ecc. . va' al sito: da.wikipedia.org/wiki/Gundestrupkarret
va' al sito: en.wikipedia.org/wiki/Gundestrup_cauldron
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Calderone_di_Gundestrup
va' al sito: www.dearqueologia.com/gundestrup.htm

va' al sito: users.telenet.be/thekettlefarm/thekettle.htm


Immagini ad alta definizione:
va' al sito: dspace.anu.edu.au/manakin/browse-title?top=1885%2F25565 






va' al sito: www.lyon-passionnement.com/sorties/toutatis/index.htm

va' al sito: www.dearqueologia.com/gundestrup.htm
va' al sito: www.larcenciel-forum.com/spip.php?article742
va' al sito: www.swentelomania.be/ancient/legere.html
va' al sito: www.arteceltica.it/arteceltica.php?menu=4&submenu=3
Divinità celtiche:
va' al sito: www.pohanstvi.net/inde.php?menu=nalezy Simboli e raffigurazioni della divinità
va' al sito: www.sunreligion.net/Divine%20Hero.htm Riprodusion ojetistica:
va' al sito: www.arteceltica.it/arteceltica.php?menu=1&PHPSESSID=086a6711a061954a233ce81ef62728c9 I całieri inte ła storia:
va' al sito: filebox.vt.edu/users/jselmer/cauldrons.htm

I "decori" floreali o vegetali (e la loro simbologia), presenti nel caldierone di Gundestrup:
 assomigliano a quelli presenti in alcuni coperchi delle secie/situle di Este e nei dischi bronzei di Montebelluna e dintorni:
 va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?TOPIC_ID=5369
I cavalieri del caliero de Gunderstrup, hanno in testa un animaletto (un uccello)
 e richiamano
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Radigost Radigost (Redigast, Radogost, Radagast, Радегаст, Радигост) è il protettore delle città, dei commercianti, dei viaggiatori, degli stranieri e dell'ospitalità nella mitologia slava. Il suo nome deriva dallo slavo antico raditi (rallegrare, allietare) e gost (ospite). (???) Radigost era venerato soprattutto dalle tribù polabe che abitavano nei territori compresi tra i fiumi Elba e Oder, nell'attuale Germania orientale. Il suo culto in queste zone lascia traccia nella toponomastica locale, come nel caso della cittadina tedesca di Alt Rehse, anticamente chiamata Redigast, Radigast o Rethra da slavi e tedeschi. Questo era anche il principale centro politico dei polabi, che nel periodo finale del paganesimo onoravano Radigost come dio supremo protettore delle loro tribù. Ma il culto del dio era diffuso anche presso altre popolazioni slave, come possiamo notare dal nome del monte Radhošť in Moravia, sul quale si trova una statua raffigurante questa divinità

va' al sito: www.centrostudilaruna.it/forum/viewtopic.php?t=334
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=2956
2) Da verificare: Mi è stato riferito che i signori di Verona, i Cangrande della Scala, o almeno uno di loro (forse quello detto il Mastino), avevano o aveva, adottato un "elmo con sopra un cane", proprio come raffigurato negli elmi dei soldati del całiero di Gundestrup; tradizione mantenutasi per secoli in area germanica. 

Totem, animali totemici: va' al sito: animalitotem.wordpress.com
va' al sito: www.bluedragon.it/medioevo/berserker.htm
va' al sito: www.mariocossu.it/origini-e-significati/p-l-massajoli.html
va' al sito: www.thexplan.net/xzone/phenomena/licantropia/leggende_pop.htm
va' al sito: www.avalonceltic.com/totem1.htm
Sciamani e trovadori:
va' al sito: www.continuitas.com/benozzo_sciamani.pdf Sciamanesimo indoeuropeo:
va' al sito: www.continuitas.com/sciamanismo.pdf va' al sito: www.continuitas.com/galloni_ombre.pdf

Non è l'edera e non è il tulipano:

 perchè il tulipano è giunto in Europa in questi ultimi secoli e nel I millennio a. C. non esisteva nell'allora aree venetica e danese;
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Tulipano
Tulipa è il nome di un genere delle Liliaceae originario della Turchia: comprende specie bulbose alte 10-50 cm, tra cui alcune spontanee in Italia, note col nome comune di Tulipano. Il "Tulipano" è stato importato in Europa per la prima volta da Francesco Giuseppe d'Asburgo, a Vienna. l'edera non assomiglia granchè al motivo dei dischi bronzei venetici e del calderone argenteo di Gundestrup; infatti non ha gambo e le sue foglie mancano del corpo allungato presente nel motivo vegetale dei dischi. Non è il convolvolo:
va' al sito: www.vallibergamasche.info/erbe/convolvolo.html
 Convolvolus sepium in dialetto bergamaco Campanèi,
alta da uno a cinque metri, perenne, ha fusto volubile, rampicante, destroso, glabro e angoloso. Le sue foglie sono grandi, a forma di cuore, con orecchiette angolose, unite a fusto da lunghi piccioli. I suoi fiori sono ascellari, solitari, hanno corolla grande, imbutiforme, bianca, con cinque segmenti saldato per tutta la lunghezza: attraggono una farfalla detta "Sfinge del convolvolo", autrice dell'impollinazione. Il convolvolo e' presente ovunque: nelle siepi, ai margini dei campi, in luoghi umidi fino a 1300 metri. In Germania con il convolvolo si prepara un infuso ritenuto valido per la cura della leucorrea. Della pianta vengono utilizzate la radice, le foglie fresche o essicate all'ombra. Per preparare un infuso purgativo si pongono 10 grammi di foglie fresche in una tazza di acqua bollente. Anche per la salute del fegato viene consigliato l'infuso di convolvolo: si lasciano cinque grammi di foglie in un litro di acqua bollente per cinque minuti. Se ne bevono quindi tre tazze al giorno, di cui una a digiuno. e nemmeno la campanula:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Campanula
o il fiore di croco:  Fiori di croco:
va' al sito: www.giardinaggio.it/Linguaggiodeifiori/singolifiori/croco.asp
Ma sono mille papaveri rossi (De Andrè),

e forse qualche carciòfo. 
L'orto o bròlo di Reitia e Ortia: è possibibile che una delle piante che Reitia sta inaffiando sia lo stramonio, più che il carciofo. 
va' al sito: www.montellanet.com/erbario.asp?id=56 va' al sito: www-1.unipv.it/webchir/neuro/didattica/conoscere/storia/storianch5.htm
sselboi Modificà da - caixine el 13/12/2008 08:40:33 |
| caixine |
Subject: Re:
Sintexi:
 sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
 va' al sito: utenti.lycos.it/giovenzani/museo/mascherone.htm

La statua di Glauberg, più che rappresentare un principe-guerriero, potrebbe raffigurare uno sciamano celtico in stato di trance o di meditazione-estatica; con gli occhi del corpo, chiusi, e con il terzo occhio (quello interiore della mente-spirito)aperto e simboleggiato dal motivo posto sul ventre e finora scambiato per uno scudo di legno. Così acquisterebbero maggior senso le due raffigurazioni (dell'occhio-scudo ?) sui lati stretti del sarcofago di Trevixo (conservato nel museo di Santa Caterina), realizzato da uno scultore (su commissione dei figli) per contenere la loro madre da morta. va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Glauberg
va' al sito: de.wikipedia.org/wiki/Glauberg
va' al sito: www.summagallicana.it/lessico/v/vischio.htm
sselboi
Modificà da - caixine el 04/01/2009 13:41:55 |
| caixine |
Subject: Re:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=6474 Sto ki xe on toco de storia scrito benin! Questo è un pezzo di storia scritto bene! va' al sito: www.montegrappa.org/storia_del_massiccio/genti_pedemontane.php
ORIGINE DELLE GENTI PEDEMONTANE Nella regione pedemontana dal Piave al Brenta, fino all'avvento di Roma, favorita dal clima collinare mite, fiorì la civiltà delle popolazioni preromane. Erano celti e retii, secondo gli storici. La pianura sottostante, allora ricca di selve e paludi, inospitale, era quasi del tutto spopolata, tranne che lungo le sponde dei grandi fiumi navigabili, come i nostri Brenta e Piave, e in qualche luogo ai margini delle paludi e delle lagune. Costoro venivano indicati come "veneti", "coloro che abitano le lagune e le paludi". Esisteva già allora l'antichissima città di Asolo, citata nelle fonti romane col nome probabilmente retico di Acelo, che è stato tradotto di recente, "centro abitato, fortificato, posto sul colle". Non esisteva Bassano, allora coperta da selve, e fioriva invece, nei pressi di tali selve, l'antica Angarano, allora importante come scalo portuale e nodo tra la strada che scendeva dalla Valsugana e il Brenta navigabile. Questi popoli, veneti, celti, retii, sempre han conservato la loro identità culturale ed anche una certa indipendenza, verso i Galli ad occidente difendendola con le armi, nei confronti dei Romani a mezzogiorno stringendo con essi dei patti di interesse reciproco. Roma forniva la collaudata macchina bellica e un vasto impero lasciando ai commerci le popolazioni locali, l'efficiente struttura commerciale, sia per mare che per terra. Una notevole autonomia le nostre genti la conservarono anche dopo che, nel 49 avanti Cristo, con la famosa legge Roscia l'intero territorio veneto-euganeo venne a far parte integrante della cittadinanza romana e le principali città murate divennero municipi di pieno diritto romano. Tuttavia Acelo e la limitrofa area Misquile fino al Brenta, rimasero piuttosto in disparte, anche se proprio in quest'area vennero a stabilirsi e a chiudere la loro esistenza condottieri romani che ne avevano apprezzato la singolare bellezza, come il Caio Vettonio di cui si conserva il monumento funebre nell'odierna Sant'Eulalia presso Borso del Grappa. E' in questo periodo del primo impero romano che la prosperità locale raggiunse l' apice. Ne sono indizi, la grande quantità di laterizi che attestano una progredita urbanizzazione, e l'abbondanza di monete, romane, macedoni e persino galliche, che si rinvengono nelle urne cinerarie del periodo. Tali monete, provenienti dalle più svariate nazioni, dimostrano il fiorire di un 'attività commerciale cosmopolita, imperniata su scambi internazionali oltre che locali. Proprio questo angolo tranquillo, operoso culturalmente avanzato di terra veneta, a partire dal 11° secolo dopo Cristo vede il proprio declino (???). Lo invadono a più riprese Marcomanni dai confini dell'impero, rapinando e distruggendo. Costoro, trovando ben scarsa resistenza in popolazioni già decimate da epidemie, poterono scorazzare da padroni in lungo e in largo, e si sarebbero fermati ben volentieri in queste terre, più ospitali di quelle donde erano venuti, se non avessero trovato ostacolo in un nemico allora invincibile: la peste. Nell IV secolo sopraggiungono Franchi e Burgundi, stirpi germaniche anch'essi, e si insediano stabilmente nel Veneto centro settentrionale e nella nostra terra. Il loro dominio è contrastato alla fine della lunga guerra gotico bizantina, a metà del VI secolo, da gruppi sbandati di goti e bizantini che contribuiscono a desolare il territorio. Quel che per caso fu risparmiato da guerre, scorrerie, rapine, venne distrutto dalle pestilenze e dalle carestie. Tristemente famosa quella del 565 dopo Cristo, tanto che si può dar credito al Muratori che afferma che le nostre terre erano diventate un deserto spopolato e inospitale, le selve, le paludi e gli acquitrini eran tornati a ricoprire quelli che già erano stati campi coltivati, per giunta periodicamente sconvolti, aggiunge il Muratori, dalla furia delle acque di piena di fiumi e torrenti non più arginati dalle mani dell'uomo. Nè derivò un'estrema rarefazione delle popolazioni, rarefazione su cui insistono concordi le fonti storiche e che bene spiega perchè altri rudi popoli germanici, Longobardi, Sassoni ed Eruli delle terre selvagge di Pannonia, informati del fatto, si accesero di desiderio per l'italia, vi penetrarono dai passi del Friuli, invasero l'alto Veneto al di sopra della linea da Treviso a Castelfranco, Cittadella e Vicenza, e in appena sei mesi giunsero a Milano, ovunque insediandosi da padroni. Fu una vera e propria migrazione di popolo, e non una estemporanea scorreria, dato che costoro avevano al seguito le donne e i bambini, e, fermatisi qui per sempre, iniziarono il ripopolamento delle terre. Il sangue di queste stirpi germaniche scorre ancora nelle vene delle nostre genti pedemontane, come lo rivelano le caratteristiche etnico-culturali, il temperamento, l'etimologia di tante parole dei dialetti, e dei cognomi, spesso persino i tratti somatici. Anche i toponimi, i nomi dei luoghi, sono una spia dell'origine della gente che in passato anche remoto ha popolato o ripopolato un luogo. Già l'Agnoletti, nel secolo scorso, aveva notato che Vedelago è il germanico Weite-Lache, "ampia fossa ", che esiste anche nella versione Fossalunga, odierna frazione di Vedelago; Castello di Godego è il castello dei Goti, appunto Gotico, Godigo; il torrente Lastego che scende dal Grappa e attraversa Crespano e Paderno, è il germanico Lastig, "irruento, impetuoso"; la località Vitipan in Pederobba è il germanico WichtiBahn,. "strada importante", appunto la strada che in antico collegava lo sbocco della vallata del Piave tra Quero e Segusino, alla Valcava sia. Sono alcuni esempi tra mille. Nei nomi di battesimo, poi, l'origine germanica è spesso trasparente: troviamo dappertutto, a piè dei monti fra Piave e Brenta, gli Ermenegildi e gli Adalberti, le Matildi, re Regelde e le Adalgise, e così via. Tale apporto di genti nuove non bastò peraltro a ripopolare gli enormi vuoti. I Longobardi ripresero quindi la politica demografica iniziata dai Romani e continuata dai Goti, di chiamare in loco intere popolazioni, tribù e famiglie, di stirpe germanica, volta a volta, ancora Sassoni, e poi Bavari, Alamanni, ed altri. Specialmente l'influenza e l'egemonia dei Longobardi fu talmente penetrante, che pur dopo la caduta del loro formale dominio, le loro leggi si conservarono per secoli sia sotto il dominio dei Franchi, sia degli Ottoni. Tanto che, ancora in pieno Xl secolo dopo Cristo, la maggioranza delle popolazioni di città e la quasi totalità di queIle rurali, seguivano la legge longobarda, oppure alamanna, o salica. Lo stesso Ezzelino da Romano, più tardi, si dichiara ossequiente alla legge longobarda. E negli anni dal 1180 al 1318 le cronache attestano che su 36 podestà della vicina Magnifica Comunità di Conegliano, almeno 28 erano di origine germanica: Ubertino, Odorico Nordilio, Willielmo, Tisone, Ugone, Menegoldo, Folcherio, Bardèria, Mariga de La Motha, Raynaldo, Gualperto, Beraldo, Gerardino, Guarnerio, e così via: sono nomi che parlano da sè. Ma già parecchi secoli addietro, nel 700 dopo Cristo, un anonimo monaco nostalgico della romanità, annotava malinconicamente che il nome Italia era ormai desueto e tutta la regione da Milano ad Aquileia si chiamava Longobardia. Vestigia delle nostre ascendenze germaniche oggi sopravvivono anche negli stili tipici delle case, come nelle balaustre bavaresi di molte abitazioni pedemontane, nei portali longobardi della chiesa di Santa Maria Maddalena a Obledo di Cavaso, nelle finestre gotiche di alcuni antichissimi rustici. Queste genti, benchè tutte germaniche, avevano ciascuna una propria identità culturale che gelosamente conservarono lungo i secoli. Tali differenze tuttavia costituiscono varietà locali di una unica grande famiglia etnica di comune matrice germanica, la cui profonda unità, anche culturale, si evidenzia per contrasto con altre regioni d'ltalia e persino con altre zone del Veneto. sselboi
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Subject: Re:
Filmà so i Zinbàr (Cimbri) va' al sito: gomarolo.blogspot.com
sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
Idraulica preistorica e protostoricaDa:
va' al sito: www.archeologia.com/forum/edilizia-tecniche-costruzioni-sacre-civili/4750-idraulica-nellantichita.html Leggendo il catalogo "Terramare la più antica civiltà padana" mi sono trovato di fronte a un contributo di Klaus Goldmann: "considerazioni su tecniche e metodi di bonifica idraulica nell'età del bronzo in Europa centrale" Klaus Goldmannè archeologo del Museo di preistoria e protostoria di Berlino responsabile del programma di recupero dei beni archeologici.
va' al sito: www.parcomontale.it/bookshop.shtml
 Per sommi capi riassumo le sue ipotesi perchè comunque si riferiscono a un periodo storico e a una regione geografica che forse esula dagli studi di molti.
Territorio: tutta la porzione dei bacini fluviali dell'Elba fino al mare del nord e di Oder e Vistola fino al Baltico. I primi abitanti occupano la regione intorno al 5000 a.C. applicando una serie di intensi disboscamenti nel tentativo di accaparrarsi terreno fertile. Dal II millennio ci si riferisce in quest'area alla civiltà di Lausitz (una delle culture dei Campi di Urne in Europa), nota n 1. 
Secondo l'autore la necessità di bonificare ha due cause, non per forza coincidenti: -mutazione di condizioni climatiche, -espansione demografica. Ed è permessa solo dalla presenza di una comunità già raccolta in forme protostatali, con un'identità forte, capace di agire sulla natura con uno sforzo collettivo e ben mirato.
Elenca poi 7 tipologie di bonifica: 1) Disboscamento di altipiani per la messa a cultura In ambito idraulico 2) Imbrigliamento dei corsi d'acqua: il regime di questi fiumi è tale da avere picchi di portate anche 30 volte sopra la loro media. Questo determina ovviamente continuo rischio esondazione e spostamento del corso del fiume stesso con danneggiamento di tutti i terreni prossimi al fiume. Il riscontro di insediamenti su "isola" lungo l'Oder nell'attuale Oderbruch fa ipotizzare che nell'età del Bronzo si incanalasse l'acqua verso le superfici di pascolo (anche molto estese) nelle quali si costruivano anche i villaggi rialzati. 3) Prosciugamneto di zone umide dall'interramento di laghi: questi terreni erano particolarmente poveri di minerali, se non si potevano arricchire con la tecnica suddetta di imbrigliamento dei corsi e il conseguente afflusso di acqua ricca di minerali nel terreno stesso, si poteva riccorrere all'uso sistematico di sabbie per lo sfruttamento agricolo. Strati di queste sabbie emergono in torbiere in età del bronzo, ma alcuni sostengono che siano piuttosto la prova di un periodo arido. 4) Prosciugamento di laghi o parte di essi principalmente per laghi morenici era ottenibile anche solo con approfondimento e pulitura di canali di scolo esistenti (non ho ben capito se si riferisce a canali naturali, altrimenti mi sfugge chi li avrebbe costruiti), prove di questi interventi sarebero nelle oscillazioni di quota dei laghi tra l'età del bronzo (con centri abitati) e epoche documentate fino all'odierna. 5) Irrigazione di zone aride: tipiche della regione racchiusa tra questi tre fiumi, che tagliano fuori intere aree come lo Spreewald che venne reso fertile in età del bronzo tramite derivazione dal sistema fluviale dell'Elster Nera e della Neisse (affluenti di Elba e Oder). Tracce di un fossato per deviazione a sud dell'Elster Nera sono emerse presso la città di Cottbus, questa deviazione alleggerì anche il rischio inondazione. 6) Deviazione e collegamento di corsi d'acqua: alcuni affluenti e alcuni rami secondari di questi fiumi mostrano andamenti contrari alle leggi di formazione dei fiumi, come lo Sprea che taglia alcune dorsali. L'ipotesi è che questi andamenti siano stati forzati in età del Bronzo con dighe e fossati, la datazione è consentita dal fatto che centri fortificati importanti sorgevano sugli spartiacque, nelle biforcazioni o negli sbocchi di questi rami. 7) Dighe sulle coste marine: possibilità solitamente rifiutata a priori. Alla foce di Oder e Vistola esistono i "Bodden-Gewässer " una sorta di polder sommersi dal XII secolo d.C. "Bodden" sarebbe una parola di origine germanica che indica i terreni fertili e non i fondali marini, anche da questo nasce l'ipotesi già nel II millennio a.C. l'uso massiccio di dighe esterne abbia protetto questi terreni, anche se sono in molti a credere che questi cordoni litoranei siano dovuti all'effetto delle maree. Il problema dello studio di questi fenomeni è dovuto soprattutto al deterioramento di queste opere avvenuto a partire degli ultimi secoli a.C. e proseguito con alterne vicende fino al XVIII secolo. Spero di non aver omesso niente e di aver ricalcato bene le argomentazioni dell'autore. Xonte mie:
POLDER






 BODDEN- GEWÄSSER



 Nota n 1: Da:
va' al sito: www.europaveneta.org/areaculturale/venetiantichi/sede_originaria.html Origine centroeuropea L'altra ipotesi piú accreditata - presente nelle fonti classiche (Tacito, Tolomeo, ecc.) e consolidatasi solo nell'Otto-Novecento - sostiene un'origine centroeuropea dei Veneti. In base ai progressi scientifici ottenuti e all'impegno posto negli ultimi settantanni dai ricercatori polacchi nell'archeologia sperimentale, siamo in possesso di documentazione sufficiente per sgombrare il non facile campo da alcuni equivoci, tuttavia il mondo accademico italiano non ha dimostrato sempre pacatezza ed obiettivitá su questo affascinante tema.
 ... In Boemia nel 1800 a.c. circa si affermó la florida Cultura d'Aunjetitz, che si propagherá in tutta la Cechia, la Slovacchia, la Polonia, la Germania, l'Ungheria, l'Austria, la Slovenia, nei Balcani, in Anatolia e nella futura Venetia. Mercanti provenienti dal centroeuropa continueranno ad arrivare nella nostra terra, portando assieme alle mercanzie ricordate la loro cultura materiale e spirituale e preparando l'arrivo dei Veneti, popolo formatosi nell'humus della successiva Civilta Lusaziana - nata nel territorio tra la Polonia, la Cechia e la Germania orientale - nell'etá del Bronzo Medio (1500 a.c.). La cultura di Lausitz, frutto di un processo unificatore di diverse culture locali, si diffuse innanzitutto in Boemia, in Slovacchia, in Ucraina occidentale ed in Moravia. I Veneti costituirono la piú antica nazione d'Europa e vengono considerati come i portatori della Civiltá dei Campi di Urne (G. Devoto, H. Krane, ecc.); la cremazione dei morti é comunque solo l'aspetto piú evidente della loro nuova concezione della vita e dell'aldilá, della nuova religione. Se si paragonano i reperti archeologici di cultura materiale dei Veneti lusaziani (polacchi) e dei Veneti della Venetia et Histria, cosí come la struttura sociale, le credenze religiose e l'economia, i risultati sono sorprendenti dando ragione alla scuola storica polacca, agli studiosi sloveni giá citati, e ad altri ricercatori nel sostenere un'origine comune centroeuropea. Dal 1200 a.c. circa una migrazione di Veneti si sposterá in varie direzioni d'Europa, anticipata nel Veneto di almeno 150-200 anni da avanguardie venete di mercanti, artigiani, ecc.; le ultime indagini di paletnologia, infatti, hanno dimostrato che a partire dalla fine dell'Etá del Bronzo Medio (1400-1350) e per tutto il Bronzo Finale (1200-1000) le necropoli delle Terramare del Veneto erano caratterizzate dalla pratica esclusiva dell'incinerazione, con ossuari in ceramica contenenti i resti cremati dei defunti. (G. Leonardi - Universitá di Padova a. a. 1999-2000). va' al sito: www.parcomontale.it/europa.shtml
sselboi Modificà da - caixine el 12/05/2009 20:55:09 Modificà da - caixine el 25/08/2010 19:15:17 |
| caixine |
Subject: Re:
Terremare in area padana:
va' al sito: www.storiain.net/arret/num7/terrama7.html
va' al sito: www.anzolaprimadellemilia.it/terramare
va' al sito: www.parcomontale.it




 Nei primi decenni dell’ottocento il nome terramare era utilizzato per indicare cave di terriccio organico scavate entro basse collinette, frequenti a quei tempi nel paesaggio della pianura padana. Le collinette non avevano un’origine naturale e il terreno che le costituiva, venduto per concimare i campi, era ricco di resti archeologici. Per lungo tempo questi resti furono attribuiti ad abitati o necropoli di età romana o celtica. Solo dopo il 1860, quando in Italia cominciarono ad intensificarsi le ricerche scientifiche di preistoria, ci si rese conto che la vera origine di queste collinette era attribuibile a villaggi dell’età del bronzo e da allora il termine terramara fu utilizzato dagli archeologi per indicare questi abitati. Grazie ai numerosi scavi le terramare divennero famose in tutta Europa e i loro resti andarono ad arricchire i musei della regione. Gli scavi effettuati negli ultimi vent’anni hanno dimostrato che le terramare erano villaggi fortificati databili fra l’età del bronzo media e recente (ca. 1650 – 1170 a.C.), circondati da un terrapieno e da un fossato. La dimensione di questi abitati variava: da 1-2 ettari nelle fasi più antiche fino a 20 ettari nelle fasi più avanzate. Le case, disposte all’interno del villaggio secondo un modulo ortogonale, erano frequentemente costruite su impalcati aerei come le palafitte, sebbene diversamente da queste non sorgessero in aree lacustri o fluviali. Le case erano affiancate e separate da strade molte strette (tra m. 1,5 e m. 2,5). Strade di dimensioni più grandi dovevano rappresentare le “arterie” principali del villaggio. Erano poi presenti spazi aperti destinati al ricovero di animali, a depositi o ad aree di riunioni.
I villaggi erano molto frequenti e tutta l’area comprendente la pianura emiliana e le zone di bassa pianura delle province di Cremona, Mantova e Verona era densamente abitata il numero complessivo degli abitanti era molto alto per quel tempo, poteva aggirarsi fra 150.000 e 200.000. La società era organizzata secondo un modello partecipativo che coinvolgeva tutta la comunità anche se erano attestate già differenze economiche e sociali. Oltre ai capi, i guerrieri rappresentavano l’èlite emergente e un certo status privilegiato dovevano avere anche le loro donne. Importante era inoltre il ruolo degli artigiani metallurghi che realizzavano spade, pugnali, lance, spilloni, fibule, rasoi, ma anche attrezzi per l’agricoltura come i falcetti. Nelle fasi più tarde le differenze fra i villaggi dovettero acuirsi e cominciarono a formarsi centri più importanti accanto ad altri che avevano probabilmente una funzione di centri minori. Attorno al 1200 a.C. il mondo delle terramare entrò in crisi e dopo qualche decennio le terramare scomparvero. Gli archeologi non hanno ancora una risposta per spiegare questo fenomeno ma è possibile che una serie di cause, antropiche e naturali, abbiano determinato la fine del sistema terramaricolo. Tra queste non si può escludere un peggioramento climatico, anche di scarsa entità, che potrebbe aver procurato una crisi dell’economia agricola, base del sostentamento degli abitanti delle terramare. Il cambiamento di clima, tuttavia, non sembra poter essere l’unica causa di un collasso così drastico. La fine delle terramare rappresenta dunque ancora oggi un problema non risolto. Terremare veronesi
va' al sito: www.museostorianaturaleverona.it/oc4.html
Pianura Veronese I più antichi rinvenimenti preistorici della Pianura Veronese risalgono al Neolitico antico e documentano una acquisizione ormai completa da parte delle genti locali del bagaglio culturale neolitico, costituito dell’agricoltura, l’allevamento, gli stanziamenti di lunga durata e la ceramica. Le più ampie necropoli dell’età del Bronzo, tra cui quelle di Oppeano e di Franzine Nuove di Villabartolomea, caratterizzate dalla copresenza del doppio rito – inumazione e cremazione - sono localizzate proprio nella Bassa Pianura Veronese. Sempre nel corso dell’età del Bronzo questo territorio si distingue per la presenza di insediamenti arginati, da collegarsi al più ampio fenomeno delle Terramare che investe la Pianura Padana orientale. Di grandissima importanza è il ruolo di questo territorio, in particolare della zona compresa fra Adige e Tartaro, come crocevia di scambi, ma anche di movimento di popolazioni. va' al sito: www.storiain.net/arret/num7/terrama7.html
ABILISSIMI NELL’USO DEI CANALI A osservare il sistema abitativo delle terremare si può ricavare una prima e anche immediata impressione, cioè che la disposizione si basa essenzialmente su un accurato uso della topografia della pianura fluviale. Ad ogni buon conto i fiumi non vengono utilizzati solo come vie di collegamento, ma sono sfruttati anche per l’alimentazione dei fossati perimetrali nei quali veniva fatta affluire l’acqua, a protezione del villaggio stesso. Esempi caratteristici si hanno negli insediamenti di Castello di Tartaro (Cerea, provincia di Verona) e di Case Cocconi (Reggio Emilia) dove si hanno veri e propri canali artificiali, disposti concentricamente, che completavano la rete per l’adduzione dell’acqua dai corsi d’acqua ai fossati: era in un certo senso una forma sia pure primordiale di parcellizzazione agraria, che la dice lunga sul livello di cultura del lavoro dei campi raggiunto fin da allora. … PALAFITTE ANCHE SULL’ASCIUTTO Non solo utensili semplici, ma arredi lussuosi devono esserci stati nelle abitazioni di questi villaggi terramaricoli, le cui strutture attrassero fin dall’inizio l’attenzione di studiosi che proposero varie ipotesi ricostruttive e studi che, dopo oltre un secolo di ricerche e di scavi, hanno trovato la loro fondatezza. Il modello proposto dagli studiosi dell’Ottocento indicava l’esistenza di palafitte sospese sull’acqua ma anche sull’asciutto, circondate da un argine o terrapieno e da un fossato. Effettivamente, dagli scavi più recenti e dalle fotografie aeree si è constatata l’esistenza nelle terremare di un fossato e di un terrapieno perimetrali. Ad ogni buon conto non tutti i terrapieni sono contemporanei alla nascita dei villaggi, ma sono di un periodo successivo. Quanto alle palafitte, in diversi casi esistono ma sono impiantate anche sul terreno asciutto. Lo si deduce dal fatto che si rilevano negli scavi le buche dei pali di supporto della piattaforma lignea che sorreggeva le abitazioni e cumuli di cenere caduta dal pavimento delle abitazioni attraverso botole dislocate sulla piattaforma, nella zona in cui doveva trovarsi il focolare, costituito per lo più da una piastra d’argilla indurita nel fuoco. Insieme alle palafitte ci sono anche costruzioni impostate direttamente sul terreno con un pavimento di terra battuta parzialmente cotta. In certi villaggi come quelli di Santa Rosa di Poviglio (Reggio Emilia) e Montale, questo tipo lo si trova nella fase più tarda: ma queste abitazioni potevano coesistere, come si attesta a Muraiola (Verona) dove sono venuti alle luce gli esempi migliori. I villaggi terramaricoli venivano organizzati secondo una pianta tendenzialmente ortogonale. E’ un modello questo adottato dagli insediamenti palafitticoli ampiamente diffuso in tutta l’Europa protostorica. Complessi i depositi archeologici delle terremare come si rileva da un calco di un suolo del villaggio grande di S. Rosa di Poviglio su cui si riconoscono un cumulo di cenere di forma conica dovuto agli scarichi caduti dalla soprastante abitazione e vari resti gettati dalla piattaforma. Ancora più complesse le stratificazioni archeologiche delle terremare di Vicofertile (Parma) e Montale. sselboi
Modificà da - caixine el 22/05/2009 20:57:30 |
| caixine |
Subject: Re:
Zattere dal mondo: va' al sito: www.webalice.it/cherini/zattere/album%20zattere/index.html
sselboi
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| caixine |
Subject: Re:
Ho fatto 4 conti, all’ingrosso, su vecchia carta da pacchi e su quella grossa nodosa e verdastra del macellaio, con un matitone rosso e nero da muratore per farmi un’idea approssimativa sulle possibili presenze umane (medie) in area italica ed europea nei 10 mila anni avanti Cristo.Sono partito dalla tabella di Emmanuel Anati, sull’andamento demografico mondiale, dalla presitoria ai giorni nostri e pubblicata in un volume di Claudio Berretta del Centro Camuno di Studi Preistorici dove sono dati nel mondo circa : 
7 milioni di individui intorno al 10.000 a.C.; 8 milioni intorno all’8.000 a.C. (1 ogni 23 kmq circa) e 75 milioni intorno al 3.000 a.C. (ovviamente su tutta la terra abitabile del pianeta). Così, a grosse spanne risulta mediamente che in area italica nell’8.000 a.C. potevano esserci circa 13.000 individui (da 10 a 20.000); in area veneta-allargata da 1.500 a 2.500 persone, ossia dalla 50 alle 80 famiglie o clan (di circa 30 individui cadauna/o) su 30.000 kmq ; ogni individuo aveva teoricamente e mediamente a sua disposizione da 12 a 20 kmq di territorio, montagne e lagune comprese. Nel Neolitico 5.000 a.C. circa 60/70.000 individui popolavano l’area italica e in Europa (fino agli Urali) potevano esservi circa da 1,2 a 1,5 milioni di persone; 4/5 volte di più rispetto al Mesolitico VIII° millennio. Nel 3.000 a.C. la densità era di circa 9 volte superiore a quella del 10.000 a.C.; nel secondo millennio nell’area terramaricola è stata ipotizzata la presenza di circa 150/200.000 persone su un’area da me calcolata a spanne di circa 10.000 kmq (= 15/20 individui x 1 kmq); dati ricavati dalle pubblicazioni del sito terramaricolo di Montale (Modena). Siamo passati da una densità di 1 individuo ogni 23 kmq nell’ottavo millennio a.C. a 15/20 individui ogni kmq alla fine del II millennio a.C. in epoca e area terramaricola. Un aumento di 350/450 volte. Intorno all’anno cristiano 0, in area italica potevano esserci dai 7 ai 12 milioni di persone (compresi gli schiavi e i non censibili) a seconda delle varie e contrastanti ipotesi e calcoli. Oggi in area italica vi sono all’incirca 60 milioni di persone. Nel mondo circa 6 miliardi. Da:
va' al sito: www.sandrodiremigio.com/scienze/terra_popolazione.htm
Anno Popolazione (nel mondo): 100.000 anni fa ..............30.000 ..70.000 anni fa ..............60.000 ..40.000 anni fa ............800.000 ..10.000 anni fa .........8.000.000 ....5.000 a.C. ............20.000.000 ....3.000 a.C..............40.000.000 ....2.000 a.C............. 60.000.000 ....1.500 a.C. ............80.000.000 ....1.000 a.C. ..........115.000.000 .......500 a.C. ..........125.000.000 Nascita di Cristo .....160.000.000 .......500 d.C. ..........255.000.000 ....1.000 d.C. ..........254.000.000 ....1.500 d.C. ..........459.000.000 ....1.600 d.C. ..........583.000.000 ....1.750 d.C. ..........770.000.000 ....1.850 d.C. .......1.222.000.000 ....1.900 d.C. .......1.522.000.000 ....1.950 d.C. .......2.480.000.000 ....1.975 d.C. .......4.075.000.000 ....1.995 d.C. .......5.849.000.000 ....2.000 d.C. .......6.000.000.000 I valori sulle quantità ipotetiche di popolazione nella preistoria sono stati elaborati con il concorso multidisciplinare di dati: antropologici, archeologici, etologici, etnologici, zoologici, geografo-geologici e climatologici, ecc.
1) Si sono considerate le quantità di popolazione che ancor oggi vivono (o fino a qualche decennio fa vivevano) allo stato nomadico di caccia/pesca/raccolta e della pietra; 2) Si sono considerate le quantità nelle popolazioni delle scimmie (soprattutto babbuini) e di altri animali dediti alla raccolta e alla caccia. 3) Sono stati considerati in parte anche il numero ipotetico degli insediamenti umani e del numero, possibile di abitanti, per ogni insediamento, in talune aree; 4) Altre considerazioni e calcoli che non cito per brevità o che mi sfuggono (di cui non sono a conoscenza). sselboi
Modificà da - caixine el 02/06/2009 20:15:36 |
| caixine |
Subject: Re:
Venedi, Sclaveni, AntiKi jereli i Anti e parkè ghemo dei Venedi su le rive del Baltego? Appunti per una ricerca di risposta: Da:

 Questa carta di etnonimi è fatta sulla base delle indicazioni del goto Giordane, nel VI secolo nel De Rebus Gethicis: … «Dalla sorgente del fiume Visla [Vistola] e su distese incommensurabili si è istallata la gente dei Venedi. Benchè i loro nomi cambino secondo le tribù e le località, tutti insieme si chiamano Sclaveni e Anti; vivono gli Sclaveni in una terra posta fra la città di Novietum [a Sud di Lubiana], il lago Mursjanski [forse il Balaton], il Danastar [Dnestr] e, a settentrione, la Visla. Non possiedono città ma boschi e acquitrini. Gli Anti, i più fieri, vivono là dove si inarca il Ponto [tra Dnepr e Dnestr].» … I Venedi vengono già nominati nel II secolo d.C. ma senza ubicazione sicura [Mallory 1989, 77]. .............................. ANTI da accostar a KHANTI ? Ostiachi (o Khanti, Khande, Kantek, Janti) Gli Ostiachi (o Khanti, Khande, Kantek, Janti) sono un gruppo etnico indigeno che vive nell'Okrug Autonomo Khanty-Mansi, una regione storicamente conosciuta con il nome di "Yugra", in Russia, insieme al popolo dei Mansi. 

va' al sito: www.intesasanpaolo24.com/Csi/Bollettini/GuidaPratica/85.htm
La circoscrizione autonoma dei Khanty e dei Mansi dispone di ricchissime riserve di materie prime di vario tipo e, dopo la circoscrizione autonoma di Yamalo-Nents, è la seconda più importante regione della Russia per la produzione di petrolio e di gas naturale con oltre 500 giacimenti industriali gaspetroliferi. La circoscrizione autonoma dei Khanty e dei Mansi (nomi delle due piccole etnie del nord), nota anche come Yugra, si trova nella parte centrale della pianura della Siberia occidentale. Nella sua parte sud la circoscrizione autonoma dei Khanty e dei Mansi ha un confine comune con la repubblica dei Komi, e con la regione di Sverdlovsk, nella sua parte est confina con la regione di Krasnojarsk, nella zona nord con la circoscrizione autonoma di Yamalo-Nenetsk, mentre nella parte sud-est con la regione di Tomsk. La circoscrizione autonoma dei Khanty e dei Mansi occupa un territorio di 534.800 chilometri quadrati, con una popolazione l di 1,4 milioni di persone. Il capoluogo è la città di Khanty-Mansijsk (anno di costituzione 1931), distante da Mosca 2.759 chilometri. Altri grandi centri abitati sono le città di Surgut, di Nizhnevartovsk, di Neftejugansk, dove si trovano i principali siti per la produzione di idrocarburi (petrolio e gas naturale). Il clima della regione è bruscamente continentale, contrassegnato da un lungo e rigido inverno e da un breve e tiepido autunno. Un territorio è costituito quasi totalmente da una pianura, un’eccessiva abbondanza delle precipitazioni hanno come conseguenza una notevole umidificazione del suolo. Tanto hanno che le zone paludose occupano circa il 50% del territorio. La circoscrizione autonoma dei Khanty e dei Mansi è attraversata da sud verso nord da due tra i maggiori fiumi della pianura Ovest-siberiana. Si tratta dell’ Ob’ e dell’ Irtysh, che sboccano nel mare di Kara. Questi due fiumi scorrono nel territorio della circoscrizione autonoma per oltre mille chilometri e la loro larghezza varia da 13 a 40 chilometri
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Anti_(popolo) Gli Anti erano un antico popolo iranico profondamente slavizzato. Stanziati tra i fiumi Dnestro e Dnepr, nel IV secolo furono travolti dalle orde degli Unni e una parte del popolo migrò verso l'Europa centrale, occupando l'area compresa tra il Danubio e il Tibisco[1]. Di questo stanziamento è possibile che si sia conservata traccia nel toponimo "Anthaib", riportato dalle tradizioni longobarde quale area di migrazione del popolo germanico tra II e IV secolo[2]. Nel 602 gli Anti, insieme a varie tribù avare in rivolta, misero in pericolo l'esistenza del Khanato degli Avari, costringendo l'imperatore bizantino Maurizio a intervenire a nord del Danubio
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Iranici Gli Iranici sono un insieme di popolazioni di origine indoeuropea, generalmente ritenuti discendenti dei portatori della cultura Kurgan di Andronovo. Estensione geografica degli Iranici nel I secolo a.C.. L'impero dei Parti (dove si parlavano i cosiddetti dialetti occidentali) è mostrato in rosso, la Scizia (dialetti orientali) in arancio Le regioni in cui le lingue iraniche moderne sono parlate. L'Osseto è l'ultimo relitto della famiglia delle lingue degli iranici delle steppe, gli Sciti. Si deve osservare che nella protostoria gli Iranici erano soprattutto diffusi nell'Eurasia settentrionale in una fascia che si estendeva dall'Europa centrale alla catena dei monti Sayan-Altai in Siberia. (????)
Agli Iranici delle steppe si associano in genere: Sciti, Cimmeri, Saci, Parti, Alani, Sarmati. In realtà parte di questi popoli più che iranici erano altaici.
Per le genti dette Scite in età storica (dell’area a Est del Mar Nero e a Nord del Caucaso), secondo la Teoria della Continuità etno-linguistica di Mario Alinei e le risultanze archeologiche, l’ipotesi più coerente potrebbe essere che questi fossero una mescolanza “più antica” (preistorica e protostorica, dal III millennio a.C.) di una maggioranza di pastori nomadi altaici (turcici come i cimmeri) o di agricoltori (d'origine autoctona…?) e di una minoranza elitaria di pastori nomadi iranici (dell’altopianio iranico) impostasi come minoranza dominante e aristocratica a partire dall’età del Bronzo (vedasi raffigurazione e simbolismo animale: leoni, stambecchi e cervi; tipici dell’altopiano iranico). L’influenza degli iranici, in epoca protostorica è stata assai vasta in tutta l’area attorno all’altopiano iranico che si sono imposti anche come elites pastorali in molte zone dell’immenso terrirorio costituito dall’Elam, dall’Indo dal Turkmenistan meridionale dove in precedenza erano fiorite le grandi civiltà agricole del neolitico. Da: Origini delle lingue europee, del glottologo Mario Alinei Volume II
 e da me modificata:

Da:

 ???????????????????????? In realtà le cose stanno diversamente: 
I kurgan non indeuropei ma altaici:

I Kurgan: sepolture in fosse con tumulo. 
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Kurgan_(antropologia)
Da Paul-Louis Rousset

 I lineamenti di questa donna, dalle caratteristiche brachicefale, si ritrovano nelle alte vallate alpine.
va' al sito: www.rbvex.it/asiapag/kirghisia.html
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Kirghizistan
Da:


La linea tratteggiata di bianco indica le vie fluviali seguite dai navigatori che facevano la spola dal Baltico al Mar Nero, a partire dal IV/III millennio a.C. e questi erano i discendenti dei Mesolitici Indoeuropei indigeni baltici pescatori (slavo-germanici e uralico-altaici variamente mescolatisi e ibridatisi nel corso dei millenni a partire dal 17.000 a.C.). Leggasi le opere del ricercatore sardo Leonardo Melis sui popoli del mare e i rapporti con l’area balto-scandinava; nonché l’ipotesi di Omero nel Baltico. Eco coel ke scrive Françisco Villar inte ła so opara: GLI INDOEUROPEI E LE ORIGINI DELL’EUROPA 
Sto otor ensegnà łengoestega endoropea inte l’ogneversetà de Salamanca (penixla iberega, comonetà otonoma de Casteja e Leon). Nota mia: Questo autore è invischiato dalla teoria indoeuropea tradizionale e pertanto va preso con le pinzette: ....................................................... Capitolo ottavo Gli slavi e i venedi Slavo è una parola con una storia curiosa. Deriva in ultima analisi da slovĕne, nome con cui questo popolo chiama se stesso. La parola in greco medievale assunse la forma σχλαβηνός, a partire dalla quale si creò un derivato regressivo σχλάβος, già attestato dal VI secolo d.C. … Durante il Medioevo gli slavi furono vittime del commercio schiavista di Bisanzio (cristiana), sicché il nome del popolo SLAVO (SCLAVO) divenne denominazione generica di «schiavo». La schiavizzazione degli slavi nel Medioevo è storicamente documentata. … Gli slavi non sono presenti tra i popoli che si scontrarono con l’impero romano e, pertanto, non abbiamo dettagliate informazioni di epoca antica su di loro. [Nota mia: non sono presenti con il nome di Slavi ma lo sono con altri nomi, quali?] … Naturalmente col nome di slavi non compaiono fino al VI secolo d.C. Una delle prime menzioni, se non addirittura rigorosamente la prima, è di Jordanes, storico dei goti (verso il 550 d.C.). Con altri nomi però potrebbero essere stati citati fin da Erodoto (V secolo a.C.). Quando descrive il paese degli sciti, lo storico greco potrebbe riferirsi a loro coi nomi di budini, sciti agricoltori e neuri, che avrebbero abitato a ovest del corso medio del fiume Βορυσθέης (Boristenes), l’attuale Dnepr. Sempre secondo Erodoto, quando Ciro attaccò gli sciti, alcuni di loro si sarebbero spostati più a nord, sfuggendo alla pressione persiana. Non è necessario esagerare l’importanza che queste citazioni, nonostante la loro modestia, hanno per la localizzazione della patria originaria degli slavi. Sfortunatamente, però, non siamo sicuri che si tratti effettivamente degli slavi. Dobbiamo fare un salto di cinquecento anni, fino ad arrivare a Pomponio Mela, Plinio, Strabone e Tacito, per trovare allusioni ragionevolmente sicure. In questi autori si parla del popolo dei Venedi, parola che ha alcune varianti, la principale delle quali è Venethi. Sia Plinio sia Tacito collocano i venedi sulle sponde della Vistola, che Plinio significativamente chiama Vistla, forma che coincide esattamente con quella che si potrebbe ricostruire, attraverso procedimenti linguistici, come antecedente protoslavo delle denominazioni slave storiche di questo fiume (Wisła). Un secolo più tardi Tolomeo dice dei venedi che sono un popolo di considerevoli dimensioni ubicato nel Golfo vendico, indubbiamente la regione della moderna Danzica. L’argomento della Vistola è forte come dimostrazione del fatto che i venedi sono slavi. Un po' dopo, però, c’è una conferma esplicita in Iordanes quando dice che nei pressi dei Carpazi, a cominciare dalle sorgenti della Vistola, abita la popolosa razza dei veneti che occupa una grande distesa di terra, e aggiunge che si dividono in due gruppi principali, gli slavi e gli anti. La relazione esatta tra le due denominazioni, slavi e venedi, è incerta, anche se ci sono ragioni per pensare che venedi erano originariamente gli slavi più occidentali. Venedo ha a sua volta un'etimologia nota, a partire dalla radice *wen- «amare»: *wenetoi sarebbero «gli amati» o forse «gli amabili, gli amichevoli». ???????????????????? Si tratta inoltre di un etnico presente in vari rami della famiglia indoeuropea: i veneti dell’Adriatico settentrionale (italici) che diedero il nome a Venezia; una tribù illirica nei Balcani, che i greci chiamano 'Eνετοι; una tribù celtica conosciuta da Cesare (i veneti) che ha lasciato traccia del nome nella città francese di Vannes; e infine i venetulanos del Lazio. La variante con -d- (venedi) si deve alla trasmissione attraverso lingue germaniche, dove la forma originaria con -t- subì gli effetti della rotazione consonantica del germanico, per la precisione con la sonorizzazione di Verner. Nonostante queste citazioni nelle fonti antiche, gli studiosi moderni non sono concordi nel delimitare con esattezza la patria originaria degli slavi. Benché ci siano numerose proposte, ciascuna di esse con diverse varianti, le più fondate possono ridursi a due gruppi. Secondo la prima ipotesi, che usualmente viene chiamata ipotesi sud-orientale, si troverebbe nel territorio compreso tra il lato nord dei Carpazi, le terre paludose del Prip’at, il corso medio del Dnepr e il fiume Bug occidentale, territorio che appartiene oggi alla Polonia e alla Bielorussia. Per la seconda, chiamata ipotesi occidentale, la patria degli slavi va situata nelle valli della Vistola e dell’Oder, in territori che oggi appartengono alla Germania e alla Polonia. A queste ipotesi di tradizione più o meno vecchia, bisogna aggiungerne alcune recenti, in particolare quella di J. Udolph, basata principalmente su argomenti di toponomastica. Udolph propone un’area situata tra l’Ucraina occidentale e la Polonia meridionale, area che coincide con la regione tradizionalmente chiamata Galizia. Citerò anche quella del russo Trubačëv, che pensa che la prima culla degli slavi sia nella regione danubiana, ipotesi che può rientrare in un terzo gruppo che ha per comune denominatore l'ubicazione a sud dei Carpazi. Come si può osservare, ad eccezione di quelle sudcarpatiche, tra le altre ipotesi non esistono abissi invalicabili, poiché ruotano tutte attorno a territori dell’attuale Polonia, tenendo conto dei confini sempre fluidi dei popoli dell'antichità (?????????). Comunque sia, considerazioni di natura linguistica suggeriscono contatti dello slavo comune con lingue diverse, cosa che permette una delimitazione della zona in termini di lingue. A ovest deve essere stato in contatto con celti. e germani; a nord con i balti; a sud-est con popoli iranici, forse sciti; e a nord-est con genti non indoeuropee della famiglia ugro-finnica e forse anche altaica. 
Al di là di sporadiche citazioni in storici greci e romani, gli slavi entrano veramente nella storia abbastanza tardi, dopo le grandi migrazioni. Sembra che abbiano cominciato a muoversi già dal I secolo d.C. (solo nella storia, perché nella preistoria già esistevano), prima verso ovest, verso la regione del Danubio, occupando almeno in parte l'attuale Ungheria. L’episodio finale, che si concluse con l'occupazione dei Balcani, sembra sia stato scatenato dal collasso dell’impero unno, verso il 455 (???????????). Fino alle grandi migrazioni gli slavi erano rimasti in un territorio di proporzioni piuttosto modeste, frequentemente attraversato e forse devastato da diverse genti, soprattutto celti e germani e infine unni Nel VI secolo, … gli slavi si trovavano insediati in vastissime regioni, dal Baltico al Mediterraneo, dall’Elba, dalle selve della Boemia e dalle Alpi, fino al Don. A quest’epoca lo storico Procopio ci dice che gli slavi si dividono in tre tribù: anti o slavi dell’est; sklaveni o slavi del sud e veneti o slavi dell’ovest. … Già nel IX secolo si verificò un’invasione di elementi ugrofinnici in Ungheria, provenienti dai versanti sud-orientali degli Urali, che si imposero sugli slavi e diedero al paese magiaro la sua attuale identità. Nella stessa epoca in Bulgaria penetrò un’invasione di temibili cavalieri di filiazione uraloaltaica, probabilmente di tipo turco-mongolo, che erano chiamati bulgari. … L'alfabeto caratteristico degli slavi ortodossi è il cirillico, così chiamato in onore di Cirillo. Tuttavia, quello inventato da Cirillo e Metodio è un altro, più antico, chiamato glagolitico, nome che ebbe origine in Croazia, dove i sacerdoti che celebravano la liturgia in slavo venivano a loro volta chiamati glagoljaši (da glagoljati «dire, predicare»). I più antichi testi slavi sono in glagolitico. … Si configurano così tre gruppi dialettali. 1) Gruppo meridionale. Comprende tutte le varietà di slavo a sud della citata linea, nell’ex Jugoslavia e in Bulgaria. Tra esse si trova il bulgaro, parlato principalmente in Bulgaria, ma che si estende anche verso la Bessarabia e l’Ucraina. Il macedone, nella repubblica di Macedonia. Il serbo-croato, parlato nella maggior parte delle regioni di Serbia, Bosnia, Croazia e Dalmazia, è la varietà che è servita da base per la lingua letteraria, che si scrive in alfabeto cirillico tra gli ortodossi e in alfabeto latino tra i cattolici, Infine c'è lo sloveno, parlato nella repubblica di Slovenia, confinante con l’Austria e l’Italia (saria mejo dir ła Venetia). Lo slavo antico o bulgaro antico, in quanto contiene principi di dialettalizzazione (mah?), è ovviamente membro di questo gruppo. 2) Gruppo orientale. Chiamato anche gruppo russo, ha tre varietà principali. Il grande russo nella repubblica di Russia, che chiamiamo semplicemente russo. La seconda è il piccolo russo o rutenio, chiamato oggi ucraino, che si parla principalmente in Ucraina. La terza è il russo bianco, lingua della Bielorussia. 3) Gruppo occidentale. Comprende il polacco (Polonia), il ceco (Boemia e Moravia), lo slovacco (Slovacchia) e i dialetti lechitici. Questi ultimi sono la varietà più occidentale e pertanto sono più pressati dal tedesco. Sono vari e diversamente conservati. Tra essi, il sorabo (con due varietà: inferiore e superiore), detto anche lusaziano perché parlato in Lusazia; un altro suo nome è vendico (Wendisch in tedesco), erede del venedico delle prime attestazioni. Il polabo, scomparso nel XVIII secolo. E il pomerano (ovviamente in Pomerania), che rappresenta i resti dello slavo parlato una volta sulle sponde del Baltico; di esso sono giunte fino al XX secolo due varietà: lo slovinzo, attualmente estinto, e il casciubo, minacciato di estinzione. Da Le Origini della Cultura Europea del filologo Giovanni Semerano
 pajina 686 I Venadi, Venede I Venadi, Venede (Ptol., III, 5, 7: Ουενέδαι , popolo occidentale sulla costa nordica dell’Europa, da Plinio (N:b., IV, 97) collocati nella zona tra bla Vistola e la Finlandia (Aeningia: semitico ‘ain: fiume, accadico īnu e īgu : terreno tra dighe) accanto agli Hirri (accadico ḫarru, ebraico jēor, canale): degli Hirri vedere Tacito (Germania., 46). L’etnico Venadi o Venedederiva dalla stessa base di Veneti e di Aeningia semitico ‘ain (fiume, accadico ēnu) e la stessa componente -adi: accadico adû, edû, latino unda. Anti è da semitico ‘ain (fiume). Tolomeo accosta i Venedi ai Peucini e ai Fenni; Giordane (Get.,34) li pone sulla Vistola. Il loro nome fu accostato all’antico alto tedesco Winida, anglosassone Winidas, medio basso tedesco Wende, ora Winden, Wenden (cfr. Holthausen, Alteng. etym. Wört: Winedase e W. Schönfeld, Wört: d. Alteng., p. 281). ….continua…..
sselboi
Modificà da - caixine el 08/06/2009 09:47:15 |
| caixine |
Subject: Re:
L’andamento demografico in area italica dall’anno zero al 1.800 d.C.
va' al sito: archeologiamedievale.unisi.it/mediacenter/video/seminario/274
Soto al grafego gò scrito so ła stajonałetà de ła morte, i ani 800 xe da intendare 1800 e i 900 ai 1900. Come ca podì ociàr, intel V° secoło in area tałega ghe jera suparxò 4.000.000 de omani, i migranti Goti e Longobardi i xe stà suparxò 250/300.000, na media dal 5 a l’8% in tuta ła penixla, ma ke inte ła Venetia e ła Lonbardia xe sta de almanco el 15%, se no de pì. Ła Lonbardia e ła Venetia in kei secołi łe gheva da 600/900.000 omani e almanco 1/3 de sti migranti i se gà fermà kì (suparxò 80/100.000 omani).
Daspò in ara veneta cognaria xontar calke “franco-merovingio come i Romano da Ezzelini” e calke bixantin grego-oriental (anca armeni) e on fià de xlavi (de pì in ara furlana e jułiana).
Daspò in Siçilia on fià de normàni e de arabi; in Sudtirolo on fià de todeski e intei munti veneti on fià de tzinbar (da ła Bavaria). sselboi
Modificà da - caixine el 19/06/2009 10:01:07 |
| caixine |
Subject: Re:
Sta kì xe na etnocultura danobiano-alpina, ke va dal Mar Nero ai laghi alpini, a partir da mucio lonsi (dal neołetego) e ke ben se articoła inte i ani de łe pałafite, dei castełari e dełe teremare, in sta etnocultura ghe łe raixe de on saco de toponimi de łe nostre tere e de kei elementi etnołengoesteghi e culturałi ke ne łiga a łe jenti del çentro/nord/est-oropeo: Carta de i retrovamenti arkeołojeghi de łe tołete ciamà “BROTLAIBIDOLE”:

Vixion:
va' al sito: www.luoghimisteriosi.it/lombardia_cavriana.html 
Łe xe coaxi tute grande cofà dei paketi de sigarete o dei tełefoni. Vengono chiamate anche “BROTLAIBIDOLE” nome che in tedesco significa “Idoli a forma di pagnotta” e sono piccole tavolette della lunghezza di circa otto centimetri, di forma ovale o rettangolare, stanno infatti comodamente in una mano e recano scolpiti piccoli segni molto semplici, come cerchi, linee, croci. Sono prevalentemente fatte di terracotta (solo 5 sono in pietra) e la loro diffusione va dal 2100 a.C. al 1400 a.C (età del Bronzo Antica e Media), data in cui misteriosamente iniziarono a scomparire. Le zone in cui sono state ritrovate investono l’Italia centro-nord e l’Europa centro-est. Ste tołete le podaria esar anca cofà de i pałotołari, contadori, na speçe de regołi/makinete pa far de conto; e na parte podaria esar cofà skede de rejistrasion contabiłe de ła produsion, dei magaxini, dei scanvi, del dar e de l’aver (?).
Come ca podì ociar la destribusion jeografega de łe tołete mestereghe dite “BROTLAIBIDOLE”, coinçide co coeła de ła difuxion de łi xgràfi catà in ara xloena (venetega-alto Ixonso), cioxota, alpina (Veneto, Lonbardia, Trentin-SudTirol):



Altra area jenerega: 
Altri documenti:
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=2762 Sistema de noumerasion inte 'a cultura dei canpi de urne: va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_numerazione_nella_cultura_dei_campi_di_urne
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Cultura_dei_campi_di_urne
Durante la fase iniziale della cultura dei campi di urne, intorno al 1200 a.C. apparirono nell'Europa centrale alcune falci di bronzo con incisi dei segni interpretati come un sistema numerico. Nel 1946 fu scoperto in Sassonia un deposito con più di 250 falci risalenti al 1500-1250 a.C. Questa scoperta è solo una parte di tutte quelle risalenti alla Cultura dei campi delle urne fatte vicino al fiume Saale, dove vennero ritrovati circa 600 falci ed altri oggetti. Le falci si pensa che siano state create ne depositi a scopo rituale. L'attenzione degli scopritori cadde su una serie di segni posti in due posizioni: semplici segni vicino all'impugnatura ed altri più complessi nell'angolo della lama o sulla base. Furono proprio i segni più semplici ad essere interpretati come un sistema di numerazione. Furono scoperti anche altri oggetti che riportano gli stessi segni, come per esempio il bollo di Ruthen (risalente all'età del Bronzo) ed il vaso di Coswig (risalente al periodo tra il 1200 e il 1000 a.C.) che riportano il simbolo ////\\\\\. Nel caso del vaso di Coswig, sembra che il simbolo sia scrito da una mano allenata che ha scritto una serie complessa di simboli sull'argilla ancora fresca. / 1 // 2 /// 3 //// 4 \ 5 /\ 6 //\ 7 ///\ 8 ////\ 9 \\ 10 /\\ 11 //\\ 12 ///\\ 13 ////\\ 14 \\\ 15 /\\\ 16 //\\\ 17 ///\\\ 18 ////\\\ 19 \\\\ 20 /\\\\ 21 //\\\\ 22 ///\\\\ 23 ////\\\\ 24 \\\\\ 25 /\\\\\ 26 //\\\\\ 27 ///\\\\\ 28 ////\\\\\ 29 .......................... va' al sito: en.wikipedia.org/wiki/Urnfield_culture

Nomari romani: (no i xe altro ke sti veci segni oropei doparà in età romana; gnanca i nomari gà enventà i romani!) 
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Scrittura_Vin%C4%8Da
 La scrittura Vinča, nota anche come Alfabeto Vinča o scrittura Vinča-Turdaş sono un insieme di caratteri trovati su alcuni manufatti preistorici provenienti dall'Europa sud-orientale. Alcuni studiosi sostengono che si tratti del primo esempio di scrittura appartenente alla cultura di Vinča, sviluppatasi lungo il corso del Danubio tra il VI e il III millennio a.C. Secondo la maggior parte degli studiosi, tuttavia, essi non possono rappresentare un sistema di scrittura data l'eccessiva ripetizione di alcuni simboli e la eccessiva brevità delle successioni di carattere, sostenendo quindi che la prima vera testimonianza di scrittura rimane la scrittura cuneiforme.
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Cultura_Vin%C4%8Da
La cultura di Vinča fu una cultura preistorica che si sviluppò nella penisola Balcanica tra il VI e il III millennio a.C. Nel VI millenio a.C. questa cultura occupava una zona delimitata dai Carpazi a nord, dalla Bosnia a ovest, dalla pianura di Sofia a est e dalla valle di Skoplje a sud. La cultura toccò il corso del Danubio, nelle attuali Serbia, Romania, Bulgaria, e Macedonia. La cultura di Vinča deriva il suo nome dal villaggio di Vinča, situato sulle rive del Danubio, 14 chilometri più a valle di Belgrado, ove venne rinvenuto il più grande insediamento neolitico in Europa. La scoperta avvenne nel 1908, ad opera di un gruppo di archeologi guidato da Miloje M. Vasić, il primo archeologo professionista della Serbia. va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/S%C4%83li%C5%9Ftea
Săliştea, fino al 1965 Cioara, (in ungherese Alsócsóra) è un comune della Romania di 2.316 abitanti, ubicato nel distretto di Alba, nella regione storica della Transilvania. Le tracce più antiche di insediamento umano a Săliştea risalgono alla cosiddetta Cultura Vinča, nel Medio Neolitico. va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Tavolette_di_T%C7%8Ert%C7%8Eria
Le tavolette di Tǎrtǎria sono tre reperti archeologici rinvenuti a Săliştea, Romania. Queste recano incisi simboli che sono stati oggetto di notevoli controversie tra gli archeologi, alcuni dei quali sostengono che le incisioni rappresentano la prima forma conosciuta di scrittura al mondo. Le tavolette sono generalmente associate alla Cultura Vinča, che all'epoca era ritenuta dagli archeologi rumeni e serbi risalente al 2.700 a.C. Vlassa interpretò la tavoletta senza foro come una scena di caccia e le altre due riportanti segni di una scrittura primitiva simile ai primi simboli utilizzati dai Sumeri. La scoperta suscitò un grande interesse nel mondo archeologico in quanto i segni erano precedenti alla prima scrittura minoica, la più antica conosciuta in Europa. È stato suggerito da alcuni che i simboli indicato una sorta di collegamento tra l'Europa sud-orientale e i Sumeri. Tuttavia, le successive datazioni al radiocarbonio su i reperti di Tărtăria hanno retrodatato gli oggetti al 5.500 a.C. (e quindi tutta la cultura Vinča era più antica), lo stesso periodo dei primi insediamenti a Eridu (questa affermazione è comunque non da tutti accettata per evidenti contraddizioni nella stratigrafia del sito). Se i simboli sono di fatto una forma di scrittura, questa sarebbe di gran lunga anteriore alla più antica scrittura sumera o egiziana, divenendo di fatto la più antica conosciuta al mondo (però tale affermazione è molto controversa). sselboi
Modificà da - caixine el 16/09/2009 20:51:13 |
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Subject: Re:
Stora (storia) de ³a matematega: va' al sito: www.na.iac.cnr.it/even/breve_storia.htm
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_matematica
Stora (storia) dei nomari:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_numerazione#Evoluzione_dei_sistemi_numerici

sselboi
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Subject: Re:
Posibiłi vece e pristoreghe migrasion:



Ste voxi (estia, estieo, estiodoro) ła me fa vegner inamente łe jenti balteghe ciamà Aestii e ła çità veneta de Este; come se tute ste voxi łe fùse łigà da n’orijine comun e łe fuse rivà in ara veneta e grega co na migrasion da l’ara baltega intel III o II miłeno vanti Cristo (???). va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Estoni
Si pensa che il nome "Eesti", o "Estonia", derivi dalla parola Aestii, il nome dato dagli antichi popoli germanici ai gruppi che vivevano a nord-est del fiume Vistula. Lo storico romano Tacito, nel 98 a.C. fu il primo a menzionare il popolo "Aestii", mentre gli antichi scandinavi chiamarono le terre a sud del golfo di Finlandia "Eistland" e le genti ivi stanziate "eistr". I primi estoni (così come gli altri gruppi di lingua finlandese) furono denominati anche Chud (чудь nelle antiche cronache slave. Ociar sta çerca etimołojiega so i nomi Istro, Istria, Dniester, Irtys, Este, Aestii, ...: va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?TOPIC_ID=7274&ARCHIVE
Xe posibil (da verefegar) ke l’etnego baltego eesti/aesti sipia da łigar a i etneghi siberiani NENETS-ENETS ke i ne fa mensionàr l’etnego grego enetos ('Eνετος) .
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Estoni Enets, Nenets va' al sito: uralistica.ning.com/video/forest-nenets-life




va' al sito: en.wikipedia.org/wiki/Yenets The Enets people (Russian: энцы; singular: энец), or Yenetses, Entsy, Entsi, Yenisei, Yenisei-Samoyed, Yenisey Samoyeds or Yeniseian people are a traditionally nomadic people who live on the east bank, near the mouth, of the Yenisei River. Many live in the village of Potapovo in Krasnoyarsk Krai in western Siberia near the arctic circle. According to the 2002 Census, there are 237 Enets. In Ukraine, there were 26 Entsi in 2001, of whom 18 were capable of speaking the language. The Enets language is a Samoyedic language, formerly known as Yenisei Samoyedic (not to be confused with the Yeniseian language family, which is completely unrelated). They still speak their language, but education is in Russian so there is fear they may lose their language.
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Enzi Gli enzi (in russo энцы, o yenetsi, yenisei, yenisei-samoiedo) sono un popolo indigeno russo che vive vicino alla fonte del fiume Yenisei. Molti di essi vivono nel villaggio di Potapovo, Distretto Autonomo di Taymyr, nella Siberia occidentale sul circolo polare artico. Secondo il censimento russo del 2002 vi erano solamente 237 Enzi nella regione. Altri 18 Enzi sono stati censiti in Ucraina. La lingua degli enzi appartiene alla famiglia delle lingue samoiede. La comunità parla ancora la lingua originale anche se questa si sta lentamente perdendo.
va' al sito: www.eki.ee/books/redbook/enets.shtml

a i Venets de Bolgaria: va' al sito: en.journey.bg/bulgaria/bulgaria.php?city=1954&searchsub=1
 e a i Ostiachi (o Khanti, Khande, Kantek, Janti)
va' al sito: www.intesasanpaolo24.com/Csi/Bollettini/GuidaPratica/85.htm Gli Ostiachi (o Khanti, Khande, Kantek, Janti) se on s-ciapo etnego endigeno ke sta intel’Okrug Autonomo Khanty-Mansi, na rejon storegamente conosesta col nome de "Yugra", in Rusia, anseme al povolo dei Mansi. E a sti ki xe łigà anca i Anti:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Anti_(popolo)
va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?whichpage=4&ARCHIVEVIEW=&TOPIC_ID=2892
Tuti popołi de ła vecia stepa eoroaxiatega co cu semo inparentà streti pa vare migrasion a partir dal V miłeno v.C.! (???) sselboi
Modificà da - caixine el 03/10/2009 20:57:27 |
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Subject: Re:
Istro, Istria, Dniester, Irtys, Este, Aestii, ...
Dniestr, Nistro
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Nistro Il fiume Nistro (Dniestr in polacco, Дністер, in ucraino, Nistru in rumeno, Днестр (Dnestr) in russo e Tyras in latino) è un fiume dell'Europa orientale lungo 1.370 km con una portata di 380 m³/s e con un bacino idrografico di 80.000 km². Nasce in Ucraina, dai monti Carpazi, vicino al confine con la Polonia e scorre verso il Mar Nero. Mentre per un breve tratto funge da confine tra l'Ucraina e la Moldavia, prosegue all'interno di quest'ultima facendo da confine interno tra la Moldavia sulla riva occidentale e la regione secessionista della Transnistria sulla riva orientale. In seguito lascia la Moldavia e ridiventa nuovamente confine internazionale con l'Ucraina quindi da qui sfocia ad estuario nel Mar Nero a sud-ovest di Odessa. Il fiume è navigable da Halych; i suoi tributari includono il Seret e lo Stryy. Il Nistro tra il 1918 al 1940 fungeva da confine tra l'Unione Sovietica e la regione della Bessarabia sotto il regno di Romania. Nell'antichità il Nistro era conosciuto anche come fiume Tyras. Donau, Danubio, Ἴστρος, Istros:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Istro Il Danubio (in tedesco Donau, ungherese Duna, slovacco e polacco Dunaj, serbo-croato, ucraino e bulgaro Dunav o Дунав, rumeno e moldavo Dunarea) è un fiume dell'Europa centro-orientale. Gli altri nomi in latino sono Danuvius e greco antico Ἴστρος Istros.
Istro, Istria
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Istria L'Istria (in croato ed in sloveno Istra; in istrioto Eîstria; in tedesco Istrien; in greco Ἰστρία) è la più grande penisola del mare Adriatico (superficie: circa 3.600 km²). Il nome derivebbe dall'antico popolo degli Istri o dal latino Hister, cioè Danubio, a indicarla come regione del confine danubiano (??? la solita menata della derivazione dal latino). La maggior parte dell'Istria appartiene alla Croazia. Una piccola parte, che comprende le città costiere di Isola d'Istria (Izola), Portorose (Portorož), Pirano (Piran) e Capodistria (Koper), rientra invece nel territorio della Slovenia. Una parte minima della penisola (limitata all'incirca ai territori del comune di Muggia e di San Dorligo della Valle/Dolina) si trova in territorio italiano. 



Irtiš, Irtyš 

va' al sito: picasaweb.google.com/pngtony/NorthAndSouthXinjiang
Xe posibiłi conesion co sti toponimi kive (sono possibili connessioni con i seguenti toponimi):

Interesanti, par serti versi, anca ste pajine trate fora da sto livro:  anca se łe xe on fià màsa condisionà da ła cronołoja asurda e dałe equivoche categorie łengoesteghe deła tradision ortodosa indeuropea





Da Origini delle lingue europee, del glottologo Mario Alinei Volume II 
Capitolo sеttimо L'area linguistica baltica 1. Premessa La piccola area linguistica chiamata baltica (con neologismo piuttosto infelice, come vedremo), posta fra la Polonia e la Bielorussia slave a sud, e l’Estonia uralica a nord, comprende oggi soltanto Lituano a sud e Lettone a nord, mentre nel passato contava, oltre a lingue minori che trascuro [per cui v. Dini 1997], anche l’antico Prussiano, a est della Vistola, estinto nel 1700, e a nord, sul golfo di Riga e nell’entroterra, il Curone, il Semigallo e il Selone, estinti fra il 1400 e il 1600. Nel caso di aree linguistiche piccole come quella baltica o come quella celtica – che studieremo nei capitoli XII-XIII – il problema che la TC deve cercare dí risolvere è particolarmente complesso: è cioè possibile, adottando l’ottica attualista (il presente è la chiave del passato), individuare l’area originaria, nonostante le probabili diversità con l'area attuale? Anticipo una conclusione: l’individuazione dell’area linguistica baltica originaria è più difficile dí quella dell’area celtica originaria (che ha lasciato molte più tracce di sé). Questa difficoltà, tuttavia, dipende anche dalle caratteristiche intrinseche del problema e da quelle della documentazione archeologica. Per quanto riguarda il problema baltico in sé vi sono, infatti, almeno tre incognite, che moltiplicano le possibili varianti e complicano notevolmente il quadro congetturale: I) la natura dei suoi rapporti con lo Slavo, tuttora dibattuta, che pone un problema unico nell’ambito degli studi IE. II) Un suo eventuale stretto rapporto col Tracio e le altre lingue antiche dei Balcani, che se accertato cambierebbe notevolmente il quadro etnogenetico del Balto-Slavo. III) Il ruolo dei Balti nelle origini e nella diffusione delle culture della Ceramica a Cordicella e delle Asce da Combattimento (CC-AC), fondamentale per l'indoeuropeistica tradizionale, e non trascurabile neanche nell’ottica della TC. Per quanto riguarda la documentazione archeologica dell’areа occorre poi rilevare: IV) le più antiche culture neolitiche, che nelle aree dell’Europa mediana e meridionale sono già in grado di formare confini stabili e marcati, nel nord-Europa sono ancora ceramiche pre-agricole, e quindi di fatto ancora mobili. V) Le stesse culture che introducono qui l’agricoltura vera e propria sono databili fra la fine del Rame e il principio del Bronzo, e quindi - essendo ormai associate a popolazioni socialmente stratificate e ad aspetti elitari e guerrieri - presentano confini che non sono più etnolinguistici ma «coloniali», del tutto inadatti a guidarci nella ricerca. Nonostante queste difficoltà, tuttavia, la TC permette di identificare in modo oltremodo netto il confine preistorico balto-uralico (cfr. cap. IV), e con sufficiente approssimazione quello balto-slavo, e di aggiungere così un altro tassello al puzzle. 2. Baltico. un termine infelice
Come ho detto, l’uso del termine geografico «Baltico» per designare il gruppo linguistico in questione è assai criticabile sui piano del metodo. Ciò che l’ha motivato è probabilmente la tradizione - in sé del tutto legittima – dell’uso di nomi geografici per designare le aree linguistiche: come per es. Indoeuropeo (dall’India all’Europa), Uralico (Ural), Altaico (Altai) e simili. Ma vi è una precisazione da fare: questo uso è legittimo solo a) quando l’area geografica è linguisticamente omogenea, e íl nome geografico e l’unità linguistica, di conseguenza, coincidono; e b) quando il termine non è usato per indicare un'altra realtà geografica, diversa da quella linguistica. È il caso degli esempi citati, che oltre a designare un’area linguistica fondamentalmente omogenea non hanno altre funzioni geografiche importanti. Mentre Baltico è il termine che designa l’area del mar Baltico, sulla cui sponda meridionale sono presenti, oltre alle Lingue dette «baltiche», altri due gruppi IE (Germanico e Slavo), nonché un altro phylum linguistico (Uralico). Per cui le lingue «baltiche» non costituiscono neanche una maggioranza, rispetto alle altre? Sicché parlare di lingue «baltiche» quando si deve parlare, contemporaneamente, di area baltica in senso geografico, genera continuamente equivoci. Il neologismo Baltico risale, in effetti, al 1845 circa. Le fonti antiche usano altri nomi: Tacito nella Germania usa Aestii (di etimologia discussa). Anche Giordane, lo scrittore gotico del VI secolo d.C. menziona gli Aestii, che abitavano il più lungo tratto della costa baltica, a est della foce della Vistola; e lo stesso fa Eginardo, che nella sua Vita Caroli Magni del 830-840 circa li colloca sulle sponde orientali del mare Baltico, cоme vicini degli Slavi [Gimbutas 1963, 22]. Questo nome, ancora usato nel secolo scorso (soprattutto in tedesco: aistisch), era senz’altro più appropriato per designare i Balti (cfr. il toponimo lituano Áismarės «laguna degli Aestii» e l’idronimo Aista, in Lituania occidentale [ibidem], nonostante la presenza di un termine affine per designare gli Estoni, di lingua uralica. È quindi un peccato che sia stato abbandonato, e sostituito con un neologismo inadeguato.
3. Critica della teoria di Marija Gimbutas
Non si può discutere il problema dell’etnogenesi baltica senza partire dalla teoria di Marija Gimbutas, lituana dí nascita e principale studiosa della preistoria baltica. Sue sono infatti due classiche monografie, una sulla preistoria baltica [Gimbutas 1963], che sarà anche il nostro punto di riferimento, assieme a ricerche più aggiornate [Rimantienė 1992], e un’altra sui Bronzo dell’Europa orientale [Gimbutas 1965]. Tutte e due, naturalmente, sono fortemente influenzate dagli assunti linguistici dell’autrice, oltre che, purtroppo, dal suo nazionalismo [per cui v. Meskell 1995]. Come sappiamo, per la Gimbutas - e per la scuola IE oggi corrente - 1a cultura dei kurgan è considerata la matrice dei PIE. Nella elaborazione della Gimbutas, basata su argomenti che discuterò fra pоco, í proto-Balti sarebbero il primo gruppo IE riconoscibile come erede dei PIE, rappresentati dalla cultura dei kurgan. Dall’area delle steppe pontiche, essi sarebbero arrivati sui mar Baltico nel III millennio con il complesso culturale della CC-AC, che la Gimbutas - per quanto riguarda l’Europa del Nord -legge intieramente in chiave baltica [Gimbutas 1963, 38, 44]. L’area dei proto-Balti per la Gimbutas sarebbe dunque enorme, perché sarebbero linguisticamente baltiche sia le culture della CC-AC vicine all’area baltica attuale, come quella di Złota in Polonia, del Litorale (Haffkustenkultur o Rzucevo) in Pomerania, e delle Asce Naviformi in Estonia; sia quella Voliniana in Ucraina nord-occidentale; nonché Balanovo, Volosovo, Fat’janovo, la Plain Pottery («ceramica semplice»), Bondarikha, Jukhovo; оltre a, naturalmente, tutte le culture fra la Lituania e Lettonia orientali e l’Oka, come la cultura della Brushed Pottery («ceramica spazzolata») della Lituania orientale, Lettonia meridionale e Bielorussia nord-occidentale e la cultura di Milograd, della Bielorusssia meridionale е dell’Ucraina occidentale [ibidem, 48-49, 54 ss., 95]. In altri termini, l’area proto-baltica inizierebbe а est della cultura di Unètice dell'Europa centrale, considerata estranea agli IE, e comprenderebbe l’Estonia e la Finlandia del Sud, la Russia mediana fino agli Urali, tutta la Bielorussia e l’Ucraina settentrionale [ibidem, 19, 39, con cartina, 63]. A parte la cronologia e lo scenario di fondo, è accettabile la sostanza di questa tesi nell’ottica della TC? Prima di rispondere, vediamo su quali argomenti si è basata la Gimbutas per raggiungere questa conclusione. Comincio dagli argomenti che mi sembrano criticabili. Secondo la Gimbutas, il simbolismo solare, presente nei reperti dell’area, distinguerebbe anzitutto la cultura baltica da quella uralica al suo nord [ibidem, 93]. Questo argomento è errato, proprio sul рiano storico-religioso sul quale si pоne. Il simbolismo solare ha origini agricole, non etniche. Se esso era assente nell’area uralica ciò è solo perché l’agricoltura qui non era ancora arrivata, o non si era ancora sufficientemente sviluppata. La sua presenza, quindi, non è affatto rilevante per il problema del confine balto-finnico. Questo si lascia invece determinare con grande precisione alla luce della documentazione archeologica (v. cap. IV e oltre). I villaggi fortificati collinari, databili al Calcolitico, Bronzo е Ferro, che si estendono a centinaia, a distanza di pochi chilometri l’uno dall'altro, nei bacini dell'Oka superiore, del Dnepr superiore, del Nemunas superiore, sulle alture della Lituania e Lettonia orientali, nella Bielorussia e nella Russia occidentale fino a Mosca. E che durarono fino ai primi secoli della nostra era, e sarebbero uno dei tratti distintivi dell’area baltica (il «paese delle fortezze collinari»). Possibili connessioni a partire dal III millennio (con migrazioni dall'area baltica e asiatica) sino ai castellieri istro-veneti e non solo. sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
Il calice di alcuni antichi riti sciamanici, dei riti di molte religioni e dei culti misterici e iniziatici, pare sia stato modellato sulla forma del “papavero da oppio maturo” utilizzato di sicuro sin dal Neolitico, ma forse anche nel Mesolitico (uso di resine vegetali) se non dal Paleolitico (?), per le sue significative proprietà farmacologiche e psicotrope: va' al sito: www.centrostudilaruna.it/prostituzione-sacra-italia-antica.html
Nella penisola italica, nel primo millennio a.C. le colonie greche e fenice diffusero l’usanza della prostituzione sacra; anche se le testimonianze letterarie e archeologiche sono molto lacunose in materia, lasciano intendere una probabile diffusione di questi culti nell’ambiente della Magna Grecia. In particolare i celebri rilievi del “Trono Ludovisi” sembrano, secondo Panzetti, provenire dalle colonie greche, e alludono al rito della nascita di Venere dalle acque. I racconti popolari calabresi sulla “bella dei sette veli” sembrano legati alla celebre danza dei sette veli che le sacerdotesse eseguivano in onore di Astarte. 
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Trono_Ludovisi


I calici sacri oltre ad essersi ispirati al papavero da oppio maturo hanno tratto forma anche dal fungo amanita muscaria detto “soma”. 
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Amanita_muscaria

sselboi
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Subject: Re:
I cusita diti “barbari” çelto-jermaneghi de ła Danemarca (havos de nù), intel II miłeno vanti Cristo, secondo łi insulsi profasori ogniversetari de storia, de orijine e stanpo tałego-roman:Da:
va' al sito: shardanapopolidelmare.forumcommunity.net/?t=32089114 Danimarca nel museo nazionale a Kopenhagen:
va' al sito: it.wikipedia.org/wiki/Et%C3%A0_del_bronzo_scandinava Vardè ke barche! 
Vardè ke veste da dona maravejoxa: 
I ghea de xà łe càse da morto, scavà so n’arbaro tajà a metà: 

Varda ke marvaveja de angagni de bronxo, de oro e altro, ke i fea:


sselboi Modificà da - caixine el 18/10/2009 22:20:34 |
| caixine |
Subject: Re:
El castelier de Sedico (Belun) va' al sito: www.magicoveneto.it/Belluno/Noal/NoalF01.htm
sselboi Modificà da - caixine el 08/11/2009 10:49:39 |
| caixine |
Subject: Re:
Necropoli de Baldaria: va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=7826
sselboi |
| caixine |
Subject: Re:
Una sorprendente scoperta: nel cuore dell’Africa UNA METROPOLI DI 200.000 ANNI FA domenica, novembre 15, 2009
va' al sito: shardanapopolidelmare.forumcommunity.net/?t=33144255&view=getlastpost#lastpost
va' al sito: www.express-news.it/?p=26242
va' al sito: www.viewzone.com/adamscalendar.html
sselboi |
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Subject: Re:
Seita (continua) so ste pajine: va' al sito: www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=10&TOPIC_ID=7973
sselboi |
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